Il giusto processo a Dante Alighieri
Le urne sono ancora fumanti in tema di giustizia e per raffreddarle risaliamo a un famigerato processo di sette secoli fa, quando l’imputato, in contumacia, era nientemeno che il Sommo Poeta, Dante Alighieri. Ieri era la giornata dedicata a lui, il Dantedì, e mi ritrovo tra le mani un prezioso reperto di sessant’anni fa: l’arringa di Alfredo de Marsico in difesa del poeta in un processo che si tenne nella primavera del 1966 nella Basilica di San Francesco ad Arezzo. Fu ricostruita la sua vicenda giudiziaria, furono vagliate le accuse e la condanna e sullo sfondo il suo impegno civile, la sua passione morale e politica e il suo genio poetico. Risuonarono nell’aula le parole di insigni giuristi, il processo fu presieduto da Giovanni Leone, che poi diventerà Presidente della Repubblica, anche lui processato e costretto alle dimissioni dal Quirinale, salvo scoprire dopo la sua innocenza. Temi di straordinaria attualità, come si vede.
De Marsico era uno dei più celebri principi del foro, di cui si raccontano le arringhe leggendarie: negli ultimi anni si addormentava durante il dibattimento, poi si “scetava” al momento dell’arringa e sopravanzava colleghi e pm con la sua magnifica ed efficace eloquenza forense. Nella sua vita fu anche parlamentare, collaborò alla stesura del codice Rocco, poi ministro della giustizia con Mussolini; fu tra coloro che votarono l’ordine del giorno Grandi contro il Duce al Gran Consiglio del Fascismo nel fatidico 25 luglio del ’43, determinandone l’arresto. Fu pure condannato a morte in contumacia a Verona, come accadde al suo “assistito” postumo, l’Alighieri. Infine deputato monarchico al tempo della repubblica, si spense quasi centenario quarant’anni fa. La sua arringa dantesca fu pubblicata dal Comune di Sala Consilina, sua città natale.
De Marsico, dopo aver reso l’onore delle armi al pubblico accusatore, difese il poeta con argomenti metagiuridici, partendo da un paradosso umano e letterario: noi dobbiamo esser grati alla crudele persecuzione giudiziaria patita da Dante perché dalla coscienza ferita del poeta uscirono i suoi canti eccelsi, come quell’accorato inno alla nostalgia che apre l’ottavo canto del Purgatorio, scritto nel 1308 quando si rese conto che non poteva più sperare di tornare nella sua amata e odiata patria, Firenze.
Ripercorriamo brevemente la storia politica e poi giudiziaria di Dante, per sommi capi. In principio fu la sua elezione a priore nel 1300, dopo una sua missione come ambasciatore a San Gimignano, per dirimere la controversia tra Bianchi e Neri che allora lacerava Firenze. Dante credette di fare il bene della città, sacrificò i suoi personali legami, al punto da caldeggiare la decisione di cacciare dalla città il suo grande amico e poeta Guido Cavalcanti. Nel furore degli scontri, Dante si avvicinò al partito dei Bianchi, avversi alla politica del Papa. Dante fu mandato in ambasceria a Roma dal Papa Bonifacio VIII,in cui non nascose la sua animosità che colpì il Pontefice, molto più spiccata degli altri due messi fiorentini. Nel frattempo a Firenze la situazione precipitò, i Neri cacciarono i Bianchi, distrussero le loro case e li condannarono in contumacia. Così anche a Dante fu prima inflitta una severa multa di 5mila fiorini, il confino per due anni e l’esclusione da ogni carica pubblica. Non essendosi presentato per discolparsi, per prudenza o per superbia, fu raggiunto a Siena da una nuova condanna, a morte: sarebbe stato arso vivo. Allora Dante che aveva coraggio civile e carattere spigoloso, come il suo profilo, ancor più risolutamente si schierò con la parte avversa, anche se i Bianchi erano gente mediocre, meschina e pronta ai compromessi. Così Dante restò solo e visse i suoi anni lontano dalla sua patria, dalla sua casa, dalla sua famiglia. La sua vera dimora allora non fu Verona o infine Ravenna, ma il cielo della letteratura, il viaggio nell’Oltretomba, l’ascesa spirituale e poetica della sua Divina Commedia.
Al tempo del processo, nota De Marsico, “la contumacia era per sé sola una presunzione assoluta di colpevolezza”; invece, argomentò il giurista, per noi vale esattamente l’opposto: se l’unico capo d’accusa alla fine è la contumacia, cioè il fatto di non essersi presentato in tribunale, è molto fragile e fumoso l’impianto accusatorio. Alla fine rimasero infatti le accuse fumose: la sua scarsa affettività nei legami, qualche ombra d’infamia o diffamatoria nell’uso del denaro pubblico – quel che al suo tempo a Venezia si chiamava “intacco” – la sua faziosità che concorse all’inasprimento delle contrapposizioni e al clima da guerra civile. De Marsico smontò questi capi d’accusa con la stessa vaghezza con cui erano stati formulati e sostenne che Dante si era adoperato per la concordia e l’amor patrio. Ma soprattutto, sostenne De Marsico, bisogna trascendere la fattispecie delle accuse e guardare piuttosto all’uomo nella sua integrità e nel suo complesso; la sua vita, la sua opera, il suo carattere, la sua sensibilità. La personalità di Dante, sostenne, oltrepassa la specificità dei fatti di cui fu accusato. Nessuno più di lui, disse De Marsico involandosi in un impeto lirico più che avvocatesco, “dalle scaturigini del suo spirito lasciò erompere la fiumana più canora e lucente di poesia che abbia attraversato il mondo”, fu “genio sommo”; e il genio non vive solo nella sua epoca ma anticipa l’avvenire; non vive solo nella sua terra nativa ma in tutto il genere umano. Dunque, la sua difesa rivendicò al genio “il diritto all’extratemporalità e il diritto all’extraterritorialità”, uno speciale salvacondotto che vale oltre i giorni e i luoghi. Dante che appariva un ribelle agli occhi di Carlo di Valois o di Papa Bonifacio VIII, “era il fondatore e araldo di una civiltà nuova. Non vi sono giudici per giudicare il genio”. Alla fumosità dei capi d’accusa, De Marsico dunque non rispose entrando nei particolari e smontandone il costrutto, ma rivendicò la libertà sovrana del genio che non si può giudicare con il metro comune e invocò l’indulgenza suprema verso di lui in quanto sommo poeta. De Marsico concluse la sua arringa rovesciando le posizioni, giudicando i suoi giudici e infine concludendo: “i giudici sono oggi polvere nella loro tomba, se ancora trovabile, mentre egli è vita vivente sul mondo, per noi italiani, e per tutti”. Sulla gloria postuma, anzi perenne, i processi, le accuse, i tribunali non possono far nulla. Le tribolazioni appartengono alla vita e con la vita poi vanno via. Restano le tracce visibili, invisibili e indelebili del suo spirito eccelso. I tribunali passano, coi loro veleni, la grandezza spirituale, visionaria e letteraria resta.
La Verità – 25 marzo 2026
