Il Mito dà senso al mondo

Intervista a cura di Manlio Triggiani uscita sul n.171 di Vie della Tradizione

Il mito è la base della Tradizione: è una narrazione che esprime una storia sacra situata nel tempo favoloso delle origini, quello della Tradizione primordiale, di millenni e millenni fa. In senso più ampio si riferisce a tutto ciò che comincia, che comincia a essere. Tutto grazie alla volontà di Dei o di esseri soprannaturali.

Ecco perché i miti sono sacri. Marcello Veneziani ha appena scritto un libro, Alla luce del mito (Marsilio edizioni, pagg. 176, euro 16,50), libro di successo e di grande interesse che intreccia e analizza il rapporto fra Tradizione, argomento affrontato dall’autore già in altre sue opere, e postmodernità.

Perché proporre oggi un libro sul mito?

Perché il mito è un bisogno fondamentale dell’animo umano ed è il cardine di ogni civiltà. Non c’è religione, tradizione, pensiero, poesia o opera d’arte che non abbia alle sue origini un mito di fondazione o un’intuizione mitica o mitopoietica.

Il mito è racconto sulle origini. Il mito è narrazione, è irruzione di una dimensione eccezionale che supera la vita e la storia e suscita meraviglia, è conoscenza di un’altra dimensione oltre quella immediata che abbiamo attraverso i sensi o che viviamo attraverso esperienze empiriche. Il mito non è storia né fiction, non è verità né menzogna, appartiene a un altro piano.

La verità si nasconde nel mistero dell’Essere, il mito ne è la sua rappresentazione, la sua figurazione, forse la sua anticipazione; ma non è verità. Il mito diventa però anche l’esito di un processo culturale, di una parabola: quando la cultura, la filosofia, la fede e la creazione artistica e poetica perdono il loro fondamento e la loro prospettiva, declinano e avvertono la propria decadenza, non resta che ritornare al principio cioè ritrovare quell’energia spirituale originale, sgorgata nel segno del mito che aveva animato quei mondi, quei regni, quelle realizzazioni.

Solo un mito può salvarci da quel che va in rovina: perché, alla fine, il mito ci permette di guardare al di là di noi stessi, di proiettarci oltre.  Il mito è la prima esperienza metafisica che l’uomo ha sin dall’infanzia. È la rivelazione di una vita grande oltre la vita piccola quotidiana, legata alle abitudini, alle necessità, all’ordinaria amministrazione delle cose. Il mito è vivere in grande.

Il mito rimanda all’eroismo, alla religiosità, al senso della comunità, del coraggio e della volontà di cominciare. Può essere un primo passo per contrapporsi al mondo odierno?

Il mito ci mostra il mondo, la storia e il pensiero sotto altra luce, con altri occhi. Non è un’arma per combattere contro qualcosa o qualcuno, è un piano superiore, ulteriore rispetto al mondo. Non si contrappone al mondo moderno, semmai lo trascende. È il suo ritorno all’origine, all’Inizio, non è un ritorno al passato, all’antico, al pregresso.

Per un’epoca come la nostra, interamente versata nel presente, il mito ci apre altri mondi e altri orizzonti oltre quello individuale, contingente e utilitaristico, e ci connette a un passato, a un futuro e alla trascendenza. Il mito fonda le comunità e le indica modelli di riferimento e di emulazione, soprattutto attraverso l’esempio degli eroi, dei grandi, dei santi.

Perché un mito è proiezione ed elevazione. Ci proietta in una dimensione più alta e verticale e insieme ci indica modelli, ispirazioni ed esempi che elevano la nostra condizione, nobilitano il nostro agire, danno luce e senso alla vita. Il mito ha dunque una funzione spirituale e morale, metafisica ed etica, non è solo affabulazione e fascinazione.

Come è possibile in pratica vivere secondo una visione mitologica? Richiede un approccio religioso, una nuova visione del sacro rispetto ai monoteismi? 

Il mito è il presupposto di ogni visione religiosa ma la religione non è la sua necessaria conseguenza. Non possiamo avere un’esperienza religiosa se prima non partiamo da un mito. Tutte le grandi religioni hanno un racconto d’origine – dalla Bibbia al Corano passando per il Vangelo, fino ai Vedanta – e tutto nascono dalla Parola, ‘in principio era il Verbo’.

Possiamo davvero dire che in principio era il mito. Il mito ha quindi un ruolo fondamentale perché è preliminare alle religioni. Per la lettura critica che oggi viene fatta delle religioni, il mito diventa anche il consuntivo delle religioni, che possono esistere soltanto in quanto mitologia, perché poi la verità delle religioni – secondo questo pensiero scientista e materialista – è stata rimossa, confutata, dalle esperienze che derivano dalla scienza, dalla ragione, dai lumi e da tutto quel che sappiamo.

Ma quando le religioni tramontano resta un alone mitico, resta nell’aria la loro traccia. Il mito è, quindi, in ogni caso, un’esperienza ineludibile per le religioni. Per questo il mito si lega inscindibilmente alla dimensione del sacro e del simbolo, si nutre di simboli e poggia sul sacro.

L’incidenza del mito nella vita pratica avviene attraverso la poesia e il teatro, la rappresentazione artistica e letteraria, la storia dei popoli, la politica.  I miti influenzano la vita pratica perché offrono motivazioni, rappresentazioni e sublimazioni. Dietro ogni grande tradizione come dietro ogni grande mutamento c’è un mito originario o escatologico, cioè derivato da un glorioso inizio o proiettato verso una gloriosa redenzione.

Noi oggi, quando parliamo di mito, applichiamo il termine mitologico a situazioni che non hanno un connotato di verità e di realtà. Quindi, qual è il rapporto fra il mito e la realtà, la verità?

Oggi, l’espressione mito viene tradotta con fiction, con illusione. Di conseguenza, il mito appare come una grande favola, assolutamente infondata, che brilla solo per la bellezza del suo racconto, ma che non ha nessun valore di verità. Invece il mito non si esprime né in termini di verità né di illusione. Non si pronuncia sul vero e sul falso, è su un altro piano, come dicevamo.

Sarebbe errato dire che il mito sia l’incarnazione della verità, ma altrettanto errato è pensare che il mito possa essere la raffigurazione di un errore, l’elegia di un’illusione, la coreografia di un abbaglio. Per questo, credo sia fondamentale considerare il mito un racconto sulla verità, intorno alla verità, sapendo poi che la verità non è attingibile umanamente e possiamo soltanto raccontare il suo fulgore attraverso il mito, ma non per questo possiamo penetrarla e conoscerla attraverso il mito. Il mito non è né verità né illusione.

“Il ponte fra la natura e l’uomo non è la scienza ma il mito” disse Gomez Davila. Significa che dobbiamo avvicinarci maggiormente alla natura e che la scienza – o magari lo scientismo – è un falso mito?  

La citazione di Gomez Dàvila è bella e in un certo senso veritiera, ma potrebbe portarci fuori strada perché come tutti gli aforismi semplifica troppo per rendersi efficace ed essenziale. La scienza è sicuramente un ponte tra l’uomo e la natura, negarlo sarebbe come perdere il senso della realtà.

Non è certo l’unico ponte tra l’umano e la natura e non è detto che assolva alla sua funzione di gettare ponti e non piuttosto di deviarli, sabotarli o condurci in territori ove si perde l’umano e sparisce la natura.

Il ponte del Mito, invece, somiglia al Ponte di Eraclito dipinto da Magritte, che parte da una sponda, ma a metà si interrompe, non arriva all’altra sponda, però nelle acque che scorrono sotto quel fiume il ponte appare intero. Il ponte del Mito è in realtà tra il visibile e l’invisibile, tra la natura e il soprannaturale; su quel ponte è l’uomo che a sua volta Zarathustra definiva “un ponte e un passaggio”.

La scienza in origine sorge dai miti, a cominciare dal Mito di Prometeo, e poi di Efesto, di Faust. Ma il desiderio di conoscere il mondo diventa anche volontà di modificarlo, di trasformarlo, così la scienza applicata diventa tecnica, cioè manipolazione del mondo. La tecnica diviene così il dominio assoluto delle mani che appunto manipolano il mondo. Il mito invece è una visione del mondo dunque si fonda sugli occhi, occhi pensanti, che suscitano parole e racconti. L’umano non può ridursi solo alle sue mani, cioè alla possibilità di modificare il mondo, ma deve risalire alla capacità di vedere il mondo, di conoscerlo, di capirne le leggi, di amarlo e ammirarlo per la sua bellezza.

Che cosa è rimasto del mito nel mondo postmoderno? E, se sì, può avere una valenza metafisica e ordinatrice per il nostro mondo?

Nel nostro tempo collassa la modernità e al suo posto subentra non tanto e non più quella che fu definita negli anni settanta la postmodernità quanto l’odiernità, cioè la riduzione del tempo al momento attuale. Declina l’idea del progresso e resta solo un morboso attaccamento al presente, un presente smemorato e privo di tensione ideale verso il futuro, completamente curvato nell’egocentrismo dell’oggi.

La modernità aveva espulso i miti relegandoli nella sfera primordiale, infantile dell’umanità. Poi con l’avvento della ragione, della scienza, della storia, del progresso, i miti sarebbero restati soltanto favole, fantasie prive di fondamento e di incidenza reale. Ma mentre liquidava i miti, la modernità ne edificava altri, sotto falso nome, miti legati alla storia, all’utopia, all’ideologia.

La rivoluzione francese fabbricò nuovi idoli, nuovi feticci e la stessa Ragione divenne Dea, cioè di fece mito. Ma tutta la modernità è pervasa di miti, non solo miti romantici e nazionali, o miti del fascismo e del nazioalsocialismo, ma anche miti cresciuti all’ombra del comunismo, della democrazia, della rivoluzione.

Nel nostro tempo, poi, i miti cacciati dalla porta sono rientrati dalla finestra in forma di surrogati, che si affacciano nel cinema, nello spettacolo, nello sport, nella pubblicità, nei consumi, nella tecnologia, nel divismo contemporaneo e in mille forme di idolatria e superstizione che gremiscono il nostro tempo. Le fabbriche dei miti lavorano a pieno regime.

Cosa differenzia un mito da un surrogato?

Il fatto che i surrogati servono a ingigantire l’ego (mitomania), a suscitare emozioni e pulsioni momentanee e a vendere prodotti, sogni e suggestioni. Il mito invece si contraddistingue per l’opposto, perché supera la sfera individuale, trascende la sfera contingente e vola più in alto della sfera economica.  Il mito è gratuito, inutile quanto necessario, il mito è impersonale e sovraindividuale, il mito grandeggia nei tempi e aspira all’eterno non si chiude nella gabbia temporale del momento.

Invocare un Mito nella nostra epoca assume proprio il significato di dare un senso, una direzione, un ordine al mondo, un ordine inevitabilmente metafisico. Perché un ordine solo fisico è in realtà solo una dissimulazione del caos e del nichilismo.

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