Albert Camus

Camus, la rivolta come tradizione

«Tutti i continenti si rovesceranno sulla vecchia Europa. Sono centinaia di milioni. Hanno fame e non temono la morte. Noi, non sappiamo più morire né uccidere. Bisognerebbe predicare, ma l’Europa non crede in niente».

Chi legge una frase del genere pensa subito a un autore reazionario e bigotto della vecchia Europa angosciato per il tramonto dell’occidente e spaventato per l’invasione dei migranti. E invece sono parole di un immigrato algerino e di uno scrittore che militò nel Partito Comunista, predicò la rivolta e fu considerato un simbolo dell’emancipazione africana e del socialismo libertario.

Sto parlando di Albert Camus, del quale il 7 novembre scoccherà il centenario della nascita. Le sue parole ancora non conoscevano i massicci flussi migratori dei nostri anni, perché provengono dagli anni ’50. Una bella biografia di uno scrittore romeno, Virgil Tanase, è uscita ora da Castelvecchi (Albert Camus. Una vita per la verità, pagg. 284, euro 22) e traccia la parabola dei suoi 47 anni di vita.

Camus amò la civiltà europea, non «l’Europa bottegaia», e ancor più la civiltà mediterranea e abbracciò la sua difesa presto separandosi dagli intellettuali e politici internazionalisti, comunisti e socialisti. Coltivò un intenso amor patrio distinto dal nazionalismo e declinato attraverso la nostalgia. Fu l’amore di un’assenza e di una lontananza, come si conviene a un emigrato che non smette di amare la sua madrepatria.

«La patria si riconosce sempre al momento di perderla… È il tempo dell’esilio, della vita arida, delle anime morte. Per rivivere ci vuole una grazia, l’oblio di sé o una patria». Camus covò il desiderio di tornare a vivere in Algeria con sua madre perché, diceva, è un paese d’uomini, duro e indimenticabile. Aveva nostalgia del sole e della luce e soffriva il grigiore piovoso di Parigi. Il suo pensiero meridiano planava nella luce e nel mare della Grecia o d’Italia, si sentiva di casa a sud. «Sceglieremo Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa». Amò Roma con la sua luce «rotonda, lucente e morbida» e la portò nel cuore «come un corpo di fontane, di giardini e di cupole, in lei si respira, un po’ oppresso ma stranamente felice».

Si sentì un romano mancato al punto da rimpiangere «gli stupidi e neri anni che ho vissuto a Parigi».

Da ragazzo pensò che il riscatto per chi viene dall’Africa, dalla povertà e dal sud, fosse nel comunismo. Ma presto l’illusione svanì, fu espulso dal partito comunista. Lo accusarono prima di promuovere la cultura delle classi dominanti e di servirsi del teatro che dirigeva per corteggiare le ragazze, poi di rubare i fondi. Quindi le accuse classiche di trotzkismo e infine di essere «uno schifoso fascista».

A sua volta lui accusò il marxismo di aver incitato alla diffidenza verso l’Uomo e di aver ridotto la vita alla sua sfera materiale ed economica, senza considerare il senso spirituale dell’esistenza. L’espulsione dal Pc risale al 1938 ma la frattura si consuma negli anni e poi al congresso per la libertà della cultura, nel 1950, a Berlino. Lui, Léon Blum, Gide, Mauriac, Aron vengono trattati dal Pc e dai suoi intellettuali organici da venduti.

Camus spiegava che è meglio sbagliarsi senza uccidere nessuno e lasciando parlare gli altri che aver ragione nel silenzio e tra i cadaveri.

Feroce e piena di insulti velenosi fu la reazione di Sartre alla sua rottura col comunismo. Altrettanto miserabile fu con lui la compagna di Sartre, Simone de Beauvoir, la quale aveva cercato di portare Camus a letto ma era stata respinta dal giovane algerino. Tanase racconta «i giochi erotici disgustosi» della scrittrice, le liceali attirate nel suo letto e poi dirottate dal suo compagno, e le sue lettere a Sartre in cui rivela con cinismo beffardo le intimità di quelle ragazze smarrite. È l’immoralità come esercizio filosofico, nota Tanase, la depravazione.

Per Camus «la sessualità sfrenata porta a una filosofia dell’insignificanza del mondo. La castità al contrario rende al mondo il suo senso». E Camus era tutt’altro che casto, bigotto e monogamo… Fu ondivago in amore, per lui «non essere amati è solo sfortuna, non amare è sventura». Se fossimo dei, ripeteva con Platone, non conosceremmo l’amore perché l’amore è ricerca e presume imperfezione. È il segno della nostra umanità.

Su un punto Sartre non ebbe torto, quando negava la statura filosofica di Camus. In effetti Camus non fu mai filosofo, ignorava molti testi fondamentali, compreso L’essere e il nulla di Sartre. Non ebbe un Pensiero ma ebbe pensieri vivi e lucenti; colse la luce, l’ombra e l’essenza della vita e delle cose con quella capacità intuitiva e quella mirabile sintesi in folgoranti frasi. Camus ritenne che «pensiamo solo attraverso l’immagine», arrivando a dire «se sei filosofo scrivi romanzi», come fecero sia lui che Sartre.

Camus non si definì un filosofo ma un artista, perché pensava «attraverso le parole non le idee». Anche la sua rivolta e la sua denuncia dell’assurdo colsero la condizione umana ma non assursero al rango di compiute categorie di pensiero. Anzi provò fastidio per la parola assurdo che gli restò appiccicata e maledisse «l’infausta fortuna» del termine.

Camus restò abbagliato da Nietzsche, ma si rivoltò contro il suo amor fati e il suo oracolare «divieni ciò che sei»: l’uomo, diceva invece Camus, è il solo animale che rifiuti di essere ciò che è. Anche la santità per Camus è una rivolta contro la vita così com’è.

Per lui l’anima non ci fu data in origine, ma si crea nel corso della vita in un parto lungo e faticoso. Amò la morale eroica secondo cui è meglio morire in piedi che vivere in ginocchio. La rivolta perde in Camus i tratti della rivoluzione storica e sociale e si fa rivolta interiore e singolare, rivolta esistenziale, morale ed estetica, nel segno neoplatonico della bellezza.

La rivolta viene sublimata nella letteratura e poi si dirada nella luce del paesaggio, nell’incanto della natura estiva, nella magia del mare. Tutto ciò che esalta la vita, nota Camus, ne accresce al contempo l’assurdità. Camus una volta confessò le dieci parole che amò più di tutte nella sua scrittura e nella vita: mondo, dolore, terra, madre, uomini, deserto, onore, miseria, estate, mare.

In quel decalogo riverbera tutta l’umanità di Camus, il suo pensiero meridiano, il suo lessico d’amore e il suo legame con la vita tramite la luce e il paesaggio.

La sua morte precoce, in un incidente stradale, accrebbe la sua fama. Ma la posterità, dice Camus, è solo una ridicola eternità.

MV, Il Giornale 14 ottobre 2013

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