Kafka il corvo, lo scarafaggio e le sirene

Franz Kafka non si perdonò mai di esistere e si perseguitò con la scrittura, si sentì gettato nel mondo, come un insetto cosciente e inerme, schiacciato dalla vita, dal potere e dall’insensata potenza del nulla. Non voleva tuttavia infierire sul prossimo, rovesciando sui lettori i suoi incubi; dispose di bruciare le sue opere inedite; bruciale “senza eccezioni” aveva detto a Max Brod, “e il prima possibile”. Ma il suo amico decise di tradire la consegna: “Amico di Platone, ma più amico della verità” avrebbe detto Aristotele. Mentre la sua fidata Dora, che amava l’uomo più della sua opera, lo aiutò a bruciare alcuni manoscritti, Max Brod fu più amico della letteratura, e forse dell’umanità, quando pensò di salvare l’opera di Kafka dalla cancellazione disposta dal suo autore. Si può violare la volontà dell’autore? Vorrei dire di no, se sono nei panni dell’autore; ma come un padre non può sopprimere suo figlio, così un autore non può bruciare la sua opera, che una volta concepita, vive di vita propria e appartiene a sé, al mondo e non a qualcuno in particolare, fosse pure suo padre, sua madre, o il suo autore. L’opera trascende l’autore. E poi l’ingegno, il talento, il genio, non appartengono a nessuno in particolare, nemmeno all’autore stesso, ma al mondo intero, o forse alla mente universale.  
Quest’anno è il centenario di Kafka e il giorno più adatto per ricordarlo mi pare proprio un venerdì santo, però senza redenzione né resurrezione. Morì a poco più di quarant’anni, come aveva previsto. La grandezza indiscussa dello scrittore, ai vertici del Novecento, non impedisce di dire che si legge Kafka con un senso profondo di malessere, come minacciati dalla sua pagina. Confesso che lessi Kafka da ragazzo come se avessi avuto una mano davanti agli occhi per non vedere la vita che lui descrive, ma tra un dito e l’altro lasciavo una fessura per spiare il suo racconto. Leggevo Kafka e immaginavo muri senza fine, ombre gigantesche, corridoi bui, oscuri verdetti a cui è vano ribellarsi, infelicità del vivere, senza scampo.
Il processo, il Castello, America (di inquietante attualità) e sopratutto La metamorfosi, con il suo incipit tra i più potenti della letteratura di ogni tempo – “Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato in un insetto mostruoso” – sono apici ineguagliati di letteratura nichilista. Inducono un’angoscia senza riparo, un cupo sconcerto, un funesto fatalismo governato dai demoni. È lo stesso Kafka a dirci che la scrittura è “una dolce mirabile ricompensa per aver servito il diavolo”, una “discesa nelle potenze oscure”, lo scatenarsi di spiriti nefasti. E aggiunge che “il suo elemento diabolico mi pare chiarissimo. E’ la vanità e l’avidità di piaceri”. “Ma che altro posso fare se non scrivere?” Ammette Kafka, confessando non di avere interessi letterari ma di essere fatto di letteratura, “non sono altro e non posso essere altro”.  
Per spiegare in sintesi la sua visione del mondo ricorro a un suo aforisma: “Questa vita ci sembra insopportabile, un’altra irraggiungibile”. O per dirla con altre sue parole, viviamo un interminabile pomeriggio domenicale nell’attesa di un grande lunedì; “ma la domenica non finisce mai”.
Kafka induce nei suoi lettori, notava Roberto Calasso, “spaesamento, sconcerto, stupore”. E quel sentirsi in totale balia del potere e del destino, che poi coincidono; inermi e spiazzati dai loro verdetti senza traccia di giustizia, tantomeno di umanità, concepiti nel segno dell’assurdo, vera chiave di lettura universale che spiega l’inspiegabilità di tutte le cose in una sorta di teologia capovolta. 
Andai a visitare la sua tomba, al cimitero ebraico di Praga: nella stessa lapide sotto la sua iscrizione ci sono le epigrafi dei suoi genitori, coi quali ebbe un rapporto difficile. E più in basso, in una piccola lapide a parte, le sorelle, morte nei campi di sterminio. Quando Dino Buzzati andò a visitare la tomba di Kafka, da cui era ossessionato perché ogni suo scritto veniva ricondotto all’ispirazione kafkiana, trovò in cima alla lapide un corvo che si ripassava le piume. Non sappiamo se sia vero o sia piuttosto un’invenzione, come sospetta Mauro Covacich nel suo recente Kafka, senza peraltro citare Buzzati. Ricordiamo che in ceco Kafka o kavka vuol dire proprio cornacchia; l’emblema di un corvo compariva nella carta da lettere del negozio paterno. Nomen omen, Franz fu fedele a quel simbolo, e volteggiò nei suoi scritti come un corvo, annunciando sinistri presagi: il nero corvino è il colore della sua prosa, della sua profezia, dei suoi occhi, dei suoi capelli e delle sue tenebrose sopracciglia. Altri animali ricorrono nelle sue visioni e ossessioni, e sono animali dell’oscurità: i topi, la talpa, lo scarafaggio.
E tuttavia tenerissimo si rivela talvolta. Per consolare una bambina che aveva perso la sua bambola, Kafka le racconta che la sua creatura sta solo facendo un viaggio; “lo so perché mi ha mandato una lettera” e promette di portargliela il giorno dopo. Per tre settimane continuerà a scrivere lettere dalla bambola alla bambina. Quelle lettere a un’unica lettrice per aiutarla a mitigare la perdita, dimostrano che talvolta Kafka sfuggiva ai demoni della scrittura, o perlomeno ricordava l’origine angelica degli stessi demoni, e si dedicava ad alleviare il male, seppure in modo illusorio, nelle creature più indifese. Così appare a volte perfino allegro in alcune relazioni amorose.
Kafka riconosceva la superiorità del male sul bene, sul piano della conoscenza: “Il male conosce il bene, ma il bene non conosce il male”. L’asimmetria malefica della vita. I due peccati capitali dell’uomo, per lui sono l’impazienza e l’inerzia. Tutti gli altri discendono da questi; a causa dell’impazienza furono cacciati dal paradiso, a causa dell’inerzia non possono tornarci. Il pensiero kafkiano è segnato dall’impossibilità di tornare, fino all’aspirazione di raggiungere il punto di non ritorno. Dopo aver ammesso di aver avuto nostalgia del passato, del presente e del futuro e di trovarsi nella condizione di un morente in una bara verticale, Kafka confessa di aver passato la vita a difendersi dalla voglia di porle termine. 
E tuttavia, si può trarre a rovescio da Kafka uno spiraglio: quando dice, nel suo terzo quaderno, che le sirene dispongono di un’arma ancor più tremenda del canto ed è il loro silenzio. Dal loro canto forse ci si può salvare, dal loro silenzio no: l’incantesimo è pericoloso ma fa più male il muto disincanto. Gli uomini possono sopravvivere agli effetti nocivi delle illusioni ma non sopravvivono alla fine dei miti e dei sogni. Anche i corvi conoscono la via dei canti che porta nei cieli. 

La Verità – 29 marzo 2024

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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