José Bergamín

Bergamín, il genio scomodo che illuminò l’oscurantismo 

​Come considerare uno scrittore che crede in Dio e nel Diavolo, a cui assegna speciale importanza, che coltiva una metafisica barocca, elogia l’ignoranza e l’analfabetismo, ama la corrida e apprezza la superstizione? Un oscurantista, si direbbe coi canoni dominanti.

Eppure quello scrittore è stato antifranchista, repubblicano e di sinistra, anzi per un periodo fu comunista, e poi fu separatista basco, amico di intellettuali e artisti antifascisti. Così accade di leggere un libretto, peraltro delizioso, a lui dedicato, e a seguire alcuni articoli che ci parlano della vita di quell’autore ma tacciono di ciò che davvero pensò. Sto parlando di José Bergamin, sulfureo scrittore madrileno morto trent’anni fa.

In Italia conoscemmo Bergamin più di quarant’anni fa, grazie a una casa editrice ritenuta all’epoca “reazionaria”, la Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani, che pubblicò il suo splendido Decadenza dell’analfabetismo, con un saggio introduttivo di Giorgio Agamben. Fu ristampato poi nel 2000 quel prezioso vademecum antimoderno, da Bompiani, con la prefazione di Vittorio Sgarbi.

Ma di lui, con qualche fatica, è possibile procurarsi in Italia anche libri come La bellezza e le tenebre e Frontiere infernali della poesia, che evocano in chiave spagnola, La Letteratura, la Carne e il Diavolo, il grandioso affresco romantico dell’anglista Mario Praz. La poesia per lui dimora in un bicamere paradiso/inferno.

Per Bergamin il miracolo della poesia risiede nel convertire un momento storico in un istante eterno. “Bisogna ammazzare il tempo per nutrirci del suo sangue”. Culto della bellezza, centralità dell’anima, incanto romantico e tentazione dei demoni sono gli ingredienti della poesia secondo don Josè, detto Pepe dagli amici; in quelle pagine c’è francamente assai poco delle ideologie di stampo materialistico, razionalistico e positivistico che pure agitavano la Spagna rossa.

In lui c’è Ortega e c’è Unamuno, c’è l’eterna Spagna con le sue tradizioni, c’è la Spagna onirica da Calderon de la barca a Louis Bunuel, suo amico, c’è don Chisciotte, naturalmente. Di Bergamin si può trovare anche L’arte del toreare e la sua musica silenziosa (edizioni SE). In questo elogio della corrida è spiegato che l’arte magica e prodigiosa del toreare possiede una sua musica intima e visibile, la stessa “musica silenziosa” di cui parlava in una  famosa poesia Rafael Alberti e che Bergamin così esprime: “Musica per gli occhi dell’anima e per l’udito del cuore, il terzo orecchio, del quale ci parla Nietzsche, quello che ode le armonie superne”. Bergamin definiva Nietzsche “scrittore cristiano”.

Il suo curioso punto d’incontro tra la visione spirituale e tradizionale e il suo immaginario comunismo è nella convinzione antica che vox populi sia vox dei. La voce del pueblo, dice Bergamin, è voce divina. E dunque, desume, la rivoluzione popolare è Dio che irrompe nella storia. Anzi “Dio può essere rappresentato popolarmente – mi perdonino i teologi – come la rivoluzione in persona”. Giriamo l’eccentrica riflessione a Papa Bergoglio, populista come Bergamin e come lui ispanico di origine veneta…

Ma il suo testo più smagliante tradotto in Italia è Decadenza dell’analfabetismo. La sua tesi, genuinamente antimoderna e reazionaria, è che l’analfabetismo è la vera cultura dei bambini e dei popoli. Le sue radici affondano nella realtà e nell’animo umano e danno luogo a una visione del mondo e della vita che vale assai più dell’erudizione e dell’alfabetizzazione. Il bambino, nota Pepe citando Goethe, pensa solo per immagini e dice il suo pensiero ad alta voce, dunque è visione e cultura orale. E fa tutte le cose per gioco.

Così i popoli, che pensano e credono contemporaneamente, giocando. “Dio gioca con i popoli analfabeti come i fanciulli, il Diavolo si gioca sempre i popoli letterati”. Da cui deduce che l’analfabetismo è “la comune denominazione poetica di ogni stato veramente spirituale”. I popoli più colti tendono alla decadenza. E con la “cultura televisiva” o d’internet, come la mettiamo? È un passo avanti, un segno promettente di analfabetismo di ritorno oppure no? Peraltro l’elogio della beata ignoranza proviene da un autore erudito, colpevole di propagare il virus dei libri, avendo fondato la casa editrice Seneca.

Ma dietro l’elogio dell’analfabetismo c’è in Bergamin la difesa tradizionale dell’ordine del mondo e delle sue gerarchie, mentre l’ordine alfabetico è “un falso ordine”, anzi “è il maggior disordine spirituale”. A confermare il suo vibrante oscurantismo, Bergamin afferma che la decadenza dell’analfabetismo è cominciata con i Lumi. Dopo pagine dedicate all’importanza dei demoni – in Andalusia, scrive, il Demonio viene chiamato il Cavaliere – Bergamin osserva con Bergson che “un essere essenzialmente intelligente è naturalmente superstizioso; giacché – ribadisce sfiorando la tautologia – la superstizione è possibile solo negli esseri intelligenti”. Poi sparge perle in forma di aforismi del tipo “Occorre avere un Dio, un’amante e un nemico – Esattamente, occorre avere tre nemici”. Per lui la vera poesia come la vera sapienza proviene dalla noia, che “è la porta segreta del paradiso”; “la noia dell’ostrica produce perle”.

Da vecchio Bergamin sosteneva che a sessant’anni ci si può suicidare, a settanta è consigliabile, a ottanta è obbligatorio. E lui, giunto a ottant’anni ci provò. Andò sul balcone, prese la rincorsa per scavalcare la ringhiera. Ma perse l’equilibrio e cascò all’indietro – racconta Ginevra Bompiani – rompendosi una gamba. Anche per suicidarsi ci vuole una certa aitante vitalità.

Bergamin sostiene che nello spirito umano c’è una tendenza all’eccesso, e per lui i due estremi sono il cattolicesimo e il manicomio, Pascal e Nietzsche. Lui volle essere ambedue. Perché a suo dire, giunti a certi estremi “il solo modo di aver ragione è perderla”. Bizzarro Bergamin, comunista antimoderno, un po’ toro un po’ torero, e tanto don Chisciotte.

MV, Il Giornale 22 aprile 2014

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