Il Pensatore

Il suo pensiero è scandito su quattro punti fermi a cui corrispondono quattro parole chiave: la filosofia del ritorno, come nostalgia delle origini e ricordo amoroso nella lontananza; l’amore inquieto per la tradizione, in cui confluisce anche la sua passione di rivoluzionario conservatore; la preferenza per la comunità rispetto all’individualismo e al nichilismo sociale; L’amor fati, l’accettazione della vita alla luce sacra del destino.

Il Ritorno è l’espressione chiave del pensiero e dell’opera di Marcello Veneziani. La visione dell’esistenza come un viaggio curioso e tormentato verso l’origine: la vocazione umana non è la stabilità, che riguarda gli dei e le pietre, né il puro andare, che riguarda le macchine e gli automi, ma il tornare, come il maturo ricomporsi della vita con la sua fonte; l’inquietudine del viandante è la nostalgia della Casa. Il ritorno è il filo conduttore letterario e filosofico ma anche sentimentale e perfino civile, di Veneziani. Nella filosofia del ritorno Veneziani ritrova in coerente sequenza i suoi “quattro autori”, Platone e Plotino, Vico e Nietzsche. Teoria e fenomenologia, amore e disperazione del ritorno. E alle spalle la grande letteratura del ritorno, da Omero a Dante, da Leopardi a Proust. Veneziani non ricerca la novità di una teoria originale ma un sapere originario a cui collegarsi, espresso nella sensibilità e nel linguaggio del proprio tempo, pur non racchiudendosi in esso. Egli non pretende di scoprire verità che nessuno finora aveva mai pensato o conosciuto, ma aspira a far tornare in mente un sapere metafisico che giace addormentato e trascurato, dentro e fuori di noi.

Il pensiero tornante si sviluppa nella sua opera nel ritorno al passato ancor vivo che chiama Tradizione, connessione comunitaria e senso della continuità selettiva; e nell’apertura al futuro che definisce Amor fati, accoglienza dell’accadere e conversione del divenire nelle braccia dell’essere da cui origina; guidato nel transito dalla sposa invisibile, la metafisica. In questa luce, la letteratura è nostalgia della vita che scorre, la filosofia è teoria del ritorno, la teologia è ritorno all’Uno, la metafisica è senso del destino, come intelligenza della vita e del mondo. E il mito è la chiave di lettura, al di là della verità e della finzione, per vedere il mondo sotto altra luce, con altri occhi.


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    Maturità, quel giugno sotto esame...

    "Ho un ricordo radioso di quel giugno sotto esame, anche se erano i tempi del colera. Studiavo al mare, con mezzo busto immerso negli studi e mezzo nell’acqua.

    Nel pomeriggio mi rifugiavo con un amico in una lavanderia, sulla terrazza che doveva essere più fresca e isolata ma che era diventata la succursale di un suk tanto era calda e trafficata. Oppure fuggivo in campagna sotto un albero di fico.

    E là ricordo che per ogni pagina di Fichte e Hegel, con sottofondo di cicale e di zanzare, mi pappavo un fiorone, una prunella, o un racioppo di ciliegie appena colte dall’albero.

    Alcune pagine dei miei libri d’esami recano tracce sanguigne; ma niente spavento, non avevo gettato il sangue sui libri, erano solo gelsi schizzati tra le mani. Quel mese fu una splendida agonia tra il mare e la campagna, in una infinita controra durata il giugno intero. (...)

    Ricordo come in un film gli sguardi angosciati dei miei compagni di classe il giorno degli scritti, quelle facce disoneste che tramavano alle spalle dei docenti o che imploravano, con aria tra il pietoso e il criminale, copie sottobanco; e ricordo come in un sogno i capannelli ansiosi intorno a chi era reduce dall’orale, «Che ti ha chiesto, che ti ha chiesto…».

    C’erano quattro categorie tra i miei compagni: i finto-preparati, che simulavano di sapere un sacco e non sapevano un tubo, soprattutto tra le ragazze che impestavano con le chiacchiere per intortare i docenti; i finto-impreparati, che si schernivano dicendo di aver studiato gli ultimi due giorni ma non era vero, smazzavano da una vita; gli straculi, che studiavano solo una cosetta e venivano interrogati giusto su quella; e, viceversa, gli sfigati, che lamentavano esattamente l’inverso: «Avevo studiato tutto, eccetto quella cosetta lì, e quel bastardo mi ha chiesto proprio quella».

    C’erano poi i compiacenti, i seducenti, gli ammiccanti, ma anche gli indisponenti, i cazzeggianti, i terrorizzati e i finto-malati che cercavano di suscitare pena con febbri, malori e pallori procurati.

    Vedevi fior di banditi con la faccia pia della prima comunione; Saverio, che arroventava la maniglia con l’accendino per far ustionare la professoressa di chimica, ora sembrava un santo; Pippo, che inviava bustine di peli del suo pube alle compagne di classe, ora guardava i professori con sguardo puro da colomba; Mauro, che si esprimeva solo in dialetto e con bestemmie atroci, ora si dava le arie delicate del poeta crepuscolare…

    Gli esami furono un mirabile esempio di evoluzionismo darwiniano, o di metamorfosi kafkiana. Alcuni di loro non li ho più visti da quei giorni; a volte penso che stiano seduti ancora là in attesa di chiamata. È l’incertezza dei sogni.

    Non andai mai a vedere i quadri, partii e credetti al sentito dire dei miei amici. Sicché ancora non so se veramente fui maturato oppure no…

    MV, Ritorno a sud
    ... EspandiRiduci

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