Chi minaccia la libertà in Italia?

Ma davvero la libertà è in pericolo nel nostro Paese col governo Meloni? A dirlo, in verità, sono in pochi, e molti di quei pochi non ci credono nemmeno loro, lo dicono per una sorta di offesa d’ufficio, come c’è la difesa d’ufficio. Pochi scalmanati lo gridano nelle piazze, pochi partigiani lo ripetono sui giornali o dall’opposizione; il resto è recita e ipocrisia, gioco di ruolo. Eppure a leggere i titoloni de la Repubblica degli Elkann-Agnelli e di alcuni giannizzeri sembra davvero che viviamo sotto un regime simil-fascista o semi-putiniano. Solo ieri al cinema ho visto una filiera di trailer di film antifascisti e antimeloniani…

Si può avere un giudizio critico, negativo, pessimo sul governo Meloni ma parlare di regime è davvero ridicolo, insensato. La critica più ricorrente rivolta alla Meloni è semmai di segno opposto: di essere la prosecuzione del governo Draghi e di non discostarsi dall’establishment interno-internazionale, euroamericano; anzi di rappresentare per certi aspetti – si pensi all’Ucraina e a Israele- la punta più radicale di quella stessa linea.

Ma entriamo nel merito dell’accusa, ripercorrendo i punti salienti su cui è poggiata. La prima prova sarebbe l’occupazione dei posti di potere. Accusa ridicola, se si considera che le (poche) poltrone finora sostituite sono poca cosa rispetto alle tante poltrone da tempo occupate da gente collocata dalla sinistra, dal Pd nelle sue varie epoche. Credo anch’io che i meriti e le capacità contino poco nelle nomine, comunque meno dell’affiliazione; ma è un male che ci portiamo da una vita, non certo a partire dal governo Meloni. Il vero problema non è di libertà e pluralismo, ma di mafia e amichettismo, che sono poi i succedanei beceri e meschini dell’egemonia culturale. Amichettismo è una definizione carina di Fulvio Abbate; ancor peggio è il suo rovescio, il “nemichettismo”, ovvero le piccole congiure contro chi non è della combriccola, che viene subito squalificato e denigrato a mezzo stampa dal circoletto dei titolari esclusivi e legittimi del potere o dai loro famigli. C’è una setta imperante nel nostro paese che non accetta alternanza, pluralismo e spoil system, ma si ritiene investita per diritto divino dal potere e non scade nei suoi incarichi nemmeno se supera la soglia della decenza o dei 70, 80 e magari 90 anni. Peraltro la Repubblica che denuncia la censura e la limitazione della libertà, da anni cancella e finge di non vedere autori, opere e iniziative reputate “di destra”. 

L’accusa conseguente è la presunta persecuzione degli oppositori. Si tentò prima di far passare la fuga a suon di soldi di Fazio&C dalla Rai alle reti privati, o dalla Berlinguer a Mediaset (assurta a grottesco riparo per i fuorusciti) come una prova delle purghe meloniane. E c’è chi, come Roberto Saviano, vescovo celebrante del culto di Michela Murgia, ritiene che se offendi e disprezzi i governanti in carica e questi rispondono polemicamente o querelano per diffamazione, sei vittima e martire del becero regime poliziesco, nazifascista e repressivo instaurato dalle squadracce meloniane. Nessun dittatore di fronte a un accusatore che pesantemente lo insulta, si limita a polemizzare con lui, o si appella alla magistratura in caso di diffamazione; ma soffoca il dissenso e colpisce i dissidenti direttamente, senza appellarsi all’opinione pubblica o a un potere arbitrale. 

Lo stesso meccanismo scatta nell’accusa di complicità del governo meloniano con la dittatura di Orbàn in Ungheria. Se un gruppo di fanatici violenti nostrani va all’estero a spaccare la faccia a chi non la pensa come loro, e uno di loro viene arrestato, passa per vittima di una dittatura; e viene considerato complice il governo nostrano se non costringe il governo ungherese a violare l’indipendenza della magistratura e contro il parere dei giudici, a rimettere in libertà o restituire all’Italia chi è accusata di questo crimine. Il mondo viene presentato a rovescio: chi aggredisce (o quantomeno fa parte del gruppo aggressore) diventa vittima e martire; chi è aggredito è considerato invece un criminale, solo per le sue idee; e la magistratura, le forze dell’ordine che imprigionano gli aggressori sono considerati al servizio della spietata dittatura (strana dittatura, rieletta più volte con ampio voto, libero e democratico e con libere proteste antigovernative in piazza). L’unica cosa che legittimamente va condannata è l’uso dei ceppi quando l’imputata è stata portata in tribunale (dove peraltro era ridente, presto liberata dalle catene e in ottima salute).

Insomma la dittatura meloniana sarebbe comprovata dal mancato scontro con la presunta dittatura ungherese; peraltro non c’è paese al mondo, né oggi né ieri, che non abbia rapporti con regimi dittatoriali, e perfino sanguinari. Ma Orbàn no, è il Male Assoluto.

Ma la madre di tutte le accuse di regime resta la Rai. Notate un cambio di regime nei tg e nelle reti Rai? Penso proprio di no, se ci riferiamo ai contenuti, orientamenti, programmi, autori, fiction, conduttori, format; sono rimasti quelli di prima. Se invece ci riferiamo alla linea politica e agli spazi dedicati ai politici, è vistoso il cambiamento, come è sempre stato nella storia della Rai. In realtà i governi in carica si preoccupano di avere un trattamento favorevole per loro; ma sui temi sensibili, storici, culturali, civili e morali, la linea è rimasta invariata, è sempre quella.

La mobilitazione degli ultimi giorni riguarda la dichiarazione di Ghali a Sanremo sul genocidio in Palestina. È fastidioso che un cantante per farsi bello e far parlare di sé, usi il palco per questi pronunciamenti, ma è stato inopportuno il comunicato critico dei vertici Rai verso il cantante, in seguito alla protesta dell’ambasciatore d’Israele. La strage di Gaza è in corso, miete migliaia di morti, tra civili e bambini; non si può tacere o negare. Però l’ad della Rai ha fatto una nota critica alla luce del sole per dissociare l’azienda dalla frase del cantante; intervento fuori luogo, ne convengo, ma non c’è stata censura o imposizione. Sulla linea dei tg su Gaza o sull’Ucraina, personalmente dissento, ma non mi pare una novità introdotta dal governo attuale; è la linea dominante non da oggi e non solo in Italia. Anzi va detto che il governo Meloni chiede a Israele, come gli Usa, di fermare la mattanza e avviare i negoziati. Un conto è eliminare Hamas, un altro è accanirsi sul popolo palestinese.

La libertà nella nostra epoca corre rischi seri ma provengono dalla Cappa e dalla rete di poteri, ideologia e conformismo, servitù finanziaria, giganti del web e sorveglianza tecno-sanitaria; non certo dalla melonicrazia.

La Verità – 18 febbraio 2024

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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