Com’era il sud agli occhi di un settentrionale
Ma cos’era il sud agli occhi dei settentrionali, prima del boom economico e delle divisioni tra Padania e Terronia, leghisti e borbonici? Dico il sud del dopoguerra e poi degli anni cinquanta. Era il Mare Oscuro, per parafrasare il titolo più famoso tra le opere di Giuseppe Berto. Mare oscuro perché sconosciuto, profondo, misterioso, di quel colore cobalto intenso, reso ancora più intenso dalle rocce, dagli scogli e dalla ricca vegetazione sommersa. Berto non fu il solo veneto a scendere a sud e a innamorarsi della sua terra e più ancora del suo mare. In quegli stessi anni era venuto a sud un poeta veneto, Giacomo Noventa, venne a fare comizi per il partito socialdemocratico e restò colpito dall’umanità contadina del sud, dall’attenzione genuina e sacra verso le persone istruite, i forestieri, i poeti. Venne anche un altro veneto in quegli anni, il vicentino Guido Piovene, che scrisse poi un mirabile Viaggio in Italia.
Berto non viene solo a visitare il sud, ma si trasferisce a Capo Vaticano, in Calabria; è il caso, assai raro, di emigrazione dal nord al sud, pur con qualche ripensamento e periodici ritorni a nord. Un innamoramento alternato a repulsione. È uscita una ricca raccolta dei suoi scritti sul sud, Il mare dove nascono i miti (ed. Settecolori) a cura di Saverio Vita. Cos’era il sud per Berto? Era il mondo originario, era la vita autentica, la natura, il mare, il calore non solo climatico, la luce del sole. E poi tutto il resto, incluse le ferite e le contraddizioni, l’indolenza – che non è pigrizia, precisa giustamente Berto e riguarda non solo i poveri ma anche i nobili- il cattolicesimo che Berto vede a sud come una “religione oscura del medioevo” (e qui oscuro allude a oscurantismo). E poi i lutti vissuti insieme ed anche esibiti, l’assenza di operai e borghesi, il fatalismo religioso. E poi “la miseria, la sporcizia, l’odore di sterco e di cavallo, i rubinetti che non funzionano, gli uomini vestiti di scuro che si fanno la barba una volta alla settimana”. Ma anche le donne, no, non dico la barba, non esageriamo, dico anche loro vestite a nero, “come se fossero sempre a lutto”. Il quadro naturalmente si evolve, perché i viaggi al sud Berto li fa nell’arco di un trentennio dal ’48 all’anno della sua morte, il 1978, quando il sud sta cambiando. Ma ne scrive soprattutto a cavallo degli anni cinquanta, come Noventa e Piovene.
Che il sud sia per lui un mare oscuro lo dice alla prima riga del libro quando partendo da Napoli scrive che “il treno cominciò a essere inghiottito dal Sud”; già te lo figuri questo enorme bestione mitologico dalle fauci enormi che fagocita i viaggiatori nelle sue oscure cavità. Berto predilige la Calabria che è più sud del sud, perdutamente, irrimediabilmente meridionale più di tutte.
I meridionali, nota, amano di un amore snaturato il luogo dove son nati e da lontano lo idealizzano, lo reputano più bello di quanto effettivamente sia. Ma dietro il paesaggio, nel mare, per esempio tra Scilla e Caridi, Berto vede il mito, l’incrociarsi di onde greche con onde latine, luoghi in cui non solo abitavano ma nascevano i miti. Beffarde suonano ai nostri occhi le pagine dedicate al proverbiale caldo del sud, reduci come siamo da una stagione bollente non solo al sud ma in tutta Europa e non solo. Anche la temperatura si è delocalizzata, si è fatta global.
È ostile al Barocco leccese, Berto, vede la sua pietra tenera come un formaggio con tanti buchi, considera le chiese come partorite dalla folle fantasia di un pasticciere, che vede le cattedrali come torte nuziali, tra pizzi di panna e ricami di crema. Gli piacciono le strade del sud benché dissestate ma libere e in fondo più percorribili di altre. Resta affascinato dal Gargano oscuro e credente, deluso dal Salento, ancora lontano dal boom odierno.
È difficile definire il sud, dice Berto, fatto di violenze e contrasti superati però da “una misteriosa armonia”. Il suo filo conduttore resta il mare che dà ordine anche al paesaggio: il mare che di solito rappresenta il caos e l’infinito, agli occhi di Berto, è invece un fattore di ordine che delinea e definisce il meridione. Confessa di nutrire verso il sud “un amore disgraziato”, in cui sente di non poter vivere né con né senza di esso, come succede agli amori malati ma forti. Impreca contro i ragli degli asini all’alba (ad avercene oggi), le mosche, la tragica tristezza del sud, che è poi per lui la causa di tutti i suoi mali, anche se poi definisce il Mezzogiorno “un salto gioioso dell’animo”. Quel sud è insopportabile e malsano, ma poi, quando è lontano, proprio come i terroni, anche lui ha nostalgia e pensa quando tornarci.
È curioso notare che parlando delle “tremende costrizioni inibitorie” del sud di una volta, dove “con le ragazze non si può scherzare”, mi sono sovvenute le accuse analoghe che le femministe e i progressisti hanno fatto al generale Vannacci quando ha fatto la sua battuta da caserma sulle donne che lui preferisce senza gonna. Beh, il bigottismo di una volta è rimasto intatto, anche se oggi investe il campo avverso, non i tradizionalisti ma i progressisti… Ieri nel nome della Madonna oggi del rosario Woke.
A proposito di attualità Berto reputa assurdo che l’Italia a vent’anni dalla fine della guerra sia “l’unica potenza occidentale a detenere ancora dei criminali di guerra” essendo “la potenza che ha meno diritti di farlo”, giacché quei criminali di guerra, come Kappler, erano nostri alleati. E invoca un modo cristiano di celebrare la Resistenza: graziarli e rispedirli a casa, anche a rischio “di vederli poi a capo di qualche organizzazione neonazista”. Ora da venti anni sono passati più di ottant’anni ma quel clima non è molto cambiato, anzi.
Nel Sud di Berto non c’è la criminalità organizzata, non c’è ancora l’immigrazione né l’emigrazione dei giovani laureati; non c’è lo sviluppo e nemmeno il degrado, non c’è la denatalità e non c’è il boom di alcune zone turistiche. Il suo è un sud proverbiale e introvabile, ormai, ben figurato da quel migrante bruno, in canottiera, coi baffetti, che torna con la sua auto incredibilmente carica di figli e di bagagli. Quel sud, ripete Berto, aveva la “ricchezza della povertà”, come recitava un’antica canzone calabrese: e in questo, solo in questo, concorda con PierPaolo Pasolini e il suo rimpianto della civiltà contadina e di quella vera cultura popolare, magari analfabeta, ma depositaria di antiche favole e di leggende poetiche.
È un altro Berto quello che racconta il sud, rispetto a quello più conosciuto, che abbiamo amato nel Cielo rosso, ne Il Male Oscuro o in Anonimo Veneziano, o ancora nel romanzo dedicato a Giuda, La Gloria; o nei pamphlet come Modesta proposta per prevenire e L’elogio della vanità, riproposto anch’esso dalla casa editrice calabrese Settecolori. Berto patì il suo non conformismo, la sua lontananza dalla cupola del potere letterario, la sua denuncia del monopolio culturale della sinistra, ma anche il suo passato di fascista e “non cooperante”, internato a lungo e con grandi sofferenze nel campo di concentramento di Hereford, in Texas.
In questa luce, la fuga al sud per Berto fu come la voglia di uscire dalla storia e dal suo rumore ideologico e settario, dai salotti letterari e dal loro vaniloquio urbano per immergersi nella natura, nel mito, nel mare. Ci vorrebbe il mare per andare a fondo…Il mare oscuro di Berto in cui naufragare dolcemente per dimenticare gli affanni del mondo.
La Verità – 25 settembre 2026
