I due piombi di Calabresi

Quest’anno il commissario Luigi Calabresi avrebbe compiuto ottant’anni. E invece all’età giovane di 35 anni, in un giorno di maggio, fu ucciso da un commando di Lotta Continua.

È una ferita ancora aperta nella storia del nostro Paese anche perché vi fu una rete di complicità morali e intellettuali intorno a quell’assassinio che ancora scotta. Come ha dimostrato in questi giorni la polemica rovente tra Eugenio Scalfari, uno dei firmatari del manifesto contro Calabresi, e Vittorio Feltri, che glielo ricordava senza giri di parole.

Quando ripenso ai primi anni settanta, ne ho un’immagine in bianco e nero come la tv del tempo; i maglioni dolcevita, le basette lunghe, la 500, le spranghe e le catene, i poliziotti, il sessantotto inacidito in terrorismo, la lotta politica che degradava nella lotta armata, le stragi.

Quelle immagini, lievi e cruente, si compendiano tutte nel ritratto di Luigi Calabresi, commissario e martire negli anni di piombo. Ove per piombo s’intende non solo quello delle armi ma anche quello sotto le rotative. E che condannò Calabresi con una fatwa micidiale.

Lo ricordo in bianco e nero, il commissario, con un dolcevita, le basette lunghe, lo sguardo fiero e mediterraneo, la sua cinquecento, tra i poliziotti; e poi le violenze di quegli anni, i cortei, gli insulti, il linciaggio a mezzo stampa, l’omicidio. Calabresi aveva il senso dello Stato, credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, aveva la responsabilità di uomo d’ordine.

Un’espressione antica, terribilmente demodé, le compendiava tutte: Servitore dello Stato. Così si definiva Luigi Calabresi. E a chi fa una smorfia d’insofferenza per un’espressione antiquata e retorica, ripensi con rispetto che a quella definizione Calabresi restò fedele fino alla morte. Inclusa. Tutto per 270 mila lire mensili, uno stipendio medio per quei tempi, che a Milano con famiglia a carico non consentiva una vita molto agiata.

Un minimo decoro, però senza scialare. Ad aggravare il suo ritratto di uomo d’onore, vi era in Calabresi anche un fervente senso religioso. “Sono nelle mani di Dio” diceva. Anche per questo fu avviato il suo processo di beatificazione e fu proclamato servo di Dio.

In un suo scritto, Calabresi criticava il degrado del senso civico e la riduzione delle aspettative di vita al successo, al sesso e al denaro. Era l’affiorare della società dei consumi; oggi dovremmo dire che Calabresi aveva visto sul nascere la barbarie benestante del nostro tempo, privo di valori.

La borghesia cinica e miscredente muoveva allora i suoi primi passi. Sarà quella borghesia “illuminata” a partorire i radical chic e i salotti nemici di Calabresi. A lui fu data dal presidente Ciampi, con 32 anni di ritardo, la medaglia d’oro al valore civile.

Un riconoscimento postumo, assai postumo, che si insinuava come una piccola parentesi nel fiume di parole, interventi, pressioni per concedere la grazia a Sofri e Bompressi. Nell’immaginario collettivo dei media, i martiri erano diventati loro, non Calabresi.

Il caso Calabresi resta una ferita profonda nella storia civile e culturale d’Italia. Non possiamo dimenticare che si mobilitarono contro di lui, in un famigerato manifesto, i tre quarti della cultura e dell’intellighentia italiana.

Ottocento firmatari, l’intero establishment culturale, accademico, editoriale e giornalistico italiano, ancora in auge, si schierò contro di lui, lo squalificò, lo delegittimò. Gettarono le basi per il suo assassinio, o perlomeno crearono un clima di ostilità favorevole alla “giustizia proletaria”.

Non è il caso di rivangare con rancore quegli anni e quegli errori che mutarono in orrori. Ma quando si tratta di far la storia di quegli anni bisogna pur dirla la verità, bisogna pur ricordare la mobilitazione che collegò il partito armato al partito degli intellettuali, tramite l’estremismo politico e la sinistra intellettual-militante, in un girotondo nazionale da cui scappò più di un morto.

Non capiremmo neanche la lobby continua in favore della scarcerazione di Bompressi e Sofri se non ricordassimo quelle ottocento firme. E se non ricordassimo la carriera folgorante di quel ceto di sessantottini arrabbiati che si raccolsero intorno a Lotta Continua.

Belle intelligenze, ma all’epoca anche spietati radicali, feroci nel linguaggio e duri nei servizi d’ordine, teorici convinti che “uccidere un fascista (o un poliziotto) non è reato”; poi si disseminarono nella tv e nel giornalismo, nella sinistra ma anche nel centro-destra.

Magari non capiremmo neanche la direzione de la Repubblica  – covo di firmatari del manifesto anti-Calabresi – al figlio dello stesso Calabresi.

Non è mai troppo tardi per ammettere: si, ci eravamo sbagliati, Calabresi era un galantuomo. Il furore di quegli anni ha oscurato la mente e inferocito gli animi, ma Calabresi fu uno dei pochi che lasciò a noi ragazzi degli anni settanta la residua speranza nello Stato, nell’amor patrio, la fedeltà alla propria missione.

Quando sento parlare oggi di fedeltà alla Costituzione, vorrei ricordare che altri, come Calabresi, scontarono sulla propria pelle la fedeltà non a una carta, ma a uno stile, a una patria, a uno Stato. Che li mandava allo sbaraglio e poi si dimenticava di loro.

Di lui mi resta viva un’immagine raccontata da Luciano Garibaldi: quella del Commissario Calabresi che passando con suo figlio ancora bambino, davanti alle scritte minacciose e infamanti contro di lui, “Calabresi assassino”, ha un sussulto di tragico e grottesco ottimismo, dicendo: meno male che lui non sa ancora leggere…

Ma dopo, quando suo figlio ha capito chi era suo padre e chi erano i suoi nemici che lo volevano ammazzare, quando ha saputo leggere a rovescio quella scritta, non “Calabresi assassino” ma “assassino Calabresi”, mutando un sostantivo e un’accusa infami in un verbo e in una tragica minaccia, avrà ripensato a chi lo portava per mano per le vie di Milano e si sarà detto con commosso orgoglio: sì, quello era mio padre.

Ma la storia di poi, come sapete, non andò proprio così…

MV, Il Tempo 26 maggio 2017

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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