C’è un modo per affrontare il mal francese?

Il mal francese. Ne soffrono in tanti e non solo in Francia; anche da noi, e in tutta Europa. In sintesi si potrebbe dire che il modello d’integrazione francese non funziona, e da tanto. Rivolte, malesseri diffusi, crisi di rigetto, terrorismo: la seconda ondata del fanatismo islamista che va sotto il nome di Daesh o Isis, fu soprattutto di matrice francese. La Francia è una polveriera, e non solo sulla questione migranti ma come si è visto negli ultimi anni, su tante questioni sociali ed economiche, dai gilet gialli agli allevatori, dai pensionati ai ragazzi e a una serie di rivendicazioni che hanno a lungo sfibrato il tessuto francese. A fronte di una società in ebollizione, la Francia è guidata da un presidente impopolare, estraneo alla storia e alla realtà popolare francese, sgradito ad autoctoni e migrati. Macron regge solo perché il voto disperso tra destra di Le Pen, moderati e sinistra-radicale, non è componibile. Ma due terzi dei francesi e anche più non lo vogliono.
La prima cosa che succede davanti a questi scontri, è la radicalizzazione: gli islamisti trascinano dalla loro una parte di immigrati moderati e una fetta della sinistra che nel nome del malessere socio-economico sposa la rivolta delle banlieue. E all’opposto le violenze, gli attacchi alla polizia, alla proprietà e all’ordine pubblico allargano il fronte nazionale di Marine Le Pen, primo partito in pectore della Repubblica francese (lei è molto mutata negli anni rispetto all’impianto originale).
Così il mal francese diventa la bomba a orologeria piazzata in Europa. Arriva Matteo Salvini e applica a livello europeo quella che fu la strategia vincente in Italia di Berlusconi: i moderati si alleino ai radicali, all’epoca destra nazionale e leghisti, i popolari facciano fronte coi popolani e i populisti, contro le sinistre e i “poteri forti”. Ineccepibile sul piano lineare della logica politica ma deflagrante sul piano delle alleanze. Si sa che un’alleanza di questo tipo vincerebbe in Europa, avrebbe larga maggioranza nell’euro- parlamento e tirerebbe la volata a Le Pen, o chi per lei, all’Eliseo.
Ma è praticabile? E’ possibile cioè che i popolari tuttora alleati dei socialisti nel Parlamento europeo e partecipi da tempo di quel Centro-sinistra che è la formula di governo dell’Europa, nonostante la svolta a destra di quasi tutti i paesi europei, ed è la traduzione politica dell’establishment, accettino questo cambio di alleanze? Difficile. Al più riescono a dire, come Antonio Tajani, che l’alleanza tra popolari e conservatori, diciamo tra Von Der Leyen e Meloni, si faccia, aggregando pure altre forze, ma tenendo fuori la destra lepenista francese e quella tedesca. Tu, Matteo, puoi entrare, i tuoi amici franco-tedeschi no, dice Tajani.
La Meloni, intanto, non dice, perché sa che se si schiera con Salvini perde il suo ruolo di collante europeo, fa saltare la tregua di vicinato con Macron, rischia di avere problemi non solo in Europa, seppure con gran consenso popolare. E viceversa, se sceglie la linea di Tajani, si scontra con Salvini e indebolisce il suo governo, s’inimica buona parte del suo elettorato, allarga il divario con le destre europee, dopo essersi già allontanata da Ungheria e Polonia. Insomma, il mal francese rischia d’incartare l’Europa. E di lacerare la destra tra una posizione coerente e popolare e una posizione prudente e gradita all’establishment ma non alla gente.
Da che parte andare? Provo a indicare una terza via: quando due valide ragioni strategiche portano in direzioni opposte, anziché darsi all’una e negarsi all’altra, meglio cambiare gioco e tornare alla realtà. Dunque, prendiamo il mal francese di questi giorni: siamo sicuri che si debba solo rispondere con la polizia e con gli (impossibili, ormai) rimpatri massicci d’immigrati? O viceversa che tutto si risolva “ascoltando” gli insorti, andando incontro alle loro richieste? Non è possibile tentare di fare entrambe le cose, e soprattutto salire di livello nell’analisi e nella strategia? Mi spiego. Inutile giocare il derby francesi-islamisti o ricchi-poveri schierandosi da una parte. Il tema di fondo è che una società liberista e capitalista nella sua pratica, progressista e inclusiva nei suoi precetti, non riesce a governare le società e a garantire europei e migranti. Occorre un modello sociale, nazionale, europeo imperniato sull’identità e il primato dei popoli rispetto alle oligarchie in alto e il consumismo in basso, in cui sia offerto un patto di cittadinanza, un’integrazione di diritti e doveri, una sintesi di amor patrio e politica sociale. E il rilancio di un’identità nazionale, europea, cristiana, non contro l’altrui identità. Nei confronti degli islamici si adottano ancora due linee, entrambi sbagliate e perdenti: quella di chi si vergogna della propria civiltà e cancella i suoi simboli per rendersi più accogliente. E quella di chi brucia il Corano, perché all’intolleranza si risponde con l’intolleranza.
Il vero passaggio è rispettare tutte le identità e le religioni, ma a partire dalla propria; e accettare l’identità altrui fino a che non sia in aperto contrasto con le norme di legge e le consuetudini europee.
Da cui discende una linea precisa: da un verso difendere l’ordine pubblico senza esitazioni, frenare i flussi migratori perché abbiamo già raggiunto, come si vede in Francia, l’overbooking, e la situazione diventa incontrollabile; promuovere politiche della natalità e favorire scelte identitarie e culture tradizionali. Dall’altro garantire pienezza di diritti a chi accetta obblighi e doveri e riconosce di essere in un paese di altra tradizione, con tutto quel che comporta; avviare politiche sociali avanzate, adottare nuove carte del lavoro, dare priorità agli interessi pubblici, popolari, nazionali su quelli privati e in generale sulle logiche di profitto.
E su un programma del genere proporre ai popolari da una parte e ai lepenisti dall’altra, una possibile intesa “asimmetrica”. Facile a dirsi, difficilissimo a farsi. Ma è leader chi sa tracciare nuove vie. Se non si tenta questa strada vince il mal francese e si resta a elogiare chi brucia o a consolarsi bruciando il Corano.

La Verità – 5 luglio 2023

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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