Abolite la Rai

Ma a che serve la Rai? Non fa servizio pubblico da svariati anni, non produce programmi di qualità per far crescere civilmente e culturalmente l’Italia, non inventa nulla di nuovo come format, autori, registi, giornalisti, artisti, linguaggi, ma importa, copia, ripete; non valorizza i talenti ma deprime i migliori, e con lo stupido comunismo di ritorno della Livella imposta agli emolumenti, fa scappare le residue star; sceglie sempre di farsi guidare dai mediocri e dai servili, ogni capo non deve avere attitudine al comando ma al servilismo, deve saper usare non lo scettro e la frusta ma il tappetino e la livrea.

Ogni assetto nuovo è la brutta copia di quello precedente, ogni nomina è nel segno del peggioramento della specie. La Rai vive da tempo una degenerazione progressiva, inarrestabile.

In compenso costa ancora un botto, ha decine di migliaia di dipendenti e collaboratori inerti, fantasma o sottoutilizzati, sedi regionali affollate, e poi ere geologiche di direttori, stratificate dai tempi della prima repubblica in poi, fossilizzati nelle poltrone con stipendio e benefits ma con l’obbligo di non fare nulla.

In più produce veleni, polemiche e patti mafiosi tra capi, capetti, partiti, per spartirsi il feudo e industriarsi a individuare il servo multiuso, quello che riesce comodo a più padroni politici.

Si preferiscono direttori inciuiciosi che sappiano usare correntemente almeno quattro lingue: una per leccare Renzi, una per slinguazzare la sinistra, una per compiacere Berlusconi e una per linguettare qua e là le opposizioni.

Per anni ho difeso il ruolo della Rai come servizio pubblico e prima azienda culturale del Paese, ci ho lavorato, ho seppur brevemente avuto un’esperienza ai suoi vertici, ho studiato e scritto progetti di riforma e ho persino tentato di realizzare qualcuna.

Ma posso dire, anche al lume dell’esperienza diretta, che la Rai è irriformabile, o meglio si ri-forma continuamente uguale a sé stessa, rigida e inamovibile, non riesce a pensare il futuro, non riesce a decidere, a cambiare, a innovare, a premiare i migliori, a selezionare, e tantomeno a educare, a far crescere culturalmente e civilmente il Paese.

È solo la copia lenta delle tv commerciali con tutti i limiti della Tv di Stato in mano ai Partiti. Sul piano dei contenuti si limita a gestire l’ovvietà, come una specie di Mattarella dilatato a reti unificate; amplifica il politically correct, scopre l’acqua calda ed elogia i più stucchevoli luoghi comuni, è la principale industria del conformismo di massa, in più smarchetta aum-aum in favore di amici e potenti.

E ha una struttura obsoleta. Ci vorrebbe al suo vertice un vero manager come amministratore delegato e un vero direttore editoriale che si curi dell’intrattenimento e dell’informazione. Invece non ha manager né esperti di tv, ma giornalisti ovunque, alla presidenza, alla direzione generale e nel cda, che andrebbe soppresso (lo capiì quando ne fui dentro e lo dissi appena ne fui fuori).

Se non cambia radicalmente verso, se non si sottrae ai partiti e ai regnanti, meglio venderla ai privati. Che senso ha tenere in vita un pachiderma così malmesso e così litigioso, che è la fotografia di un Paese in degrado?

Svendetelo a tranci, il Bestione; o in blocco, come un’Alitalia due. E poi disperdete di entrambi le ceneri nell’etere…

MV, Il Tempo 12 giugno 2017

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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