Il compagno Alcide non è mai esistito

Se vuoi ricordare la rinascita dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale, la ricostruzione e la faticosa ripresa della vita comune, il primo nome che ti viene in mente è Alcide De Gasperi, o Degasperi all’anagrafe. Se vuoi citare un vero statista in Italia, senza suscitare mugugni o contrasti, devi citare Alcide De Gasperi. De Gasperi è stato sempre considerato il leader e il simbolo dei moderati, dei cattolici, dei liberali, dei conservatori, in palese antagonismo con la sinistra, il Pci e i suoi organi di stampa. 

La storia di De Gasperi non è quella del cattocomunismo e sono memorabili i suoi conflitti con l’ala dossettiana dei cosiddetti professorini. Lo dico dopo aver letto e sentito ieri alcune rievocazioni di De Gasperi a settant’anni dalla sua morte. Che sembravano ritornare al curioso caso di un festival dell’Unità di qualche anno fa dedicato a De Gasperi, il nemico storico di Togliatti, l’editore e referente storico del quotidiano comunista.

Legare la figura di De Gasperi a quella di Togliatti che morì dieci anni dopo di lui, e considerarli quasi speculari, complementari, come se fossero i Dioscuri della democrazia e della repubblica italiana, pur nella loro ostilità, è una forzatura e quasi un’offesa. Alla verità della storia, innanzitutto. Alla vita, all’opera e al pensiero di De Gasperi. Al popolo dei moderati, dei democristiani e degli anticomunisti. E se permettete, è un oltraggio allo stesso Togliatti, al suo anti-atlantismo e filo-stalinismo, al popolo della sinistra e alla sua storia. 

Vero è invece che da tempo tutti, sinistre, centrini vari, ex-missini, rivendicano l’eredità di Alcide e riconoscono che De Gasperi è stato lo statista più grande della repubblica italiana. Difficile contestarlo nell’anniversario della sua morte. Però fece un po’ impressione vedere oltre la festa dell’Unità in suo onore, anche una sua citazione aprire la mostra istituzionale dedicata alla prima guerra mondiale al Vittoriano a Roma. Hanno sbagliato trentino, in tema d’irredentismo avrebbero potuto esordire con una citazione di Cesare Battisti, eroe della prima guerra mondiale. In quel tempo, infatti, il trentino De Gasperi era deputato nella Dieta austriaca, non era dalla parte della causa italiana ma era schierato con l’impero asburgico, leale alla Corona e solo nel ’18, quando ormai fu chiaro l’esito, arrivò a sostenere l’autodeterminazione dei popoli. Fu avversario di Cesare Battisti e di Guglielmo Oberdan (o Oberdank, com’era per l’anagrafe austriaca). De Gasperi poi sostenne col suo partito popolare il primo fascismo, che nel primo governo ebbe alcuni esponenti (tra cui il futuro presidente della repubblica Giovanni Gronchi); nel ’27 maturò la sua opposizione al regime e dopo il carcere fu salvato da un incarico in Vaticano. Da cattolico fu in Spagna a favore di Francisco Franco contro i socialcomunisti e in Austria per Engelbert Dolfuss, il capo austriaco protetto da Mussolini contro Hitler e il suo progetto di  annessione al Terzo Reich. 

De Gasperi fu l’ultimo presidente del consiglio monarchico del dopoguerra e il primo premier repubblicano; era al governo lui al tempo del referendum del 2 giugno 1946. D’altra parte anche i primi due capi dello Stato dell’Italia repubblicana, De Nicola ed Einaudi, erano filo-sabaudi e avevano votato monarchia al referendum. 

La vittoria di De Gasperi sul fronte popolare socialcomunista alle elezioni decisive del 1948, fu dovuta a una serie di fattori: la paura del comunismo, la voglia di benessere e di libertà, il voto delle donne che contrariamente a quel che si racconta fu decisivo per battere i progressisti e la sinistra, la rassicurante ispirazione cristiana della Dc. E poi i comitati civici di Gedda, l’attivismo delle parrocchie, le vecchie zie interne e internazionali, il Piano Marshall d’aiuti all’Italia, l’opera di giornalisti come Giovannino Guareschi che coniò gli slogan più efficaci per battere i comunisti. Era un’Italia all’ombra dell’America e della spartizione di Yalta, che barattava sovranità e dignità in cambio di comodità e benessere. Ma era da capire, un paese martoriato voleva ricominciare a vivere.

Il tallone di Alcide resta il caso Guareschi. Ricordo brevemente la vicenda, peraltro ben nota. Come dicevamo Guareschi aveva sostenuto il ’48 la battaglia elettorale di De Gasperi contro il fronte elettorale ed era stato decisivo con i suoi slogan anticomunisti e la sua campagna sul suo settimanale Candido. Ma nel gennaio del ’54 pubblicò due lettere autografe di De Gasperi che caldeggiavano bombardamenti angloamericani in Italia nel’44, per spingere il popolo ad insorgere contro il residuo fascismo. Le missive furono considerate false dal tribunale. Guareschi finì in carcere e vi restò più di un anno (dopo esser stato deportato nei lager tedeschi) per aver diffamato De Gasperi; ma non fu mai fatta la perizia calligrafica alle sue lettere autografe. Guareschi era in buona fede. E da galantuomo che amava la verità oltre le vicende personali, Giovannino, alla morte di De Gasperi, otto mesi dopo la sua inchiesta, scrisse il suo elogio e disse che era un gigante rispetto agli altri. De Gasperi fu statista mitteleuropeo più che patriota, non ebbe l’Italia nel cuore ma il Trentino, l’Europa e l’Occidente sotto l’egida americana. Rappresentò in Italia, come scriveva allora l’Unità filo-sovietica, il Partito Americano. E in questo i comunisti erano consonanti con i neofascisti critici verso l’atlantismo. De Gasperi fu garante della libertà, degli aiuti americani e dell’adesione atlantica. Sulla cosiddetta legge truffa che garantiva la governabilità con un premio di maggioranza, forse aveva ragione lui, come mostrarono i fragili governi della prima repubblica, uno ogni nove mesi in media scarsi, meno di una gravidanza. Ma Alcide fu impallinato anche dai suoi. Concluse la sua vita in amarezza. E tra polemiche, anche se ai suoi funerali ci andarono tutti (meno i missini, perché De Gasperi si era opposto all’ipotesi strurziana e vaticana di un’alleanza Dc-destre). Ci volle il paragone col successivo predominio delle mezze calzette per decretare la grandezza di De Gasperi e tentare perfino l’appropriazione indebita da più parti.

La Verità – 20 agosto 2024 

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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