A Natale anche il Covid diventò buono

Stanotte ho fatto un sogno che mi ha dato quella serenità negata nel giorno. Ho sognato che a Natale anche il virus diventava buono. No, non era una favoletta per bambini un po’ cretini ma un’evoluzione comprovata dalla scienza e dall’esperienza. Il covid mutava radicalmente la sua carica virale.

Tutto era nato quasi per caso da un curioso esperimento clandestino fatto da un ristoratore. Dopo aver osservato con grande insuccesso tutte le prescrizioni governative – prima i tavoli distanziati, poi le separazioni col plexiglass, poi i tavoli ridotti a sei persone, poi l’orario ridotto, poi niente cena, poi niente tutto – un ristoratore risultato positivo decideva di aprire il suo ristorante solo a gente positiva come lui. Faceva tavolate con 24 posti, tutti appiccicati, e banchetti tra chi – diceva – non ha nulla da perdere. Il risultato era sorprendente, la situazione non solo non peggiorava ma addirittura migliorava. Sarà perché l’umore era migliorato e la depressione è la principale alleata del deficit immunitario; gli anticorpi si erano rimessi in moto, l’organismo reagiva. In massa. Sarà perché si avvicinava Natale e si faceva il presepe con tante pecorelle, ma l’immunità di gregge, almeno intorno alla sua capanna, sembrava funzionare. Ma la svolta avvenne quando si infilò tra loro, spacciandosi per positivo, qualcuno che positivo non era. Succedeva una cosa strana. Anche lui presto risultava positivo e tornando a casa rapidamente infettava sua moglie: ma appena il virus colpiva sua moglie, abbandonava il marito. Intendo il virus, non la moglie (e qui ciascuno è libero di commentare: per fortuna o purtroppo). Alla moglie succedeva la stessa cosa: appena aveva infettato sua madre, lei si era liberata del virus. E anche qui potrete sperare che la catena si fosse fermata alla suocera: invece anche lei l’aveva trasmesso al salumiere e se ne era sbarazzata. Un po’ come il gioco del cerino o il ballo della spazzola.

Alla fine, i risanati ne parlarono ai medici. Condotti in laboratorio si scopriva una cosa favolosa: il virus si era modificato, era diventato transitivo. Non l’immunità di gregge, come dicevano gli inglesi e gli svedesi. Ma una specie di virus infedele, viaggiante, che si posava come un’ape di persona in persona, e abbandonava uno appena si posava su un altro. Il contagiato si decontaminava contagiando un altro.

Fu allora che avvenne il miracolo: la terapia doveva a questo punto capovolgersi. Non più distanziamento sociale e isolamento, non più mascherine e protezioni sanitarie, disinfettanti e menate varie. Ma il contrario: favorite il passaggio del virus, scaricate il covid come un app qualsiasi, sul prossimo, a cominciare dalle persone più care. Una liberazione a catena.

Folle di persone, vecchi e bambini uscivano felici dalle loro case e prendevano ad abbracciarsi e a baciarsi come non succedeva da tempo; gli assembramenti erano cercati, la movida riesplodeva in tutto il suo furore, gli aperitivi si passavano di bocca in bocca, sperando che ci avesse sputato dentro pure il cameriere; tavolate strapiene di gente azzeccata gremivano i ristoranti. Il vino si beveva direttamente alla bottiglia, per trasmettersi il virus con l’ebbrezza. La gente al sud riprendeva l’abitudine di toccarsi e fiatarsi addosso; l’unica controindicazione tornava ad essere l’aglio o la cipolla. Sarà perché si sentiva l’aria di Natale, ma la gente alitava come il bue e l’asinello. Anche al passeggio la gente si mandava il virus come si faceva un tempo con i baci, soffiando nel cavo di una mano e poi rivolgendolo al destinatario, che lo afferrava a pieni polmoni e pieni labbroni, ricambiando affezioni e infezioni.

Si diffondeva anche in popolazioni schive il saluto col bacio in bocca, alla russa, tipo quelli di Breznev ai burosauri del Pcus; baci con la lingua anche tra gente etero dello stesso sesso e dello stesso partito.

Un nuovo dpcm dettava regole severe di avvicinamento, prescrivendo ore di affollamento in piazza, mescolanze e promiscuità di ogni tipo, respirazioni bocca a bocca, perfino leccatine alle banconote passate di mano, come si faceva un tempo sulle buste e i francobolli.

Il presidente della repubblica lanciava a reti unificate un accorato appello agli italiani per esortarli a strusciarsi e rotolarsi insieme, avvinti come l’edera. E concludeva: pomiciate, pomiciate tutti, con la lingua. Il governo ripristinava la tassa sui single: chi si isola fa male anche a te, mettilo in mezzo.

Nelle case dalla quarantena si passò alla quarantina, il numero minimo per le feste. Le chat si rifacevano dal vivo, i social si facevano socievoli, la gente tornava a parlarsi de visu e de panza. Stadi pieni, sale del cinema traboccanti, discoteche affollate, i buttafuori buttavano dentro chiunque fosse di passaggio per contaminarlo. La gente si starnutiva addosso e si tossiva in faccia e i dirimpettai ringraziavano commossi: Salute! Si, era tutta salute, accoglievano il virus con tutti gli onori, per poi renderlo subito al parente. Il Papa esortava i fedeli: rimetti a noi i nostri virus come noi li rimettiamo ai nostri untori. Si stabilirono tabelle per i crediti e i debiti di virus per ogni cittadino; i grillini proposero il virus di cittadinanza. Appena si vedeva un virologo in tv, non ci si grattava più lo scroto né si facevano gli scongiuri ma si brindava euforici alla sua salute. Il virus fu acclamato come un dongiovanni, ricercato come Figaro: “tutti mi vogliono, donne, ragazzi, vecchi, fanciulle”. Tornavamo ad essere una comunità, gente socievole, affettuosa. Così il covid fu ribattezzato da allora in poi coronavirtus.

MV, Panorama n.48 (2020)

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