Anche il Colosseo fabbricava miti pop

Intervista di Marcello Veneziani rilasciata a L’Eco di Bergamo.

Maradona, «pensavamo fossi immortale ma in realtà eri un dio»; «Piange il mondo della religione»; «La sua mano torna a ricongiungersi col proprietario, Dios»; il «Vangelo secondo Maradona»; «Grazie D10S»; «Molto più che un dio del calcio»… All’atto della morte, tv e giornali hanno enfatizzato, elevato all’ennesima potenza quella contaminazione tra divino e umano che lo stesso Maradona aveva suggerito, con uscite passate alla storia, come la «mano de Dios». Segno che, già in vita, il campione aveva preconizzato una sua assunzione nei cieli del mito, invariabile equilibrio tra sacro e profano. Ma cosa ci dice un mito cosi «pallonaro», popolare, che non pare alludere «copertamente» ad alcuna verità profonda, ad alcuna profonda interpretazione del mondo, come, invece, la mitologia classica?

Alla luce del mito (Marsilio, 2017) è un fortunato (meritatamente) saggio di Marcello Veneziani, che indaga il nostro bisogno dell’Altrove, dell’ulteriore, di qualcosa che trascenda ciò che concretamente «vediamo e tocchiamo». Nel 2019, poi, esce un libro che prosegue il filo conduttore del Mito. Nostalgia degli dei (titolo tutt’altro the casuale). Il 3 dicembre, infine, vede la luce, da Vallecchi, Dante, nostro padre. II pensatore visionario che fondò l’ltalia, dedicato ad un mito per così dire autopoietico: «Dante diventa mito perché racconta miti in cielo, in terra, all’inferno; fonda l’Italia attraverso il suo racconto mitico, prima che attraverso la lingua volgare».

Il mito è sempre stato serbatoio di interpretazioni della realtà. Bastino Machiavelli (mito di Chirone centauro come velata rappresentazione della necessità, per il principe, di essere ‘golpe’ e ‘lione’); o, ovviamente, Freud. E Maradona?  Che lettura della realtà rappresenta? È un’altra categoria di mitopoiesi?

Il mito accompagna ogni civiltà, ogni tradizione e ogni religione, ne costituisce il racconto di fondazione, la narrazione delle origini, la proiezione nei cieli della vita in terra. Anche la scienza sorge da miti e ad essi si accompagna lungo la via. Ma il mito si intreccia sin dalle origini con ambiti profani. E non solo oggi, nel tempo della secolarizzazione: il divismo, l’idolatria, è presente anche nel mondo greco con i suoi semidei e i leggendari vincitori delle olimpiadi; nella civiltà romana Seneca lamentava la mitizzazione dei pugili e delle gare atletiche; il divismo dei cesari convive con la mitologia degli atleti, il Colosseo fu una fabbrica di miti pop. Gli atleti erano mitizzati; Maradona non è dunque una novità. È la riemersione di quel fondo pagano, soggiacente anche nel cristianesimo, che s’intreccia con l’agiografia.

Cosa, nel caso Maradona, ha reso attivabile detta mitopoiesi? Le origini umili e il riscatto sociale? Il binomio genio-sregolatezza? La perizia balistica? La geniale irrisione dell’avversario? Le incursioni in politica, con le dichiarate (ostentate) simpatie per diversi potenti del mondo?

Tutto è contorno, la magia di Maradona è nel tocco della palla. Gli altri giocavano, Maradona ballava il tango con la palla. Era la sua senorita, la sua compagna di danza. Poi a quella leggenda in campo si è aggiunto tutto il resto: il riscatto sociale, il peronismo in versione calcistica, le favole sul personaggio, in cui anche il negativo potenziava con i suoi eccessi la sua mitizzazione. Maradona era già morto da anni, da quando era stato reciso dal suo campo, e gli sopravviveva da una parte la sua ombra obesa e sregolata e dall’altro il suo mito e la sua divinizzazione. Mai come per Maradona si è nominato (invano) Dio.

Il fatto che questo mito abbia attecchito, o sia stato generato soprattutto a Napoli e Baires ci dice qualcosa della sua natura?

Maradona è stato il racconto leggendario del sud, di Napoli e di ogni sud. In lui confluiscono la santificazione pseudoreligiosa, il culto religioso del corpo e della gara, la superstizione e l’idolatria meridionale, l’indole monarchica del sud, attirato dalla magnificenza della regalità; la propensione allo stupor. Il sud magico, di cui scriveva Ernesto De Martino. Il mito di Maradona avrebbero potuto descriverlo perfettamente un filosofo napoletano come GiovanBattista Vico e un poeta argentino di Buenos Aires come Borges, al pari dei gauchos, dei tangheri, dei miti argentini. Maradona è un mito del sud, è nella sua geografia mitica.

Il mito, e nella fattispecie questo mito, è trasversale alle classi sociali?

Miti come quello di Maradona hanno soprattutto un impatto popolare, proletario, ma poi trascendono le classi sociali; magari assumono forme più composte, meno teatrali, meno feticistiche nei ceti più istruiti, ma il mito di Maradona alla fine colpisce l’immaginario collettivo che non ha suddivisioni di censo e fascia d’istruzione. Il mito nella sua stagione più fiorente, è universale, non riguarda soltanto un ceto o una setta, è inclusivo e coinvolgente. Poi naturalmente può decadere o diventare un mito riservato a pochi.

Il mito Maradona si è venato, ancora in vita, di materia religiosa: la mano de Dios che segna il goal di rapina, le frequenti evocazioni dell’Altissimo da parte del giocatore, la strana contaminazione sacro e profano di cui lui per primo si è reso protagonista. Ora? Il mito post mortem? È una specie di deificazione? I giornalisti si affrettano a produrre riferimenti divinizzanti. Perché?

È il paradosso della sua divinizzazione: tutti celebravano la sua immortalità mentre era morto, esaltavano la sua eternità mentre il suo tempo era finito. La sua divinizzazione rientra in quella categoria degli “dei momentanei” di cui scriveva Mario Untersteiner: ho paragonato il suo culto a quello di san Gennaro, notando però che è in auge da secoli e ha resistito a ventate di ateismo e di anticlericalismo come la rivoluzione giacobina del 1799. Tra 50,100 anni, penso che il mito di Maradona sarà sfuocato e marginale; il mito di Maradona è vivo finché è vivo il suo ricordo e sono vivi coloro che lo hanno visto giocare. Un dio provvisorio.

Perché abbiamo bisogno di miti? Perché non sappiamo farci bastare la nuda, spoglia realtà?

Perché non ci basta la realtà, la vita, il corpo, la storia, la ragione. Abbiamo bisogno di un piano superiore, una chiave di lettura ulteriore; abbiamo bisogno di una proiezione in una dimensione trascendente, che va oltre i tempi, che ripara dalla nostra mortalità e dall’inesorabile fluire degli eventi. L’anno scorso pubblicai un libro che proseguiva il filo conduttore del Mito e s’intitola non a caso Nostalgia degli dei. Abbiamo bisogno di riferimenti intramontabili proprio perché noi tramontiamo. In questi giorni invece indago su un mito letterario e storico preciso: esce da Vallecchi un mio libro dedicato a Dante nostro padre. il mito di Dante è per così dire autopoietico: Dante diventa mito perché racconta miti in cielo, in terra, all’inferno; fonda l’Italia attraverso il suo racconto mitico, prima che attraverso la lingua volgare…

Da Ovidio a Maradona, l’attività mitopoietica si è degradata?

No, c’è sempre stato, come dicevo agli inizi, un piano alto e un piano basso, una mitologia pop e una sacrale, letteraria, religiosa o esoterica, civile o politica. Per essere più precisi: di miti come Maradona ce ne sono sempre stati, anche se non disponevano della risonanza globale di oggi; invece scarseggiano i miti come quelli che narravano Omero, Ovidio o Virgilio.

Vincenzo Guercio, L’Eco di Bergamo 6 dicembre 2020

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