Il suicidio della memoria in diretta tv
Non riesco a spiegarmi perché l’unico programma televisivo che manteneva issata da decenni la bandiera della Rai nel deserto della programmazione estiva sia stato cancellato. Era il programma più “identitario” della televisione italiana, quello che annodava la storia del video alla vita degli italiani, quello che dava alla Rai ancora il primato sulle tv private perché dispone di un blasone, di una storia, di un archivio e di un pedigrée che gli altri non hanno, non foss’altro perché più vecchia di oltre un ventennio, figlia di un altro media che ha superato il secolo, la Radio, e anche di Stato.
Sto parlando di Techetecheté, appuntamento quotidiano dopo il tg serale, antologia a tema della vecchia tv e dei suoi protagonisti. Era forse l’unico programma estivo che mi capitava di vedere con una certa assiduità e a volte un certo piacere. Si, piacere senile, potrete subito dire, adatto a stagionati signori quasi coetanei della Tv. Piacere da nostalgici del bel tempo che fu, della propria gioventù e infanzia, anche se in verità le mia non furono molto televisive; insomma un culto passatista e retrò. Ma nessuno pensa che siano riproponibili quei format, quelle facce, quei vestiti, quelle battute. Anzi proprio per questa loro lontananza dal presente, destavano curiosità, tenerezza, affetto. Certo, era un necrologio live, perché era affollato di defunti, quegli spezzoni come reliquie e reperti risalivano all’età dell’oro della Rai quando aveva il monopolio del video, con ascolti mastodontici e larga partecipazione di pubblico. A proposito, anche il pubblico in studio di quei programmi era un campionario di umanità diversa rispetto a noi; lo spartiacque sembra contrassegnato dall’avvento del colore rispetto alla tv in bianco e nero. Erano programmi memorabili per chi ha superato i sessant’anni, ma curiosi per i più giovani, per capire come si rideva, cosa si diceva e cosa ci interessava, cosa ci piaceva in quel tempo prima della globalizzazione, degli smartphone e della vita odierna; ci faceva capire e vedere la mutazione antropologica accaduta, e ci induceva a fare paragoni istruttivi o divertenti tra epoche, mondi, tipi umani, linguaggi.
Penso che la missione culturale della Rai sia anche questa, fare la storia di questo paese anche attraverso l’intrattenimento, suscitare senso critico nelle comparazioni, tenere vivi i ricordi e la memoria pubblica della gente, farli sentire, con quel passato in comune una comunità vivente, alimentando la coesione sociale. Disporre di un archivio così ricco è un giacimento culturale di grande rilievo; non sfruttarlo è un piccolo delitto d’incuria e di selvatico abbandono.
Non so a quali criteri risponda questa barbarica eliminazione, e se possa affiorare un selvaggio e iconoclasta cupio dissolvi che ha colpito anche il glorioso e proverbiale Teatro delle Vittorie messo in vendita (col cattivo gusto maramaldesco che lo denota, il ministro della cultura ha sarcasticamente promesso di ricomprarlo e affidarlo a Beatrice Venezi). Cos’è questa furia iconoclasta verso il passato della Rai? E dire che la prima rivoluzione meloniana introdotta in Rai appena s’insediò il suo governo, fu affidare l’assai controversa striscia dopo il tg1 a un promettente giovane rivoluzionario, tale Bruno Vespa in segno di innovazione. Consentendo al ragazzo ultraottantenne di farsi venire in video – come suol dirsi – i cinque minuti. Ma non solo Vespa, la Rai da anni campa su un lascito del passato che si dilata sempre più nel palinsesto Rai: il Festival di Sanremo occupa mesi e occhieggia pure nei tg per tutto l’inverno, tra precoci anticipazioni, programmi aperitivi annessi, pillole, interviste e pellegrinaggi; poi la kermesse, quindi il dopofestival che si trascina per settimane. Una rassegna che è vecchia come il cucco e più vecchia della stessa Rai ma da lì non schioda. Altro che rinnovamento. Se va bene l’ottuagenario Vespa, se va bene il vegliardo festival di Sanremo, perché poi accanirsi con Techetechete? Procedono nell’opera come inesorabili svuotacantine, fino alla dismissione del passato. Il vecchio viene smantellato ma il nuovo non si vede, non mi pare di aver visto negli ultimi anni un nuovo format di successo; sul piano culturale poi non ne parliamo, il deserto dei tartari.
Sul piano politico non capisco come una forza che vinse le elezioni nel nome dell’identità nazionale e popolare, della memoria storica e di un seppur vago richiamo alla tradizione debba mettersi di buona lena a distruggere il passato e il suo repertorio pubblico nella principale azienda culturale italiana…
Capisco che si rischia di restare schiacciati sotto i paragoni, capisco pure che da qualche tempo la Rai è diventata per la scomparsa in breve tempo di tanti cantautori anziani e poi per il ricordo dei suoi santi patroni, Pippo Baudo e Raffaella Carrà, una specie di funerale permanente, con programmi in suffragio, come le messe, e commemorazioni a strascico. Ricordi vorrei dire doverosi, meritati e anche occasioni per tirar fuori il meglio del passato televisivo; ma l’ingorgo di defunti negli ultimi anni ha indubbiamente intasato la programmazione e l’ha ricacciata in una specie di spiritismo televisivo, con cortei di prefiche luttuose e di afflitti eredi. Capisco dunque la necessità di scrollarsi di dosso dell’immagine mortifera della Rai e della rappresentazione della tv pubblica ridotta a un puro “come eravamo”. Però buttare a mare un programma collaudato e seguito, che “fidelizzava” gli ascoltatori sul filo della memoria, mi sembra un atto sconsiderato.
Capisco che si debba innovare se si vuole vincere la sfida degli ascolti non tanto con le televisioni concorrenti e commerciali, ma con gli altri media e i social, ma non si innova distruggendo il passato; semmai sperimentando, testando, lanciando programmi start-up e format nuovi di successo. Ma questo purtroppo non accade; il poco di nuovo apparso sugli schermi è stato un flop a catena (anche l’innovazione di Techetecheté con Bianca Guaccero andò maluccio).
Più di vent’anni fa, avendo in quel tempo un ruolo in Rai, progettai, proposi e riuscì a far approvare la nascita di un canale digitale interamente dedicato alla sperimentazione di format, programmi, autori sceneggiatori, protagonisti e giovani promesse che chiamai Rai futura. Fu subito deviato sin dai suoi esordi dalla sua “mission” originale e rapidamente soppresso appena me ne andai dalla Rai. Ora, dopo aver rinunciato a pensare a una Rai futura, si stanno adoperando per demolire la Rai passata. Sostituendola con i soliti vecchi quiz e altra robetta stantia. Alla faccia del Nuovo. La Rai è stata un po’ l’autobiografia della nazione e lo è anche adesso, nella sua fase discendente: ogni volta che si cancella il passato si cancella pure il futuro. Senza ricordi, senza progetti.
La Verità – 1 maggio 2026
