I tre volti romeni del destino europeo

Ieri a Bucarest, in occasione del Bookfest, Marcello Veneziani ha tenuto una conferenza su “Come la cultura romena si innamorò dell’Italia”. Ecco alcune sue riflessioni.

Se come dicevano i latini, nomina sunt consequentia rerum, i nomi sono conseguenza delle cose, la Romania nasce, ab origine, nel segno di Roma. Un nome, un destino. Romània è la dizione originaria per indicare sia la Romania che la Romagna. Una volta ero a cena con lo scrittore romeno Vintila Horia e lui s’infervorò con chi li definiva “rumeni”; noi siamo romeni, disse, voi non siete mica rumani o rumagnoli.
Il primo poeta latino che legò Roma alla Romania fu Ovidio, mandato da Roma in esilio a Tomi, dove poi morì. A Ovidio, Horia dedicò il suo libro più famoso, Dio è nato in esilio, con cui vinse il prestigioso Premio Goncourt; ma scatenarono una canea per impedirgli di ritirare il premio, per via del suo anticomunismo e della sua cultura tradizionale. Horia, di cui pubblicai un libro, Considerazioni su un mondo peggiore, mi disse che aveva imparato l’italiano per leggere Dante e Papini, di cui poi scrisse una biografia. La stessa passione indusse Mircea Eliade a studiare l’Italiano e a venire in Italia per incontrare Papini, all’epoca molto amato in Romania. Eliade venne più volte in Italia, un corposo volume su Eliade e l’Italia edito da Jaca book raccolse anni fa il diario dei suoi viaggi nelle città italiane e i suoi incontri con Papini, Ernesto Buonaiuti, Giovanni Gentile, l’orientalista Giuseppe Tucci; gli ultimi due fondarono insieme l’ISMEO per gli studi orientali, che fu un ponte prezioso tra la cultura europea e quella d’oriente. Eliade approfondì la linea tra oriente e occidente, studiò il Rinascimento italiano, fu in stretto contatto con Petazzoni e Tucci per gli studi sul mito e le tradizioni orientali e partì proprio dall’Italia per andare a vivere alcuni anni decisivi in India.
Il richiamo della cultura italiana in Romania fu molto forte; per fermarsi al Novecento, non capiremmo l’esperienza artistica del romeno Tristan Tzara, fondatore nel 1916 del dadaismo, senza partire dal padre di tutte le avanguardie, il futurismo italiano. Né si può raccontare la pittura dadaista senza citare le opere di Julius Evola, che prima di diventare filosofo e pensatore della tradizione, fu il più significativo dadaista d’Italia, in sintonia con Tzara. (Evola fu poi in contatto con Eliade).
Ma la capitale della cultura europea, il luogo più vivo di scambi, e più accogliente di esuli, fu Parigi. Il genio fu italiano, o romeno in certi casi, ma la casa madre fu Parigi, luogo di battesimo di tutte le avanguardie, incluso il futurismo.
Quando penso agli esuli romeni a Parigi ho davanti ai miei occhi la foto che ritrae Mircea Eliade, Emil Cioran ed Eugéne Ionesco insieme in una piazza di Parigi. Erano gli anni settanta, i tre scrittori erano esuli stagionati dal regime comunista (come Horia a Madrid e altri). A vederli insieme rappresentano i tre volti del destino europeo nello sradicamento che li accomuna. In sintesi: il sacro, il nulla e l’assurdo. Al sacro si dedicò Eliade, che ne scoprì la sorgente inestirpabile nella coscienza umana. Il pensiero moderno con Feuerbach, Marx e Freud aveva smascherato nel sacro e nel religioso la proiezione celeste dell’uomo, della sfera sessuale e dei rapporti storici, sociali ed economici. Eliade compì il percorso inverso, smascherando il sacro e la religione nascosti nel profano, negli usi moderni in apparenza irreligiosi, nei rapporti economici e sociali. Il sacro, il mito, il religioso rivivono sotto false vesti, in idoli e surrogati, credenze e superstizioni camuffate nella modernità tecnica e razionale. Una società areligiosa non esiste ancora, nota Eliade; non può esistere.
Il nulla trovò in Cioran il più brillante cantore. In un francese scintillante Cioran espresse il nichilismo europeo, l’ebbrezza dell’abisso sulle cime della disperazione, anche se poi nella vita fu tutt’altro che cupo e misantropo. Coltivò il tetro entusiasmo. Per trovare un antesignano della sua visione tragica dobbiamo risalire a Leopardi. Nella sua soffitta parigina, Cioran aveva affisso al muro i versi de l’Infinito di Leopardi. Suoi fratelli separati furono due scrittori italiani, Guido Ceronetti e Mario Andrea Rigoni. Proprio a Rigoni Cioran scrisse che l’Italia era per lui “mirabile paese, il meno logorato, il meno perduto d’Occidente”, mentre lasciava Lecce, “una meraviglia”, per imbarcarsi per la Grecia. Cioran dice che l’Italia per lui “è diventata indispensabile”, “un paese di cui tutti disperati hanno nostalgia”. Cioran fu sradicato, deraciné; si sentiva orientale in occidente ma occidentale rispetto al Nirvana d’oriente. Viveva insonne sul crinale, come la sua Romania.
L’assurdo invece, è la casamatta di Ionesco. Viene da lontano l’assurdo, il primo a citarlo è Tertulliano: credo quia absurdum, Ionesco potrebbe dire il contrario, non credo perché è tutto assurdo. Il teatro dell’assurdo non cominciò con Aspettando Godot di Samuel Beckett, del 1953, ma tre anni prima, con la Cantatrice calva di Ionesco. Perché viene disconosciuto? Spiega Ionesco “perché io non ero comunista all’epoca in cui era di cattivo gusto non esserlo” (stessa sorte di Cioran, Eliade e Horia). Comunque, la prima irruzione dell’assurdo a teatro è in Italia con Luigi Pirandello (Kafka era autore letterario). E la prima filosofia dell’assurdo non è di Albert Camus ma dell’italiano Giuseppe Rensi. Ionesco era molto legato a Cioran ed Eliade. Nel loro carteggio senile Eliade e Cioran trovano Ionesco “invecchiato, abbattuto, assente, senza più curiosità”.
Riaffiorano nei loro incontri a tre i nomi dei comuni amici lontani o perduti, come il filosofo della tradizione rimasto in patria, Costantin Noica. I tre autori, insieme, sono testimoni, sismografi e visionari dell’anima profonda d’Europa, di cui attestano la crisi, la notte, lo sradicamento. Venivano dalla periferia estrema d’Europa ma ne rappresentavano il cuore inquieto. E la mente insonne. Dio, maschera del nulla, per Cioran; il nulla maschera di Dio, per Eliade; l’assurdo smaschera la vita, per Ionesco. Li leggi, li immagini a dialogare, e li avverti profondamente europei e latini. Il nulla a Occidente, il sacro a Oriente, e nel mezzo l’assurdo italo-romeno.

La Verità – 28 maggio 2023

Condividi questo articolo

  • Facebook

  • Instagram

  • Twitter

  • Canale Youtube

    Canale Youtube
  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

    Leggi la biografia completa

Le foto presenti su questo sito sono state in larga parte prese da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione non avranno che da segnalarlo a segreteria.veneziani@gmail.com e si provvederà alla rimozione.

© 2023 - Marcello Veneziani Privacy Policy