Dante non fu solo Sommo Poeta

Intervista a cura di Franco Apicella per la Rivista di Cavalleria

Ne La poesia di Dante del 1921, Benedetto Croce precisa i contorni della sua visione di Dante, quando dice “È probabile che, durante quest’anno dantesco, molti celebreranno in Dante il più ispirato apostolo della nazionalità italiana, o il maestro della vita morale e politica. […] Ma il Dante di cui così si è parlato e così ancora si parla e si parlerà in futuro, non è il Dante della realtà, sibbene il Dante simbolo. […] Dante, nella sua realtà, fu e resta un poeta, uno dei più eccelsi poeti, che ci presenti la storia”. Non le sembra riduttiva questa visione?

Il Dante di Croce è separato sia dal valore civile dell’opera e della figura dantesca che dal significato religioso e metafisico del Poeta organicamente legato alla “Luce del Medioevo”. Croce, radicalizzando la lezione di Francesco De Sanctis, confina Dante nel ruolo, grandissimo, di Poeta ed esclude che possa essere anche profeta, apostolo della civiltà italiana, filosofo e teologo. In polemica con la lectura dantis che sarà poi di Gentile, ma che era di D’Annunzio, di Carducci e di Pascoii, e anche con la scoperta di Dante nel Risorgimento. Nel mio saggio dedicato a Dante nostro padre, percorro la via opposta a quella indicata da Croce, ritenendo che la Grande Poesia di Dante non si possa separare dal suo ruolo profetico di fondatore d’Italia, di teologo poetico della Luce. di “patria celeste” e di “professione filosofo poetico” come dice Marsilio Ficino. Ma Croce voleva sottrarre Dante sia al Medioevo che all’idea di Nazione.   

 Il primo ricordo che abbiamo pubblicato quest’anno sulla Rivista di Cavalleria era quello della battaglia di Campaldino, in cui Dante combatté con i fiorentini come “feditore”. Croce nel suo saggio dice: “Non c’è più in Dante, il medio evo, il crudo medio evo, così quello della feroce ascesi come l’altro del fiero e allegro battagliare: ché mai forse niun altro gran poema è, come quello di Dante, privo di passione per la guerra in quanto guerra, delle commozioni che accompagnano la lotta militare, il rischio, lo sforzo, il trionfo, l’avventura”. Eppure i suoi versi dell’Inferno sembrano dire altro (…)

 È la conferma di quanto ho appena detto: la premura di Croce è sottrarre Dante al Medioevo, aspro, ascetico e pugnace; non potendolo però legare al Rinascimento o al tempo della Riforma, non potendolo “modernizzare” preferisce confinarlo nell’esilio dorato della Poesia, in una presente astorico e risolvere tutta la sua potenza visionaria e teologica nella lirica, nei versi, insomma nell’ambito letterario.

 Uno dei passaggi più dirompenti, vista la personalità non certo populista di Croce, è questo: “Date la poesia, date Dante al popolo; datelo in edizioni popolari, senza note o con parche ed ingenue note, e magari come in certi libercoli a un soldo di prima della guerra, che contenevano la dolente storia di Francesca o la terribile del Conte Ugolino; e non v’impensierite troppo del modo in cui lo leggerà, e se lo intenderà o frantenderà”. Lo proporrebbe anche lei agli editori di oggi? 

Condivido il proposito crociano e soprattutto la sua implicita premessa. Dante può essere autore popolare, come lo è stato in certi periodi del passato, e come lo è la grande letteratura, da Omero a Shakespeare, dai poeti persiani al teatro greco, romano ed elisabettiano. Non è necessario capire tutto Dante per gustarlo e amarlo; ognuno lo legge secondo il suo rango e il suo grado di cultura e di comprensione, ma Dante può essere davvero letto da tutti, anche perché è un formidabile narratore di miti, allegorie, passioni di vita. Ma credo, del resto, che il Dante proposto dalla scuola gentildonna e perfino il Dante profeta politico per il regime fascista – “la vision de l’Alighieri oggi brilla in tutti i cuor” – abbia seguito l’indicazione di Croce: rendere Dante alla portata di tutti, ma non solo per istruire e deliziare il popolo ma anche per “educarlo” (qui la differenza tra il Dante popolare crociano e il Dante popolare-nazionale gentiliano).

Al “date Dante al popolo” fa da contraltare la raccomandazione agli uomini di cultura: “Con la stessa semplicità di cuore noi, uomini colti, dobbiamo sapere avvicinarci a Dante: procurando cioè che la nostra cultura, che è mezzo alla più agevole e piena comprensione, non si cangi in ostacolo e non s’interponga tra il nostro occhio e l’opera”. Mi sembra che questa funzione di interposizione oggi sia svolta dai mezzi di comunicazione attraverso la divulgazione, etichettata come cultura. Quale è la sua idea del rapporto tra divulgazione e cultura? 

Credo nella continuità tra alta cultura e cultura popolare: continuità non vuol dire identificazione ma tantomeno separazione. La grande letteratura è sempre stata letteratura popolare, universale; poi naturalmente ciascuno coglierà il senso di quei versi e di quelle opere secondo la sua sensibilità, il suo livello di conoscenza e la sua intelligenza. Non si tratta perciò di mettere da parte la propria formazione ed erudizione, si tratta semmai di metterla a frutto, e di non sostituire la bellezza della visione dantesca col labirinto intellettuale, i suoi pregiudizi e i suoi sofisticati schemi. Ciascuno legga Dante secondo il suo “girone”, per dirla in linguaggio dantesco.

 Croce parla di una dualità tra il Dante teologo e moralista e il Dante poeta “che continuamente sorpassava questo primo suo lavoro (da teologo e moralista, ndr), il quale rende perciò somiglianza di una massiccia struttura, tutta ricoperta di tenace e fiorente vegetazione; e noi dobbiamo guardare a questa verde vita di rami e foglie e fiori, e non alle pietre che vi stanno sotto”. Quindi dobbiamo guardare al Dante poeta e ignorare il Dante teologo e moralista? 

MV: Non si coglie appieno la grandezza di Dante separando i suoi versi dall’humus da cui derivano e dall’aspirazione a cui il poeta tende. Dante non vuole solo farsi amare per la bellezza dei versi; Dante vuole indicare, vuole educare, vuole ispirare, vuole trasformare il suo lettore, accompagnarlo in un cammino spirituale di salvezza. Croce non vuole vedere queste fondamento, invita a gustare i fiori e godere delle foglie, ma dimenticando le radici, il tronco, i rami e i frutti dell’opera dantesca. Anche perché rifiuta la visione religiosa e teologica del Medioevo cristiano, si limita a un’assunzione storica della sua eredità (il “non possiamo non dirci cristiani”).

 Un’altra frase del saggio “Dante non ritrae il divenire, ma il divenuto, non il presente, ma il passato”, mi ha ricordato una sua osservazione in una intervista televisiva: “Io credo che la forza di Dante e l’originalità di Dante sia nel fatto che lui rappresenta il rapporto vivo con il passato, con il futuro e con l’eterno, ma non con il presente, lui è in conflitto con l’attualità”. Quale è la natura di questo conflitto? 

Dante è profondamente inattuale, critica il presente e dissente dal potere dominante; ama il passato, in forma di nostalgia del Sacro Romano Impero, di memoria storica della tradizione greca, romana e cristiana, di ricordi personali; ama il futuro in forma di profezia, ma anche di proiezione nell’avvenire e di eredità da lasciare; ama l’eterno, e crede che la missione primaria di chi è maestro è, come dice del suo maestro Brunetto Latini, “Voi m’insegnavate come l’uom s’etterna”. Dante viaggia in altri tempi e altri mondi, non si lascia imprigionare dal suo tempo e tantomeno dal nostro. 

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