Fernando Pessoa

Pessoa, sospeso tra il genio e la follìa

Pessoa è l’unico poeta in rima baciata con la città in cui nacque e morì, Lisboa.

Fernando Pessoa nacque nel 1888 e morì a 57 anni, il 30 novembre del 1935. Visse nascosto e scrisse mascherato sotto una valanga di eteronimi. E’ un poeta gigantesco pur nella sua minuta sagoma; poeta filosofico, epocale ed esistenziale. Descrive la condizione contemporanea come pochi, pochissimi, quasi nessuno. Occhio penetrante, tristezza portoghese che scruta l’oceano del nulla, inattitudine alla vita ma capacità di penetrarla nell’intimo della sua essenziale vacuità.

Il suo testo più bello è il Libro dell’Inquietudine, in assoluto tra i libri migliori del Novecento.
Uscì postumo, per la prima volta trent’anni fa; in Italia arrivò nel 1986 con Feltrinelli, poi tornò arricchito vent’anni dopo con Newton Compton, ora riesce in edizione critica da Einaudi. Mi trattengo con pena dal citare suoi passi, tra i tanti da me sottolineati, che splendono di una luce triste ma acuta, effondono la melanconica bellezza della verità nel suo inutile sfrecciare davanti ai suoi occhi sconsolati.

Asceta lievemente autistico di una religione a misura d’individuo, per mondi solitari, Pessoa è sospeso tra il genio e la follìa e rende conto di questa alternanza schizoide in una marea di appunti raccolti in Il libro del genio e della follìa.

Anche questo libro in realtà è un magazzino di materiali, come Il libro dell’Inquietudine e Una sola moltitudine, una soffitta dove sono ammassate come bambole e velieri le sue ossessioni in forma di pensieri, le sue analisi della mente umana e dell’epoca in cui visse.

Quegli appunti offrono una visita nelle stanze cerebrali del poeta, nell’officina dove si forgiano ancora grezzi i suoi pensieri, vedono la luce e poi precipitano nell’oscurità dell’inedito. Anche qui mi trattengo dal citare, sarebbe una dolorosa selezione. Alcune di queste pagine erano già in Le parole sono corpi tattili.

A voler comporre questo itinerario nel pensiero di Pessoa, si può aggiungere un altro testo di Pessoa di grande bellezza filosofica, L’educazione dello stoico, che uscì da Einaudi nel 2005. L’insieme di questi frammenti si può definire come lo Zibaldone di Pessoa, simile a quello leopardiano. Ma sono tanti i florilegi e le citazioni di Pessoa in giro.

Poi c’è il Pessoa del Faust e delle raccolte poetiche sotto nomi diversi; c’è il Pessoa narratore, il Pessoa esoterico stregato dall’occulto, c’è il Pessoa che canta l’amore – illusorio, essenziale e incomunicabile- ; c’è il Pessoa che scrive di politica, commercio e storia patria, c’è un Pessoa poco noto, nazionalista mistico, conservatore anarchico e monarchico. Per i più Pessoa è il “poeta fingitore”, fidanzato di Ofelia, alter ego di Antonio Tabucchi, quasi confuso col suo Pereira; la sagoma seduta a un bar di Lisbona, il poeta cantato da Roberto Vecchioni ne Le lettere d’amore e da Lucio Dalla in Malinconia d’ottobre.

Col passare del tempo Pessoa si è liberato dal cliché in cui lo aveva ingabbiato Tabucchi (a cui va il merito di averlo fatto conoscere in Italia) e ha cominciato a camminare senza mediazioni e letture storico-politiche riduttive (l’anti-Salazar).

Pessoa è stato restituito alla sua solitaria moltitudine, se si considera la pletora di eteronimi con cui si è firmato e che rendono arduo decrittare la sua opera e le sue ramificazioni. Perché questa sua predilezione a trincerarsi dietro tanti nomi e tante biografie fittizie? Per sparire e moltiplicarsi. Per solitudine e per farsi compagnia, fino a far comitiva da solo in un mondo parallelo, onirico e veggente. Per poligamia delle idee e infedeltà alle proprie fissazioni. Per timidezza plurima aggravata. Per narcisismo masochistico di un ego che si moltiplica ma poi si punisce negandosi.

Per integralismo narrativo, nel senso che anche l’autore è compreso nella finzione narrativa, è dentro il racconto, immaginario pure lui. Per una specie di pirandellismo applicato anche all’autore e non solo ai suoi personaggi – uno nessuno centomila – soggetto labile di un relativismo assoluto. Perché ogni io è la maschera provvisoria di un Io Trascendentale. Per schizofrenia, paranoia, disturbi della personalità, isteria e mimetismo; il genio, spiega lo stesso Pessoa, è un disadattato. Probabilmente ogni ipotesi qui affacciata può andar bene per ogni singolo eteronimo usato da Pessoa.

Lui, nei suoi appunti sul genio e la follia, spiega che “L’origine mentale dei miei eteronimi è nella mia organica e costante tendenza alla spersonalizzazione e alla simulazione” e poi aggiunge “Fin da bambino ho avuto la tendenza a creare intorno a me un mondo fittizio, a circondarmi di amici e conoscenti che non sono mai esistiti”. E poi: “Da quando mi conosco come colui che chiamo io…”, quasi ipotizzando che l’io sia un’illusione ottica, una conoscenza presunta.

Si ha l’oscura percezione che Pessoa dubiti dell’esistenza di Pessoa, cioè di un sé vero e distinto dai suoi eteronimi e dalle ombre che lo circondano. L’io appare ondeggiare tra realtà e finzione, costretto a cercare la verità nella finzione o tramite la finzione. E’ solo un gioco narrativo o è la sua visione del mondo? “Non so niente. Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo”. Pessoa è solo una buccia, una scatola anonima che contiene tesori.

​A guardarlo con gli occhi di oggi, Pessoa sembra prefigurare il nostro tempo che sconfina nella fiction e nel virtuale, dove il reality mangia la realtà, dove i nickname, gli avatar e le mutevoli figurazioni dell’io nel liquido regno del web sembrano davvero formare un pessoismo di massa. Ma non è solo per gusto aristocratico o passatismo letterario se preferiamo l’originale, unico e solitario, alla moltitudine dei suoi succedanei che ci circondano.

Forse la differenza tra l’originale e le sue copie inconsapevoli è che lui aveva una personalità multipla e inquieta mentre loro non ne hanno neanche una, ma si rifugiano in maschere di passaggio e da passeggio. Pessoa cantò gli dei perduti e gli eroi perdenti, il cielo svanito e il destino muto. Per Pessoa “la letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”.

In mancanza di cieli a cui far ritorno, non resta che scrivere e abitare le pagine, il nostro altro regno. Pessoa chiese gli occhiali e si addormentò, fra le braccia dei suoi angelici eteronimi.


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