Conte tra Andreotti e Che Guevara

Beppe Grillo che rivendica l’identità originaria dei Cinque Stelle e grida al tradimento, racconta e ripete la parabola fatale di ogni movimento politico, religioso, civile. Che si può narrare in cento modi diversi. Come la storia inevitabile del passaggio dall’infanzia all’età adulta, o dall’adolescenza alla maturità dei movimenti. O come la storia fatale della purezza delle origini e poi la corruzione del tempo, l’idealismo dei pionieri e il cinismo dei successori. O ancora come l’impostura furtiva dei fattori nei confronti dei padroni, e il traviamento dei figli rispetto all’eredità dei padri. O tornare al fatalismo dell’evoluzione e raccontare che a un certo punto subentra per forza la realtà, la necessità, o semplicemente la politica, che è sangue e merda, dicono taluni, con prevalenza sempre più crescente del secondo elemento.

La predica di Beppe Grillo avrebbe potuto farla un padre nobile della destra o della sinistra rispetto alla destra di governo e alla sinistra di genere, cioè alla Meloni e alla Schlein. Anzi l’avrebbe fatta con più decoro, considerando cos’erano le origini “fancazziste” e “vaffanculiste” del movimento. 

Possiamo anche imboccare la strada al contrario, e dire che siamo nel momento in cui identità insecchite e tradite, tra inerzia e politicantismo, stanno richiamando in servizio puristi, integralisti, fondamentalisti, estremisti, che sognano di tornare alle origini: il caso più vistoso è quello di Vannacci, ma il ritorno di fiamma di Ale Di Battista o la ripresa a sinistra di movimenti di piazza (che poi rischiano di sbattere al muro quando si mettono alla testa dei cortei i più violenti), dimostrano che c’è un mondo trasversale che si sente deluso e tradito dall’attuale melina politica e dall’ossificarsi degli assetti di governo e di opposizione. 

Dunque, Grillo dà voce a qualcosa che c’è nel ventre profondo del Paese e non solo tra i delusi e gli scontenti dei Cinque Stelle, che sarebbero stati sviati e traditi dall’Avvocato Professor Giuseppe Conte. A dir la verità, le prime tensioni tra i realisti e gli idealisti, o tra gli opportunisti e i sognatori si erano già profilate ai tempi di Romolo e Remo grillini, ovvero tra il “realista” Di Maio e il rivoluzionario Di Battista, tra grillo-regime e grillo-movimento, o se volete tra il cripto-democristiano Gigino e il Che-guevara Diba. E non ha torto Conte a dire che in fatto di tradimento, Grillo lo aveva preceduto alla grande, appoggiando il governo Draghi e definendo il tecnosauro addirittura un grillino.

Vero è che Conte non perdona a Grillo un fatto personale prima che politico: non aver sostenuto fino alla morte il suo governo, accettando invece il compromesso con l’establishment. Ma dopo aver partecipato a un governo Draghi stelle-strisce-euro-banche, rivendicare ora l’anima pura e antisistema dei 5 Stelle è davvero ridicolo. Resta però il malessere e dal punto di vista personale è comprensibile e anche giustificabile il malcontento di Grillo per il modo con cui è stato malamente scaricato dalla creatura che lui aveva messo al mondo, con Casaleggio, e portato al successo che sappiamo, al punto che i 5S diventarono il primo partito italiano.

Ma per riportare la questione dal piano personale, la contesa tra due Ego-leader, alla politica, il tema è dove collocare oggi il Movimento 5Stelle, una volta liquidata la carica antisistema delle origini, già svenduta con la doppia svolta di governo, prima con la Lega, poi con la Sinistra, quindi con la designazione della premiership a un signore che passava di lì per caso (almeno così appare) e che si è trovato da un giorno all’altro sparato dal cannone del Pincio da cittadino qualunque a presidente del consiglio, e infine col governo ammucchiata guidato nientemeno che da Drago Draghi, con la regia di Renzi, la benedizione di Berlusconi, dei poteri forti, del Quirinale e di tutte le vecchie zie internazionali. 

Ora cosa potrebbe fare il Movimento Cinque Stelle? Mettersi in proprio e rompere col Campo Largo o standovi dentro pur reclamando un ruolo distinto e a tratti divergente. Lo stratagemma presente è sperare che con le primarie o in altro modo, alla fine il campo largo decida di puntare su Conte premier. La vedo difficile, perché oggi a Conte non si perdona quello che a me sembra la sua parte migliore: non essere allineato in politica estera al mainstream e ai poteri dominanti, e di aver assunto una posizione poco in linea con la Nato, gli Usa, Israele e l’Europa, soprattutto in tema di guerra, riarmo e Russia-Ucraina. Seconda riserva dell’establishment nei confronti di Conte è la sua posizione non allineata sul piano economico-sociale ai voleri di banche e capitalismo (a differenza del pd che alla fine è assai conforme alle direttive eurobancarie quanto e forse più della destra). Ma su questo, conoscendo la “duttilità” di Conte, per non dire il trasformismo, è facile prevedere che una volta al governo sarebbe maneggevole, pieghevole e girevole come e più della Meloni.

Se dovessi tentare una previsione, direi che ci dobbiamo aspettare sorprese: se Conte non capeggia il cartello delle opposizioni, finirà col mettersi in proprio, col riscoprire l’anima movimentista del grillismo e si metterà in competizione o in parallelo con Vannacci. Seguire la Schlein significa andare a sbattere contro il muro e destinarsi a una probabile sconfitta elettorale. Meglio far saltare il tavolo e le carte, magari riprendendo qualche voto. Fossi in lui richiamerei in tutti i modi tutti i vecchi grillini a rientrare in casa per la nuova avventura di Maciste contro tutti; corteggerei Di Battista e Di Maio, ma anche i membri sparsi del Fu-grillismo e studierei il modo per erigere un altare a Casaleggio e un monumento a Beppe Grillo, per esaltarli, metterli in una teca come i santi e le madonne, neutralizzarli e così disinnescare ogni minaccia. Sarebbe un apparente ritorno allo spirito delle origini, alla purezza rivoluzionaria e alla lotta contro tutti. E sotto sotto sarebbe un’impresa perfetta da democristiano navigato. Un Andreotti travestito da Che Guevara sarebbe una geniale operazione-trans, all’italiana. 

La Verità – 31 luglio 2026

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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