Carlo Michelstaedter

Michelstaedter,  il mare in una tazza

Lessi Carlo Michelstaedter con gli occhi e la mente di un coetaneo. Lo lessi con simpatia, anzi quasi con omeopatia: avevo vent’anni come lui e lo leggevo al mare tra lunghe nuotate nel suo stesso mare Adriatico e la stesura della tesi di laurea in filosofia, che consideravo anch’io come lui un punto cruciale. Non a caso s’intitolava con megalopsichia e apparente assonanza flaubertiana,

La ricerca dell’Assoluto. E si riferiva anche al pensiero di Michelstaedter. Ero giunto a Michelstadter attraverso gli scritti filosofici di Julius Evola. Più tardi lessi l’accusa di Italo Mancini ad Evola che avrebbe “usurpato” Michelstaedter; ma la lettura filosofica evoliana giovanile non va confusa con le scelte ideologiche in età matura. Era una lettura in sintonia, non era intrusa. Anche Evola come Michelstaedter era stato filosofo dell’individuo assoluto, pittore e si era incamminato come lui nei sentieri buddisti del risveglio.

Evola lo riconobbe come un precursore dell’idealismo magico e un fratello precoce e incompiuto nel pensiero e nella vita della sua teoria e fenomenologia dell’Individuo assoluto. In origine non riuscivo a separare il suo nome da quello di Otto Weininger, che lo stesso Evola associava a Michelstaedter. Le assonanze era tante: il pensiero tragico, il suicidio alla stessa età, ventitré anni, nello stesso mese di ottobre, il comune sfondo mitteleuropeo nel tramonto dell’impero, gli stessi studi matematici, la radice ebraica, la stessa passione per Bethoveen che portò Weininger a suicidarsi nella stessa stanza del musicista…

Scoprii strada facendo le differenze, a cominciare da una che sembra la più superficiale e che invece forse racconta dei due giovani pensatori più di quanto si immagini: Weininger misogino, odiava la danza, in particolare i circoli viziosi del valzer viennese. Michelstaedter, al contrario, cerca e corteggia le donne, si confessa vanitoso e ama ballare, anzi dice di ballare “come un dannato”, perchè trova nella danza “un piacere fisico, una voluttà insuperabile”.

Michelstaedter era poco noto alla filosofia ufficiale perché era fuori tracciato; non lo incontravi nel percorso dell’idealismo, del materialismo, delle ideologie, delle filosofie civili. Era un nome a sé. Ad uno sguardo superficiale, Michelstadter veniva sbrigato dai professori che avevano appena sentito parlare di lui, come una specie di Sergio Corazzini della filosofia, il poeta crepuscolare quasi suo coetaneo, morto poco più che ventenne tre anni prima di lui. Ma a differenza di Corazzini, cagionevole di salute e languido di pensiero, deceduto per tisi, Michelstaedter aveva un corpo vigoroso, le sue immagini sono solari, sportive, marine, vitali, non circondate da un’aura malaticcia. Stride anzi in Michelstaedter il contrasto tra vitalità esuberante e pensiero tragico.

Sullo sfondo della scoperta di Michelstaedter c’era Giovanni Papini, la sua passione d’infinito (caduta poi nell’”uomo finito”), la follia di voler raggiungere l’assoluto tramite la scrittura; e la sua recensione alla morte di Michelstadter, interpretata come suicidio metafisico. Era quella la mia metafisica della gioventù, lontana ma non troppo, da quella di Walter Benjamin, legata ad una concezione eroica che voleva però liberarsi della retorica dannunziana, nazionalista e risorgimentale. Una vocazione all’assoluto che non voleva approdare all’idealismo e nemmeno ricomporsi nel rifugio rassicurante di una religione.

Riprendo ora le opere di Michelstaedter, sollecitato dal convegno a lui dedicato, mentre sto leggendo gli scritti di un altro filosofo a latere del Novecento italiano, I quaderni di metafisica di Andrea Emo, filosofo postumo. E mi accorgo, quasi involontariamente, di aver composto con questi autori citati una linea sommersa e tenace del pensiero italiano o se preferite del versante italiano del pensiero mitteleuropeo, che vorrei definire in una sola espressione: individualismo tragico.

Non è una corrente, e d’altronde sarebbe una contraddizione in termini se l’individualismo tragico si potesse comporre in un omogeneo filone. Il giovane Papini precristiano, Michelstaedter, l’Evola filosofo, Andrea Emo. Più discostati ma non remoti Giuseppe Rensi, Adriano Tilgher. Nel loro soliloquio, hanno tentato la riforma protestante della filosofia italiana, abiurando la Chiesa idealista ma senza entrare in altre chiese, materialiste o positiviste.

Una linea scoscesa che si divincola tra due giganti della cultura italiana del tempo, D’Annunzio e Gentile (anche se l’Atto puro gentiliano assumerà compiutezza teorica in Gentile negli anni seguenti alla morte di Michelstaedter). Del primo non sopporta il trionfalismo, del secondo respinge l’ottimismo storicista e la filosofia come sistema.

In particolare di d’Annunzio Michelstaedter rigetta la lettura teatrante e letteraria di Nietzsche: toglie Nietzsche a D’Annunzio e lo restituisce a Schopenhauer. Per lui l’Assoluto non coincide con una cattedra né con il bel gesto, non è pertinenza di Esteti o Professori. Ma è una dura ascesi senza redenzione e conforti, una solitaria ricerca fuori dai clamori del palcoscenico e dai teoremi filosofici. Michelstaedter si situa con una sua irripetibile originalità sul filo di questo individualismo tragico, che si libera di D’Annunzio e dell’idealismo militante e alimenta il torrente sommerso del pensiero leopardiano. Il Leopardi filosofo, come lo riteneva lo stesso Gentile, è il vero padre, patrigno o fratello maggiore dell’individualismo tragico.

Come Leopardi anch’egli oscilla tra pensiero poetante e frammento, il suo modello è lo Zibaldone, non la Teoria generale; perciò scivola addosso la critica postuma che gli rivolse Gentile, ritenendo il suo pensiero acerbo perchè non giunto ad una compiutezza di sistema. La linea leopardiana si esprime su due versanti: quello propriamente filosofico ed esistenziale, attraverso la disperata metafisica dell’Io in un cosmo disabitato di senso. E quello civile e sociale, critico verso la dimensione retorica, apparente della vita pubblica.

Un’amara diagnosi dei costumi ipocriti della borghesia filistea, un amor patrio sobrio e severo, antiretorico, un disincantato sguardo, a grande distanza, alla storia e al potere. Anche l’idea di patria in Michelstaedter non è un’eredità da difendere, non è un grumo di tradizioni da custodire, ma una prospettiva da creare, da inverare rischiosamente: “Non è la patria il comodo giaciglio per la cura e la noia e la stanchezza; ma nel suo petto, ma pel suo perielio chi ne voglia parlar deve crearla”.

L’antagonista della Persuasione, discende dal pensiero presocratico e da alcuni passi evangelici; la Retorica, invece, si nutre della polemica contro il suo tempo e in particolare contro il dannunzianesimo, di cui pure si è cibato il primo Michelstadter, ma da cui si è poi emancipato criticando, come egli scrive, la meschinità, la buffoneria, la cialtroneria.

In una parola, l’inautenticità; quello che poi Broch riconoscerà nel Kitsch. A patto di aggiungere che la polemica antiretorica di Michelstaedter non risparmia nemmeno la retorica del progresso e della tecnica, che dota di più mezzi ma impoverisce ontologicamente l’umanità. Una polemica antinovecentesca, conservatrice, antifuturista e antiprogressista affiora nella Persuasione e la Retorica, con una considerazione apocalittica finale circa la disgregazione dell’uomo a partire dal suo corpo, grazie all’invasiva supplenza delle macchine.

Dio e il mondo “non sono più quelli di prima”.

Michelstaedter fiorisce in un’epoca ambigua in cui si avvertono le luci crepuscolari della Finis Austriae e le luci artificiali dei Balli Excelsior, in un curioso intreccio di decadenza ed euforia progressista, senilità e giovanilismo; il tramonto di un Impero e la nascita del Nuovo.

Gli antichi appoggi – Dio, la tradizione, la famiglia – sembrano precipitare nel vuoto e al loro posto si intravedono nebulose che la tecnica come l’ideologia nomina come Uomo nuovo, Ordine nuovo, Rivoluzione. Il mito dell’America, del comunismo, poi del fascismo, discenderanno da quella svolta. Quel magma di attesa e declino confluì poi nella Prima Guerra Mondiale, che fu guerra ideologica, nata e voluta dagli intellettuali, quasi un risarcimento sul piano della storia, della terra e del sangue, di una dimensione perduta sul piano della trascendenza, del cielo e della tradizione.

La redenzione passa dalle anime ai territori, dai paradisi alla storia.  Ma Michelstaedter non vive l’ebbrezza illusoria dell’irredentismo e dell’interventismo; la sua morte precede la rivalsa storico-ideologica della morte di Dio negli assoluti terrestri. Si concentra sulla dimensione tragica dell’io, privo di appoggi ideali e di sbocchi storici e retorici. Michelstaedter coglie il lato tragico dell’Uomo Nuovo, il versante in ombra, la sua alienazione, il suo essere straniero al mondo, e il suo collasso nella retorica dello sradicamento. E tuttavia non auspica ritorni, sa come Nietzsche che ormai abbiamo lasciato la terraferma e navighiamo nell’ignoto, ed è vano voltarsi indietro. Navigatore di prua, non di poppa, Michelstaedter non rimpiange la scia che lascia alle spalle. Anzi non si abbandona nemmeno alla consolante magia dell’Eterno Ritorno, come fa Nietzsche; perché per lui se partire è morire, tornare è una doppia morte, perché si torna dove non è più la vita di un tempo. Il suo conato di nostalgia è  rivolto al presente: Michelstaedter ha nostalgia del presente nella sua pienezza. E’ questo che sfugge, ed è questa invocazione del presente che infonde un’illusoria attualità del suo pensiero nell’epoca nostra, votata all’assoluto presente. Ma il presentismo odierno è fondato sull’oblio, sul carpe diem inteso come  vita occasionale; il presente di Michelstaedter è invece l’assoluta persuasione, la compiuta perfezione; non l’attimo fuggente ma l’attimo immobile nella sua pienezza di persuaso. La descrizione più acuta dell’odierno nichilismo gaio è nel suo Dialogo della Salute di cent’anni fa: “Schiavi d’ogni capriccio, legati ad ogni istante, vittime d’ogni padrone, bisognosi sempre di tutto, sitibondi nel fluire dell’acqua, affamati nella sovrabbondanza”. E’ il ritratto del nostra epoca, sazia e disperata.

A voler ricostruire il senso dell’avventura spirituale di Michelstaedter, raccogliendolo in una estrema sintesi, direi: il suo individualismo tragico si riassume nel tentativo di raccogliere il mare dell’Assoluto nella tazza dell’Io. Il mare in una tazza. Volle pensare all’Assoluto senza uscire dall’Io. E dall’io autentico, singolare, concreto, non trasfigurato nell’Io trascendentale degli idealisti. Da qui il pensiero impossibile e il suo esito catastrofico: lo scompenso irrimediabile tra l’Assoluto e l’Individuo. La pretesa di raggiungere un’Assoluta Autarchia, una totale distanza dal mondo, dalle cose, dalle parole; e di farlo in sé, per sé, senza avere null’altro che sé.

In Michelstaedter si riassume la pretesa estrema e titanica della modernità di fare a meno di ogni precedente, preesistente e persistente, mediante l’epifania di un Presente sottratto ad ogni tradizione e ad ogni attesa; immerso totalmente in sé, Atto puro che si purifica nella fiamma e che si realizza hic et nunc. Il fuoco, il mare, metafore ricorrenti in Michelstaedter. Il Persuaso non ha bisogno di nulla, di altro e di altri, ma è perfettamente risolto in sé. Si potrebbe anche dire: Michelstaedter porta il Superuomo di Nietzsche oltre la terra, di cui l’Ubermensch nietzscheano voleva essere il senso; ma nell’atto supremo della Persuasione non può più vivere. Chi vede Iddio muore, e se Iddio coincide con il Sé ed il Presente, non può essere vissuto se non attraverso la morte. Una teologia negativa discesa ad altezza d’uomo, anzi di Io.

Struggente è pensare ai piccoli teneri passi della vita  in cui matura la decisione metafisica di Michelstaedter, persuaso che la vita autentica coincida con la morte: amori difficili, un compleanno materno foriero d’incomprensione, l’esempio doloroso di suicidi vicini alla sua mente, al suo cuore e al suo sangue, l’incertezza di un’epoca, il rifiuto di adeguarsi ad una banale vita all’insegna della carriera e della retorica, la voglia di andare lontano a fare il cow boy in una inaccessibile pampa, il desiderio di naufragare nel mare fino a perdere traccia di sè, leopardianamente.

È moderno Michelstaedter perché testimone e martire del nichilismo. Ma di un nichilismo che, rispetto al nostro tempo, non si confonde con il relativismo. Al contrario, resta legato alla dimensione teologica dell’Assoluto. Proprio l’inattingibilità dell’Assoluto tramite l’Io produce il cortocircuito del suicidio. Un suicidio per sovrabbondanza, direbbe forse Michelstaedter e non per carenza. Ma un suicidio nella siderale solitudine dell’io, sciolto da tutto, a cui si aggiunge una predisposizione dell’anima e del carattere, forse innato ed ereditato, tra euforie e depressioni.

Nell’epistolario Michelstaedter ritrae la dolcezza del vivere, la vita bohèmienne, le lunghe nuotate, i pranzi solari in terrazze sul mare, i lunghi balli, le barche a vela assaltate, i colli, Pirano, la vita beata sulle rive del mare. Ma il suo “cervello come un mare ondeggiante, riflette tutte le luci riflette tutte le coste ed i cieli ma nel punto che li rispecchia l’infrange” e svela il fondo oscuro e illusorio dell’esistenza. Tutto alla fine diventa pietosamente accessorio rispetto alla nuda essenza di una vita che ormai liberata da ogni possibile rifugio, alibi, apertura, guardava in faccia se stessa, fino all’ultimo con severa purezza. Senza cedere alla retorica.

Delle sue pitture e caricature, colpiscono gli autoritratti da vecchio. Sembra un Dorian Gray metafisico, che lascia invecchiare il suo ritratto mentre sottrae al declino la sua giovinezza, per disporla ad una morte precoce. In Wilde, esteta, il ritratto invecchia per lasciare Dorian sempre giovane; in Michelstaedter, tragico, il ritratto non preserva la vita dallo scempio della vecchiaia, ma la esprime, ma l’interessato se ne sottrae.

Come se avesse voluto dire: ecco quel che sarei stato se avessi lasciato andare negli anni la mia vita; ecco riassunta la mia vita terrena e banale che scende la china del tempo; mentre la vita ulteriore e assoluta, quella del presente che si fa fiamma, si sottrae al suo ritratto senile. Plotino non voleva farsi ritrarre dal pittore Carterio perché siamo già copie di archetipi e dunque non ha senso lasciare copie di copie; Michelstaedter al contrario, si autoritrae, quasi a voler lasciare appesa ai ritratti la sua vecchiaia virtuale di un futuro negato; restando eternamente giovane nella persuasione dei suoi ventitre anni spezzati. Confesso che più del suicidio in giovane età, mi stringe il cuore l’immagine di quella vecchiaia prefigurata e non vissuta.

Altri filosofi dell’individualismo tragico sfiorarono il suicidio ma poi trovarono altri appoggi: la Trascendenza, la Tradizione, la Vita pratica. Evola, per esempio, sacrificò il suo Individuo Assoluto sull’altare della Tradizione, per recuperare la trascendenza che nella dimensione dell’Io era negata; senza peraltro arrivare ad una riscoperta di Dio o di un fondamento ontologico. Evola non intraprese la via dell’idealismo tragico, ma quella dell’idealismo magico, da cui poi raggiunse, mediante l’esoterismo, l’idea di Tradizione. Ma restò incoerente il suo mondo della tradizione, perché continuò a rifiutare come Michelstaedter gli antichi appoggi: Dio, la religione, la patria, la famiglia.

Resta in Evola il richiamo costante ad un vago, indecifrato senso della Trascendenza, di cui non si coglie il senso, la destinazione e l’apertura, perché non esce dalla dimensione eroica dell’individuo e dall’evocazione di una tradizione mitica e siderale, remota dalla vita.  Michelstaedter invece non cercò, non trovò sbocchi, anche per l’intransigenza assoluta dei vent’anni che non scendono a patti con niente. “Ognuno è il primo e l’ultimo – sostiene Michelstaedter ne la Persuasione e la retorica – non trova niente che sia fatto prima di lui né gli giova confidar che sarà fatto dopo di lui, egli deve prender su di sé la responsabilità della vita”. Persuaso è chi ha in sé la ragione della sua vita. Il contrario della Tradizione.

A ciascuno tocca essere Cristo. A ciascuno tocca di essere un Primo motore immobile, e trascorrere dall’energia, dall’attivismo alla pura inerzia.  Solo, lontano, diverso, si definiva Michelstaedter, “per altri cieli è la mia vita” ripeteva “mentre tutto intorno a me precipita/ mentre crolla nel vortice funesto ogni affetto, ogni fede, ogni speranza”.  Scrive nel Dialogo della Salute: “Dio non è con me, non è con nessuno più. Io sono solo e niente so e niente posso”.

L’individuo è assoluto nella sua solitudine e nella sua impotenza. “Non c’è appoggio, non c’è via- non c’è niente da aspettare, niente da temere – né dagli uomini né dalle cose. Questa è la via”. Una via che si invera nell’inerzia assoluta, o mediante un colpo di rivoltella. Scrivere, notavo ne La sposa invisibile, è a volte la sublimazione di un suicidio; Michelstaedter, al contrario, visse il suicidio come sublimazione della scrittura, compimento del pensiero.

Colpisce nei nostri giorni la vita spezzata di Michelstaedter. Il rischio è che scendendo il suo nome nel gorgo dei media, si faccia di lui una specie di James Dean della filosofia. Ma quel giovane non si tolse la vita per una donna, una dose o l’ebbrezza di velocità, per un problema famigliare o professionale, ma per aver scrutato a fondo la vita in rapporto con la verità, persuaso che la verità coincida con il tacere, e con la morte. Nonostante l’indole e le motivazioni contingenti, il suo resta un suicidio metafisico.

Resta infine sospeso l’irritante e ricorrente quesito sull’attualità di Michelstaedter. Premesso che la grandezza di un autore non si misura dalla sua attualità, perché ne prescinde ed anzi a volte l’inattualità di un autore è più una condanna del tempo che dell’autore, dirò che la sua perenne attualità coincide con la sua inattualità; proprio perché non appartiene al suo tempo e a un tempo, ma descrive la condizione umana, Michelstaedter è inattuale e presente. O se preferite, il suo pensiero più che attuale è un attualismo tragico, inattingibile, se non a spese della vita.

Egli appartiene al Presente, qualunque esso sia. Il presente di tutti e di nessuno, che è sempre e non è mai.

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