Chi sono i veri nemici dell’integrazione

Chi sono i veri nemici dell’integrazione
Ma cos’è per voi “l’integrazione” al di là della retorica corrente? Qual è la premessa indispensabile per generare l’inclusione? E cosa vuol dire davvero riconoscere la cittadinanza attraverso il rispetto della Costituzione? Integrazione, inclusione e costituzione sono i cavalli di battaglia che da anni vengono ripetuti nella società, nella scuola e nei luoghi di lavoro per difendere gli emarginati, gli esclusi, i non garantiti, e in generale per accogliere i migranti. Ma quando poi esci dall’esercizio retorico e dalla professione ideologica, la premessa all’integrazione, all’inclusione e alla cittadinanza è evidente quanto necessaria: devi conoscere la lingua del paese in cui vuoi integrarti per sentirti incluso, e devi conoscere e rispettare le basi elementari del suo vivere civile scritto nella sua Costituzione.
Qui, invece, avviene un assurdo cortocircuito: ogni volta che si comincia col preliminare – conoscere la lingua italiana – scatta l’accusa di discriminare, di escludere, fino al razzismo. Chi chiede che gli immigrati o gli studenti venuti da lontano conoscano almeno la lingua italiana per essere cittadini e per integrarsi nel tessuto sociale e lavorativo come nelle scuole, viene accusato di promuovere addirittura “la difesa della razza”.
Ma come puoi integrarti in una società se non capisci le parole, come puoi non sentirti escluso se non sai comunicare in quella lingua? E come puoi davvero sentirti cittadino di uno stato se non conosci in grandi linee e non rispetti i suoi fondamenti? Chiacchierano tanto di “patriottismo della Costituzione” ma quando lo si deve dimostrare coi fatti e si chiede a chiunque faccia domanda di ammissione alla cittadinanza, di riconoscere la Costituzione e rispettarne i diritti e i doveri basilari, come ogni cittadino, allora insorge l’accusa di voler creare ostacoli per rifiutare la cittadinanza e magari procedere all’espulsione. Così come un immigrato giunto da noi per vie irregolari, se dopo un periodo di permanenza che può essere ben ponderato, non risulta avere un’attività, un lavoro con cui si mantiene, non si è integrato, non può essere a tutti gli effetti cittadino, anche perché si pone il problema di come si procura i mezzi per vivere.
Le obiezioni preliminari e collaterali le conosciamo tutte, e alcune sono ragionevoli, e perfino fondate: si dirà che qualcuno solleva il problema solo per ragioni demagogiche e in tempi pre-elettorali, e avrà ragione esattamente come ha ragione chi sostiene che chi rigetta quel problema e dichiara a priori la necessità di integrarlo e di riconoscerlo come cittadino, lo fa per ragioni demagogiche ed elettorali. Si dirà poi che risulta in pratica difficile sia istituire un percorso di integrazione e di inclusione attraverso la conoscenza della lingua italiana e dei fondamenti costituzionali, sia un percorso di espulsione o remigrazione in caso ciò sia rifiutato. Vero, ma la difficoltà di far osservare la legge, non è una buona ragione per cancellarla, per stracciare i codici civili e penali. E non c’è un diritto alla cittadinanza che possa precedere il diritto, cioè l’accettazione dei diritti e dei doveri elementari su cui è fondata una società.
I gradi necessari per integrare, includere e dare cittadinanza, sono i seguenti: conoscere e usare la lingua del paese in cui si chiede di essere accolti, almeno nei suoi modi essenziali per intendersi e per intendere; conoscere e rispettare i fondamenti giuridici di quella società e i suoi costumi; riconoscere e non disprezzare i fondamenti religiosi, morali, civili e storici di quella nazione. Riconoscerli, naturalmente, non vuol dire osservarli; si può essere estranei a quei principi, come del resto lo sono anche tanti cittadini, ma non possono essere calpestati e negati. L’esempio più elementare: davanti a un crocifisso in un luogo pubblico, un cittadino che non è cristiano o non è credente, ha il diritto di non farsi il segno della croce, di non condividerne il culto o il significato; ma non può disprezzarlo e sentirsi ferito dalla sua presenza. Qui vale un elementare criterio di reciprocità: nessun europeo di buon senso si sente offeso se in un paese islamico vi sono simboli, pratiche e culti che appartengono da secoli a quel mondo. La stessa cosa deve valere anche per chi viene da noi.
Queste osservazioni sono le stesse che si facevano agli inizi dei grandi flussi migratori, nel secolo scorso; ma non c’è ragione di ritenerle superate o addirittura disdicevoli per una società aperta. Al contrario, una società aperta è garantita da questi prerequisiti di cittadinanza, altrimenti genera muri, ghetti e barriere al suo interno. Certo, poi se i nativi di un paese disprezzano la loro lingua, i simboli della loro civiltà, la loro storia, gli oggetti e i luoghi di culto che l’hanno permeata da secoli, se adottano forme passive di colonizzazione, separando i diritti dai doveri, sentendosi non più concittadini di uno Stato, di una nazione, ma genericamente cittadini del mondo, liberi da ogni relazione con il contesto sociale in cui vivono, non avranno poi la credibilità, la volontà né gli strumenti sufficienti per istituire quei percorsi d’integrazione e d’inclusione nei confronti degli stranieri approdati nel proprio Paese.
Chi ritiene indispensabile la lingua, la conoscenza e il rispetto di quelle basi per vedersi riconosciuto il diritto di cittadinanza sta davvero procedendo in favore dell’integrazione e dell’inclusione, che non vuol dire nemmeno assimilazione ma la condizione preliminare per rispettare e farsi rispettare dal mondo circostante. Chi invece si oppone o auspica procedure più dirette, se non automatiche, per il riconoscimento della cittadinanza, sta di fatto boicottando l’integrazione e l’inclusione e sta generando una società di mondi chiusi, incomunicanti, facilmente ostili tra loro. Getta le basi per un pluralismo conflittuale, e non volendo trattare chi arriva come uno straniero di fatto lo riconosce a vita come tale, salvo lasciarlo usufruire dei servizi, dei vantaggi, delle coperture e delle strutture della società che abita e in cui preserva la sua estraneità.
Vi pare così ottusa e ostile questa riflessione? È così difficile capire e praticare il buon senso di cittadinanza? Bisogna necessariamente disotterrare l’ascia di guerra, sfoderare le ideologie di appartenenza per misurarsi con problemi pratici così evidenti? Se come voi dite italiani non si nasce ma si diventa, lasciate che quegli stranieri diventino italiani, con tutti i diritti e i doveri che comporta, a partire dalla lingua.

La Verità – 2 ottobre 2026

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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