Il pauroso declino

Il triste declino, lo spavento del presente, la grande paura che percorre il mondo, l’infelicità di oggi. Traggo dai titoli e dai contenuti di alcuni editoriali di ieri delle più note firme dei quotidiani il succo gastrico di un malessere epocale, largamente condiviso. C’è chi osserva il male a livello globale e chi in particolare si dedica al declino italiano; c’è chi lo trae dall’oggi e chi risale alle cause di ieri; e c’è chi, alla fine, a caccia dei colpevoli, gira tutta l’analisi epocale ed esistenziale nella solita tiritera cornuta: tutto succede da quando c’è Trump al comando, da quando c’è la Meloni… Poi, in realtà, quando si arrampicano a indicare le forme della decadenza e dell’angoscia diffuse, ti accorgi che il livello del malessere è molto più profondo e più antico dell’arrivo al potere di Trump e della Meloni. Altrettanto stupido sarebbe, da parte di chi sostiene Trump o la Meloni, rispondere che ogni male risale al governo precedente. No, signori, quel malessere non ha una radice politica o governativa, per giunta così corta; semmai la vera responsabilità della politica e dei governi coincide col loro limite e la loro impotenza, perché non sono in grado di fermare, frenare, quello scivolamento incessante verso il pauroso declino. Si dà ancora troppo credito alla forza della politica e dei leader se si ritiene che siano davvero in grado di produrre cambiamenti così profondi e radicali in così poco tempo. Trump, è vero, in pochi mesi ha creato un mezzo terremoto, ma le matrici di quei malesseri non hanno alcuna relazione coi dazi o i suoi interventi sullo scacchiere mondiale. Alla Meloni si può semmai rimproverare l’opposto, l’eccessiva prudenza, i pochissimi cambiamenti, il perdurare dello status quo ante, cioè della situazione precedente; non certo lo stravolgimento di un’Italia prospera e felice che non c’era quando è arrivata lei; anzi, è arrivata proprio per questo, la gente ha votato per lei all’opposizione proprio per reagire a quella condizione o se volete, a quella diffusa percezione.

La principale angoscia del nostro tempo è che le cose più importanti stanno avvenendo sopra le teste dell’umanità e dei governi. Non le capiamo, non capiamo da dove provengono e abbiamo l’impressione che non possiamo farci nulla. Sarebbe onesto, oltre che intelligente, se chi la denuncia non si ponesse col ditino perennemente alzato contro i nemici di oggi o di sempre, o attraverso un processo permanente in cui alcuni sono sempre giudici e altri sempre imputati; ma fossero tutti osservatori e partecipi di qualcosa che viene da lontano e ci tocca da vicino, che sta cambiando la nostra vita. Non è semplicemente questione di conservatori o progressisti, di destra o di sinistra, di buoni o cattivi. Il processo sembra avvenire al di sopra delle volontà umane, anche se – di fatto- i singoli passaggi del processo hanno naturalmente dei responsabili, ma non solo politici: governi, élite tecnocratiche, militari, perfino farmaceutiche, alti burocrati, lobbies e gruppi di potere, manager globali, tycoon della finanza, comunicatori, e chiunque detenga un potere d’influenza reale.

Non c’è giorno, ad esempio, che sugli stessi giornali, nella stessa tv, non si celebri il trionfo della cosiddetta Intelligenza Artificiale, ogni giorno è una tappa gloriosa, un passo avanti; non si rendono conto che stanno ogni giorno celebrando il tonfo dell’Intelligenza Umana, il passo indietro quotidiano che compie l’uomo verso la sua superfluità, la sua subordinazione, la sua sostituibilità. Tutto quanto viene rappresentato nel Racconto Globale celebra la Sostituzione come un Progresso radioso: dell’umano con l’automatico, del divino col matematico, del naturale con l’artificiale, della vita con l’algoritmo, del corpo con la protesi o la mutazione genetica, del reale col virtuale, di un popolo con un altro sopraggiunto. Una sostituzione continua, a tutti i livelli.

Succede una cosa assai significativa di cui non ci rendiamo conto: non riusciamo a osservare questi processi da un punto più alto, da una postazione che ci permette di avere una visione più consapevole e complessiva di quel che sta succedendo. Destituito il pensiero dopo aver licenziato la religione, rimossa la storia dopo aver liquidato la memoria, cancellati i maestri dopo aver degradato la cultura, abbiamo reso insensato, inutile e impraticabile ogni punto di vista più alto. Ci limitiamo a fotografare il reale al momento, senza altra chiave di spiegazione. Anche per questo la società sprofonda nel nichilismo e noi attribuiamo la colpa a Trump, a Musk, a questo o a quello; non rendendoci conto della sproporzione vistosa dei piani, del dislivello tra la diagnosi e la prognosi.

Direte che ho una lettura fondamentalista del nostro oggi; perché no? Se sono in gioco i fondamenti del vivere umano e la sostituzione dell’umano perché negarlo? Manca il potere frenante di questo processo dissolutivo, quello che i dotti e i biblici chiamano Katechon; ossia chi abbia la forza, l’autorevolezza e la motivazione per poter arginare e modificare quel flusso inarrestabile che rischia di travolgere tutto.

È una visione apocalittica, lo riconosco, e non nasce oggi ma proviene da millenni e da ritorni ciclici; aggiungo pure che su quella visione pesa molto la vecchiaia del mondo e di chi l’osserva, incluso il sottoscritto; ma anche gli altri anziani osservatori a cui mi riferivo (Michele Serra, Corrado Augias, Ernesto Galli della Loggia, Giuliano Ferrara, e tanti altri). Ma non possiamo pensare di porre rimedio se non saliamo di un piano per avere una più chiara visione. Se non lo facciamo allora si ci limitiamo al lamento o ci riduciamo a cercare nel primo leader che non ci piace la causa dei mali che affliggono il mondo. Tutto questo, naturalmente, non incupisce la nostra vita quotidiana, che è fatta di tante cose anche belle, anche buone, felici perfino, quantomeno serene. Ed è per questo che la riflessione così amara come quella da cui siamo partiti, espressa da tanti osservatori, non ci induce alla disperazione, al gesto risolutore o ad armarsi; anche se a volte ci sussurra di ritirarci, di passare al bosco o di rifugiarci nell’isola. Ma è importante salire più in alto, nel vedere e nel pensare le cose; non nella torre d’avorio del nostro superbo isolamento ma nella torre di guardia in cui scrutare meglio l’orizzonte, la terra, le maree, il cielo stellato e quei piccoli puntini che poi da vicino chiamiamo uomini.

La Verità – 10 agosto 2025

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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