Ezra Pound

Finanza e usura. Quello che Ezra sapeva della crisi.

Se gli americani non fossero ignoranti e smemorati, fieramente ignoranti e volutamente smemorati, oggi ripenserebbero al loro poeta Ezra Pound come la più lucido profeta della crisi economica che stanno vivendo, e noi di riflesso. Quando l’economia si separa dalla realtà, la finanza dal popolo, il denaro diventa fine a  se stesso e il sistema bancario da strumento si fa signore del mercato, allora una società cade nel baratro.

Pound non era un economista e nel suo pensiero lucidità profetica e delirio si accavallano: ma l’intuizione di un meccanismo infernale e la necessità di collegare l’economia alla società e il denaro alla civiltà è qualcosa in più di un semplice precetto moralistico o di un canone letterario.

Vi è l’idea della sovranità popolare della moneta, di cui si innamorò un poundiano nostrano, il giurista Giacinto Auriti, il quale la tradusse in una teoria della moneta che condannava l’esproprio della sovranità popolare a vantaggio delle banche e dell’usura. Dietro la loro inattitudine alle cose pratiche i poeti hanno una divina capacità di penetrare la concretezza della vita. (…)

Come Marx, anche Pound crede che la storia non si capisca senza l’economia e il suo motore, il denaro. E sementendo Freud, il poeta ritiene che alla base dei problemi umani il sesso sia assai meno importante dei problemi economici.

Ma la sua idea, pur partendo da queste basi, ha tutt’altro che un’origine economicista o materialista: la sua invocazione è di rovesciare il rapporto tra il mondo fittizio dell’economia e il solido legame con la terra e con la natura, restituendo alla realtà e alla storia il dominio sul denaro e sull’economia.

Secondo Pound costumi e idee mantengono viva una repubblica, molto più della borsa o del prodotto interno lordo. Non ha difficoltà Pound a perorare un’economia sociale di mercato e una visione politica cesarista e populista. E a innamorarsi per questo del fascismo e del corporativismo, fino alla tragica guerra del sangue contro l’oro.

Quando si parla di Pound, il giudizio sommario su di lui viene liquidato dall’accusa di alto tradimento verso la sua patria; i discorsi alla radio romana durante la guerra, in favore dell’Italia fascista, gli costarono un’umiliante prigionia in una gabbia nel campo di concentramento di Coltano e 13 anni di manicomio criminale. (…)

Pound è un nostalgico dell’America dei primi sessant’anni di vita, quando era ancora, a suo dire, una civiltà: l’America di Jefferson e degli Addams (che non sono la celebre famiglia macabra, ma due importanti presidenti americani delle origini).

Secondo il poeta, l’America si sarebbe poi avvelenata seguendo la teoria filobritannica di Hamilton che indebitò il popolo americano e lo asservì al potere dell’usura; e dopo il trauma della guerra civile votata all’ignoranza smemorata delle sue origini. Vi è in Pound la curiosa idea che il cuore della civiltà americana avesse una consonanza con la civiltà latina e mediterranea, con Dante e Cavalcanti, ma anche con Confucio, più che con il mondo britannico.

Pound l’americano è un nostalgico dell’Europa. Il passaggio nefasto è tra una civiltà musicale e una società fondata sulla matematica, ma non in senso pitagorico o platonico, bensì nel senso della contabilità. Pound rimpiange il tempo in cui la lingua latina era corrente nei testi, fino a rimpiangere una diffusione improbabile del latino tra la gente in America fino la 1820.

Pound sogna una civiltà totalitaria, nel senso in cui ne parlava in Italia Giovanni Gentile; e non nel senso efferato e oppressivo di cui oggi parliamo a proposito di totalitarismo, collegandolo alle feroci esperienze nazista e comuniste.

Utopia e veggenza si intrecciano in Pound, come lucidità e demenza. L’aspirazione di fondo è una società fondata sul bene comune e ispirata a un ordine intelligente dell’universo. Un’idea espressa da San Tommaso e ripresa nel ‘900 da un sodlae di Pound, il poeta cristiano Thomas Stearns Eliot.

Una visione gerarchica della realtà, ove però la gerarchia non si oppone all’uguaglianza, come diffusamente si sostiene; ma all’irrealismo, cioè all’artificiosa e manichea opposizione tra un paradiso immaginario e l’infernale realtà.

Per Pound tutto quel che esiste merita di esistere, ma ogni cosa secondo il suo rango, ordinata in una gerarchia di esseri e di beni, come avrebbe detto San Tommaso. Il bene comune precede gli interessi egoistici, e la civiltà ha la priorità sulla finanza.

Dietro la buccia visionaria si nasconde in Pound un nucleo di verità: il tentativo di ritrovare il sacro a partire dalla realtà, la convinzione che la scala verso la verità abbia gradini naturali e piani soprannaturali. L’inattualità radicale di Pound ha un cuore attualissimo. “I poeti”, diceva Percy Shelley, “sono gli ignorati legislatori del mondo”.

MV, Libero 16 dicembre 2008


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