Il mito? Si è nascosto tra cellulari e spot

veneziani mito

Dall’Eco di Bergamo, due interviste a Marcello Veneziani sul mito e sul suo rapporto con la nostra società nichilista.

Il mito? Si è nascosto tra cellulari e spot

Il nostro sembra un mondo disincantato, secolarizzato, in cui non c’è spazio per ricostruzioni immaginifiche ed emotivamente cariche. A 150 anni da Nietzsche respiriamo tutti una vasta atmosfera nichilista. C’è un mito, però, che resiste – fa notare Veneziani – ed è quello di Narciso, il bel cacciatore della cultura greca antica che s’invaghisce della sua immagine riflessa. Basta guardare il mondo dei social network: «Il mondo sono io, e il selfie lo certifica».

«Il narcisismo “classico” però – dice il giornalista, scrittore, filosofo – era per antonomasia una malattia individuale e singolare, mentre oggi siamo nell’epoca del narcisismo di massa: ciascuno si sente speciale, tutti considerano il mondo come lo sfondo, il display della propria vita. Il mito dell’io, dell'”ego” è il mito portante nella nostra epoca, la convinzione che tutto ruoti attorno a noi: direi che l'”io” è il primo surrogato di mito del nostro tempo».

Lei chiama “mitoidi” queste epiche prét-a-porter: di illusioni ne abbiamo nella testa ancora molte?

Ho l’impressione che abbiamo scacciato dal portone principale i miti nel nome di una cultura illuminista, e questi sono poi rientrati dalla porta di servizio, in forma di contraffazioni. Vivono nella nostra epoca sotto falso nome, collegati soprattutto al mondo dei consumi, alla pubblicità, in cui c’è una rappresentazione mitologica dei prodotti piuttosto lampante, che serve a smerciarli. Ma il mito è vivo anche in molti altri ambiti come lo sport, il cinema, la fiction: è una dimensione più che mai presente, ma lo è in queste forme surrogate. E nell’età del narcisismo di massa, tra mito e mitomania il passaggio è breve.

Già: al grido di “sei un mito”, si vendono automobili, creme anti-rughe, fughe supereroiche nella fantasia… Anche la fiction appoggia i suoi successi a mitografie pseudo-medievali: insomma, davvero non possiamo fare a meno del mito?

Noi cerchiamo sempre veicoli che ci portino altrove. Il cinema, la fiction, ma anche lo smartphone hanno questa funzione: dimostrare che non tutto si risolve in quello che vediamo e tocchiamo, c’è sempre una dimensione ulteriore, epica, eroica, fantastica o semplicemente remota, come quella che possiamo trovare tramite Internet. L’Altrove ci manca, e lo cerchiamo attraverso queste forme degradate.

La vita feriale ci annoia, cerchiamo emozioni più forti.

Il mito caratterizza l’amore, noi mitizziamo la persona amata, la riteniamo unica, insostituibile; il mito costruisce i nostri ricordi, l’esercizio della nostalgia è un’opera di selezione del passato che noi facciamo mitizzandone alcuni aspetti e atmosfere. Il mito ci appartiene. E quando non riusciamo a rielaborare questo rapporto con esso, lo subiamo attraverso le forme superstiziose della mitologia attuale.

Diceva Chesterton: «Quando la gente smette di credere in Dio, non è che non creda a nulla, crede a qualunque cosa».

Ho in mente un’altra osservazione analoga: “Dopo i credenti, verranno i creduloni”.

Più che essere figli di Prometeo, lei dice, oggi siamo in balia di Proteo, divinità delle acque, in grado di assumere qualsiasi aspetto.

Il mito di Prometeo, che ruba il fuoco, la tecnica agli dei per farne dono all’uomo è alla base del grande progresso scientifico e tecnologico. Oggi la ricerca scientifica è applicata all’idea di trasformare se stessi. Siamo diventati esseri mutanti, tutto ciò che muta per noi è positivo, siamo in un’epoca transgenica in ogni senso, dai prodotti orto-frutticoli al corpo umano. Il XXI secolo ha questa vocazione proteiforme, più che a modificare e padroneggiare il mondo ormai pensiamo a riplasmare noi stessi. L’idea di liberarci della nostra natura per inventare un’altra realtà che assecondi il nostro desiderio e la nostra volontà si diffonde: un aspetto inquietante.

In altre sue opere come Amor fati e Nostalgia degli dei dà un punto di vista molto laico: lei sottolinea ii ruolo del destino nella vita, andando controcorrente.

Ho rivalutato la categoria del destino in opposizione alla convinzione che sia il caso, e quindi il caos a dominare tutto. Il destino è un disegno intelligente. La forza dell’uomo è quella di divenire ciò che è, a partire anche dai suoi limiti e imperfezioni; non rigettando ciò che caratterizza il suo essere. Il destino è il senso del nostro limite. Io credo nella “scommessa” di cui parlava Blaise Pascal: noi possiamo ritenere che siamo nati per puro caso, oppure assegnare all’esistenza un significato. Nel momento in cui scegliamo di dare o non dare peso al nostro destino, adottiamo una visione del mondo coerente con questa idea. Scegliere l’una o l’altra strada è un atto razionale, consapevole, di libertà: poi, quando l’hai presa, ti accorgi che tutto torna.

La cultura oggi prevalente ci considera degli esseri vaganti che vivono nell’assoluta libertà, quindi nell’assoluta indeterminatezza. E questo, a mio parere, il seme del nichilismo: quando non c’è scopo, quando tutto è reversibile e tutto può essere il contrario di tutto, ci siamo entrati in pieno. Crediamo di avere il massimo della libertà, ma alla fine ci rendiamo conto di essere i sovrani assoluti di un regno che non ha territorio. E lo scacco estremo della libertà: la libertà sconfinata, da ultimo sconfina nel nulla e quindi si rovescia nel suo contrario. Una libertà smisurata, nella dismisura sparisce: è l’ebbrezza del Nulla».

Carlo Dignola, L’Eco di Bergamo 8 novembre 2019

***

Meglio i miti che i loro surrogati

Marcello Veneziani è un pensatore coraggioso, che si muove agilmente tra figure più o meno vicine a lui (da Evola a Gramsci) e in un suo libro intitolato Alla luce del mito (Marsilio) affronta la questione mitologica con piglio aforismatico e un ricorrente afflato poetico. Chi lo approccia con il filtro dell’ideologia si perde qualcosa di importante che merita una riflessione, anche se non tutto quello che dice è condivisibile.

Al di là però di patenti ed etichette il punto è un altro: come mai abbiamo bisogno di miti? Per capirne di più, anche a fronte della lettura del volume, ho chiamato Veneziani e gli ho fatto qualche domanda, partendo proprio dal perché.

“Il mito fa parte di noi, è una dimensione costitutiva della nostra anima. Senza il mito non ci sarebbero l’arte, la religione, la cultura, anche la politica. Il mito ci accompagna dall’infanzia, un’età mitica che con gli anni diventa nostalgia, e segna i passaggi più importanti delle nostre vite. La nascita e la morte prima di tutto”.

L’inizio, la fine e tutto quanto sta nel mezzo e attraversa quella che Max Weber chiamò Entzauberung der Welt, l’epoca del disincanto, cioè il nostro tempo. In cui, scriveva l’economista tedesco, l’uomo ha la possibilità di “dominare tutte le cose mediante il calcolo”, in modo che l’individuo “non deve più, come il selvaggio ricorrere a mezzi magici per dominare o per ingraziarsi gli spiriti. Ma può sfruttare il calcolo e le risorse tecniche”.

Insomma un mondo profondamente scientifico, matematizzato e tecnico, dove il mito viene demitizzato, ma non del tutto secondo Veneziani: “La scienza chiarisce l’oscurità dei misteri del mondo, sposta i confini dell’ignoto più in là. Ma non risolve il mistero: la scienza nasce dal mito e al mito torna, fra questi due punti c’è un qualcosa di inconoscibile che solo il mito può illuminare”.

La luce del mito illumina il mistero, tuttavia sa anche abbagliare. Accade “quando il mito viene separato da un’analisi critica di se stesso. Allora nasce un accecamento della realtà che è il fanatismo religioso, politico o individuale, la mitomania”.

Mentre illumina, inoltre, il mito lotta con i mitoidi , surrogati del mito “che sono miti contraffatti, falsi miti di cui siamo ostaggi. Prima di tutto la tecnica, rappresentata dal mito di Prometeo”. E poi “Hermes, il messaggero degli dei, padre mitologico del web, e Dioniso, dio del viagra e del prozac”. Come scrisse Bataille “Non voglio che ubriacarmi, vivere […]. Non voglio più avere altra passione che la mia vita libera, la mia danza aspra, spasmodica, indifferente ad ogni ‘lavoro’”. Ed è questa l’impronta del presente, spiega Veneziani, “pieno di narcisi che si vivono addosso, senza impegni di durata, di pensiero, di prospettiva”. L’unica prospettiva è la trasformazione, per cui nella visione del giornalista è il mito di Proteo, cioè di colui che si trasforma incessantemente, la raffigurazione del nostro tempo: “Siamo nell’epoca della trasformazione genetica e del corpo, è bello tutto ciò che si trasforma, la nostra è un’epoca proteiforme. La scienza e la tecnica ci stanno portando dal prometeismo al proteismo. Ciascuno di noi rifiuta la natura, la propria identità e assume la forma che desidera”.

Eppure “prospettiva”, intesa come possibilità di trascendere il presente e percepire un qualcosa che sia oltre il quotidiano, è forse la parola chiave dell’analisi di Veneziani. “I mitoidi non hanno una dimensione sovratemporale, guardano sempre a un eterno presente. Il mito invece travalica il qui e ora, ma soprattutto non è mai individuale. Ogni mito autentico ci fa uscire dalla nostra dimensione solipsistica e ci riporta alla collettività”. Laddove ci sono il bene comune, la solidarietà, le radici e la possibilità di futuro.

Per questo il mito se da un lato alimenta la religione e la politica – iniettando nella cultura e nell’arte la propria orma – dall’altro è un elemento costitutivo della civiltà. “Senza mito una civiltà non regge, è il mito che le dà spessore. Per sopravvivere e prospettare un futuro abbiamo bisogno di credere in un altrove”. Quindi abbiamo bisogno di generare dei miti: “No, i miti ci sono da sempre e sempre ci saranno. Si rigenerano e assumono nuovi significati. Quello che manca oggi è la consapevolezza: dobbiamo tornare a riscoprire i miti per riconquistare quella dimensione dello spirito che stiamo perdendo sempre di più. Siamo persi, spaesati, liquidi come diceva Bauman, addirittura aeriformi se non riconquistiamo le cose fondamentali”.

Eccola qui la condizione umana, che Veneziani racconta indicando con il dito quegli interstizi della realtà che bisbigliano del nostro essere al mondo mitologicamente. Così alla fine mi tornano in mente i “tappetini nuovi” e l’“Arbre Magique” di Pezzali, l’ottusa espressione di stupore di Homer e più di tutti quell’aggettivo mitico cantato da De Gregori. L’immagine di “Uomini nella polvere di una cometa, / uomini nella rete senza una meta” decisamente bisognosi di mito.

Luca Barachetti, L’Eco di Bergamo

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