Dante, padre inascoltato

dante alighieri

A 700 anni dalla sua morte, vogliono a tutti i costi rendere commestibile l’Alighieri nel nostro tempo, costringerlo all’attualità, renderlo compatibile con il politically correct. Lasciano in secondo piano il visionario divino, il nostalgico della tradizione e del sacro romano impero, e pure il fondatore della lingua e della civiltà italiana. Per cogliere tutto Dante non basta il pur immenso giacimento della Divina Commedia, bisogna inoltrarsi nella selva preziosa delle sue opere in prosa: dalla Vita Nova dedicata all’Amore al Convivio dedicato alla Sapienza, dal De Vulgari Eloquentia incentrato sulla lingua e la geografia poetica d’Italia al de Monarchia, dedicato alla sovranità e alla visione politica dell’Impero Romano proiettato nell’avvenire. E poi le sue Lettere dall’esilio, come ho ribattezzato nel mio libro su Dante le sue tredici epistole ritrovate.

Ha prevalso nella vulgata scolastica e giornalistica il tentativo di sottrarre Dante al Medioevo e alla Civiltà cristiana e proiettarlo nel Rinascimento e nella Modernità. Dante come primo dei moderni, precursore dell’Umanesimo e del Rinascimento. Il sostegno più suggestivo e più abusato a questa tesi è nella figura dell’Ulisse dantesco, nel XXVI Canto dell’Inferno, citata a conferma della “modernità” dantesca. A differenza dell’Ulisse omerico, si ripete, l’Ulisse dantesco riparte, ha sete virtuosa di conoscenza e da precursore della modernità sfida l’incognito e varca le Colonne d’Ercole. Eccolo, l’uomo inquieto e nomade, eccolo il moderno, ecco il precursore di Cristoforo Colombo. La Divina Commedia come prologo in cielo della scoperta dell’America, il viaggio della mente in tre cantiche prefigura il viaggio del navigatore in tre caravelle.

In realtà Dante ammira l’amore della conoscenza e l’ardimento di Ulisse ma coglie anche l’hybris, la tracotanza, di chi non ha senso del limite e del confine umano e territoriale, sfida l’incognito e gli dei, e finisce tragicamente per aver osato tanto. E si ritrova all’inferno: la sua nobile impresa di conoscere non lo redime dal suo peccato di consigliere fraudolento che si è servito dell’inganno per sconfiggere i troiani. Dante coglie tutta l’umanità di Ulisse, la sua grandezza e la sua miseria, la sua nobiltà e la sua velleità, il suo rifiuto di vivere come bruti e il suo peccato d’orgoglio. Da qui la condizione umana come condizione tragica, incapace di restare dentro i suoi limiti e incapace pure di varcarli, senza perdersi. “Siate contenti umana gente al quia che se potuto aveste veder tutto mestier non era parturir Maria”… (III canto del Purgatorio).

Il pregiudizio che sottende il tentativo di modernizzare Dante è sottrarlo al Medioevo Oscuro e affidarlo al Rinascimento Luminoso. Una lettura troppo schematica e manichea, che non considera oltre gli abissi anche le altezze del Medioevo, e oltre le luci anche le tante ombre del Rinascimento, cogliendo del primo solo gli aspetti oscuri e del secondo solo l’esplosione dell’arte e la glorificazione dell’uomo. Il Rinascimento è epoca di grandi pittori e di spietati duchi e capitani di ventura, in cui l’uso del pugnale e del veleno era pratica corrente come la gloria del pensiero e dell’arte nelle figure eccelse.

Il passaggio dal divino all’umano, la svolta antropocentrica, ci presenta l’uomo nei suoi egoismi, nei suoi appetiti feroci e nelle sue bassezze e non solo nella espressione del suo genio creativo e della sua mente fertile; la malinconia abita le menti più eccelse del Rinascimento, la precarietà della vita non è più confortata dall’orizzonte ultraterreno, la volontà di potenza ottenebra i cuori più ambiziosi. Dante vive con le contraddizioni e le passioni di un credente l’annuncio dei tempi nuovi, sognando il ritorno al sacro e il rinnovamento della tradizione. Le sue opere in prosa sono state accantonate anche per non imbattersi nelle reali convinzioni dantesche che poco o nulla hanno a che vedere con questo manierismo pseudomoderno.

Vero è che la Firenze del Trecento ha precorso la modernità: aveva ragione Werner Sombart a sottolineare che il capitalismo finanziario nasce nella Firenze delle banche prima che nei paesi protestanti, come invece sosteneva Max Weber nella sua celebre opera sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Ma Dante si oppone a quel mondo nascente, condanna il dominio delle banche e le speculazioni del capitalismo finanziario; ripudia, come san Tommaso, l’usura che “offende la divina bontade” e relega i mercanti usurai all’inferno, nello stesso girone dei bestemmiatori e degli omosessuali, perché contro natura fanno commercio del tempo, che appartiene a nostro Signore.  E disprezza la “gente nuova e i sùbiti guadagni” che in Firenze “orgoglio e dismisura han generata”. Dante avversa lo spirito nascente della modernità. Pound ricalcherà nel ‘900 la filippica dantesca contro l’usura, il “sangue contro l’oro”…

Dante fu un glorioso sconfitto dal suo tempo e anche dalla storia che ne seguì. Fu ammirato nella sua altezza inarrivabile e mai assunto a modello compiuto, non solo in letteratura, ma anche nella vita religiosa e civile, nella sfera filosofica e in quella politica. Non fece scuola, non ebbe seguaci anche se la solitudine degli ultimi tempi fu alleviata da un cenacolo di giovani, compresi i suoi due figli, Pietro e Jacopo, che restarono intorno a lui.

Dante illuminò i posteri, ma non li indirizzò. Fu molto citato ma poco ascoltato. Fu esiliato nella poesia, incensato nella letteratura, ma fu posto su un piedistallo inaccessibile che lo teneva lontano dal mondo e sterilizzava la sua incidenza effettiva; dimenticato nel suo pensiero e nelle sue aspettative. Ma resta il nostro sole, la nostra luce.

MV, Il Borghese (febbraio 2021)

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