Gli anni di piombo rivisti in età senile

A volte ho l’impressione di vivere in una casa di riposo diffusa in cui gli anziani degenti, a piede libero, rivangano il passato con un senso ormai disfatto di rivalsa e un desiderio estremo di consuntivi, quasi a voler giustificare la propria vita trascorsa non più agli occhi dei contemporanei più giovani ma al cospetto di un Dio della storia e di un tribunale che ci aspetta al largo. La polemica tra due ultraottantenni dal passato importante, Luciano Violante e Adriano Sofri, rientra in questo malinconico filone. Un tempo, della storia di mezzo secolo fa se ne occupavano gli storici, i posteri, la stampa e perfino la politica; oggi se ne occupano solo i testimoni di quel tempo, o i protagonisti di allora, comunque coloro che vissero quegli anni o li segnarono con le loro gesta. In un’intervista l’ex magistrato, ex comunista, ex presidente della Camera nonché ex presidente della commissione antimafia, Luciano Violante, è tornato sull’omicidio Calabresi e ha detto di avere saputo con certezza della colpevolezza di Adriano Sofri, al tempo leader di Lotta Continua, poi riconosciuto in vari gradi di giudizio mandante o comunque colpevole, insieme ad altri compagni del suo movimento politico, del barbaro assassinio del Commissario Luigi Calabresi a Milano, nel 1972. Ma ha detto di non poterne rivelare la fonte. A lui ha replicato Sofri, che ha scontato ormai la pena a cui era stato condannato, rigettando l’accusa e sfidando il suo accusatore a rivelare la fonte della sua “certezza”. Io non entrerò nella disputa tardiva che spacca dopo più di mezzo secolo i reduci della sinistra, esattamente come accadeva già allora, anzi prima: dal sessantotto, e vorrei dire nel caso specifico, anche prima, dal 1963, quando il giovane Sofri contestò a Pisa l’allora segretario del Partito Comunista Palmiro Togliatti. Parliamo di preistoria contemporanea, ormai sconosciuta ai più.
L’impressione di vivere in una casa di riposo diffusa è data dal fatto che queste vicende ormai toccano coloro che le vissero o le patirono, al più coloro che hanno memoria vivente; ma per gli altri è un insensato reperto di antiquariato storico, perché non solo i protagonisti sono ormai in quiescenza, se vivono ancora, ma anche le sigle di quel mondo, che allora ci pareva indistruttibile, il Partito Comunista col suo retromondo sovietico, e Lotta Continua con la sua militanza extraparlamentare, sono ormai entità remote. Del passato si ricorda il nazismo e i suoi parenti stretti, ma poi nient’altro. Avvertiamo ormai una patina di archeologia esistenziale sopra queste vicende. Resta il ricordo e il rispetto di un uomo coraggioso come Calabresi, che credeva in Dio, nello Stato e nei legami famigliari, e si sentiva davvero al servizio delle istituzioni e del suo Paese. Poi ritorna sfuocata nella memoria la frattura tra il Pci, partito-regime, contestato da Lc movimento radicale, punta avanzata del sessantotto, che disseminerà di suoi militanti in ruoli significativi nell’Italia di dopo. Non riesco più a giudicare se fu esemplare oppure modesta la condanna patita da Sofri e dai suoi compagni, anche se ricordo lo spiegamento dei media, in larga parte egemonizzati da un ceto intellettuale venuto dalla sinistra radicale, in favore di Sofri, della sua innocenza e della grazia. Quella polemica divise negli anni i giustizialisti dai garantisti, e i due fronti attraversarono e spaccarono la destra e la sinistra, scompaginando alleanze e rimettendo in discussione schieramenti e amicizie.
Sofri poi fu molto presente nel dibattito intellettuale, riverito da tanti e sostenuto dai suoi ex seguaci e compagni di lotta; scrisse molto, ebbe rubriche, anche su questo settimanale, si dette all’attività intellettuale e confermò in ogni caso la sua intelligenza, anche se nulla ci convinse della sua innocenza o delle motivazioni ideali e reali che lo spinsero in quella direzione. Violante, a sua volta, proveniva da quel mondo che i suoi avversari definivano “toghe rosse”, ed era considerato la mente o comunque una delle figure eminenti di quel mondo di magistrati di sinistra, ha avuto un rispettabile corso politico, ha stemperato le sue posizioni, ha detto cose coraggiose e oneste in tema di fascismo, di pacificazione nazionale, di dialettica democratica e di riconoscimento degli avversari politici. Oggi Sofri ha ottantatre anni, ha scontato i ventidue anni di pena, tra carcere e pene alternative, e dunque può ormai archiviare nella sua mente e nella sua vita quella tempesta che sconvolse la vita sua e di altri negli anni passati. Violante, a sua volta, ha un anno più di Sofri, ne ha quasi ottantaquattro, è presidente della Fondazione Leonardo e talvolta interviene nel dibattito storico-politico ma è rientrato per un momento nel suo duplice ruolo di magistrato e di esponente del Pci, nel ricordare quell’atroce delitto, che incattivì ulteriormente gli anni di piombo. Riaprire quella vicenda ora che la giustizia, bene o male, ha fatto il suo corso e concluso il suo viaggio; e i tribunali sono ormai chiusi per quella vicenda, le divisioni politiche e ideologiche di quel tempo, è ormai fuori tempo e fuori luogo.
Su quella vicenda non vorrei tornare, ci esprimemmo a suo tempo. Resta invece questo strano sapore di un paese di vecchi, quale noi siamo, inchiodato al passato, popolato da ultraottantenni attivi e reattivi, che furono protagonisti e taluni lo sono ancora, comunque reduci e superstiti di un tempo remoto, molto più remoto dei pur svariati decenni che ci separano. La guerra civile è finita, andate in pace.

(Panorama, n.31)

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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