La civiltà letteraria finisce e nessuno ci bada

Ma che fine ha fatto il dibattito culturale, la controversia intellettuale, la sfida tra pensieri divergenti? Avete notizia di quella che un tempo era la critica letteraria, l’argomentata discussione di un testo, la disputa tra autori o quantomeno tra autori e recensori? Si, erano esercizi di élite, interessavano una minoranza colta, pur corposa; riguardavano i cenacoli letterari, un ristretto ma attento numero di lettori, le pagine culturali. Tutto questo è sparito nel giro di pochi anni e nessuno sembra accorgersene e dolersene, come se fosse una inevitabile evoluzione, il passaggio tecnico, automatico, come quello dal telefono fisso allo smartphone. Non c’è mai un’opera per cui valga la pena di esprimere e articolare un giudizio, non c’è mai una tesi, un’interpretazione, una narrazione, con cui misurarsi, che vada riletta, spiegata, criticata, confutata. L’accettazione o il rifiuto si fermano a priori, usando alcune categorie pregiudiziali e il criterio di appartenenza: se quell’autore, prima ancora di quel libro, è così classificato allora c’è la notizia o la cancellazione; la marchetta o lo scritto autoreferenziale. Non c’è nemmeno la lettura per rendere un buon servizio al lettore, per consigliarlo, sconsigliarlo o suggerirgli di leggere in una chiave o tramite un confronto. Di un’opera non ne parla più nessuno, se è un autore a cui si deve dare evidenza, basta l’anticipazione, il brano tratto dalla sua opera, al massimo l’intervista. Del suo libro ne parla solo lui, assoluta autarchia, faidate, che sconfina nel solipsismo. 
Eppure non era la preistoria quando si confrontavano tesi realmente diverse, si giudicavano autori e libri, si mettevano uno di fronte all’altro culture divergenti. Oggi non c’è varietà di culture e tantomeno antagonismo culturale, ma c’è una soglia invalicabile che delimita la cultura dal suo contrario. Inevitabilmente la qualità decade, al suo posto vige l’aderenza ai pregiudizi. Anzi, come per la cittadinanza in Cina, c’è una sorta di cittadinanza letteraria a punti, che stabilisce se sei un buon autore e se di te si deve parlare oppure no. Nemmeno la stroncatura, che un tempo fu pure un genere letterario, si usa più, anche perché presupponeva comunque l’attenzione critica a un autore e a un libro, e la lettura della sua opera, seppure per demolirla. Ora il disprezzo è a priori: non si chiama recensione ma anatema o, all’opposto, nullaosta, fino al peana. Nel merito non si discute più. Paradossalmente era più vivo il confronto quando erano radicali le contrapposizioni, quando c’erano perfino comunisti dichiarati e fascisti sottintesi, veri rivoluzionari e autentici reazionari, piuttosto che da quando tutti si dicono liberali. 
Tutto questo cosa significa? Che è finita la civiltà letteraria, la circolazione delle idee, l’arduo confronto delle differenze. O si è corretti o si è scorretti, la differenza non ha più senso né valore, c’è una soglia di accettazione e rifiuto. E sul piano culturale, cosa produce? L’avvento delle monadi e degli sciami. Ovvero, da una parte ogni autore è ridotto a una monade, senza porte né finestre, avrebbe detto Leibniz, un’entità a sé stante, non comunicante, autoreferenziale, o se preferite un’espressione più colorita e pop: ognuno se la canta, se la suona e se la balla per conto suo. Gli autori, come le parallele, non s’incontrano mai, o s’incontrano all’infinito, cioè in un imprecisato altrove. 
Dall’altra parte c’è lo sciame: è la consorteria ideologico-mafiosa, il salottino o il circoletto, dove vige la logica del branco, composto da mucche, vitelli e vaccarielli, ovvero da autori principali, aspiranti e affiliati. I giudizi sono automatici e preventivi, come i lasciapassare e gli interdetti.
Lo sciame è il surrogato dell’intellettuale organico di un tempo, che in quel tempo detestavamo ma che oggi quasi rimpiangiamo rispetto all’intellettuale monade e allo sciame. Non è più organico a un’idea o ideologia, a una casa-madre: per restare nella civiltà dei rifiuti, al posto dell’organico vige la raccolta differenziata degli intellettuali, ciascuno nel suo sacchetto e nel suo cassonetto.  
Gli alibi per giustificare questa svolta sono ancora più assurdi. 
Si dice, ad esempio, che i lettori diminuiscono, la cultura non porta lettori, dunque giornali e riviste devono adeguarsi, cambiare, inseguire nuovi target: non si rendono conto che i lettori diminuiscono anche per questo. E più i giornali perdono le loro particolarità per farsi più simili ai social, alla tv o all’epoca, e più si rendono superflui, irrilevanti. Un giornale non può essere easy dalla prima all’ultima pagina, non dev’essere generalista in toto, ma è fatto mettendo insieme diverse nicchie, componendo diverse aree specifiche d’interesse. In un giornale ci dev’essere la parte più pop, più comune e ci dev’essere la parte che riguarda ambiti specifici. Io per esempio, e mi scuso con chi le fa, salto le pagine sportive; perché non accettare l’idea che qualcuno salti le pagine culturali o gli articoli troppo difficili? Un giornale deve comporre esigenze diverse; è un bazar di alta, media e bassa rappresentazione della realtà a più livelli. Si può e si deve essere pop per venti pagine, si può e si deve essere ricercati per due pagine. E in alcune pagine va affiancata la semplicità dei fatti narrati all’acume dei commenti. La pagina culturale diventa sempre più – non è il caso de La Verità, va detto – una pagina d’informazione, promozione e celebrazione, dei propri autori, inserti e supplementi. E nomi, tesi, opere rigorosamente evitati, rifiutati a priori. Mai un faccia a faccia tra chi la pensa diversamente, mai due opposti pareri messi a confronto, come si faceva un tempo. Non vi sfiora il dubbio che questa sciatta e scontata uniformità fornisca alibi a chi diserta la lettura? La stessa cosa vale per la tv e gli altri media.
Ma al di là della stampa e della fattura dei giornali, con le sue estensioni in video, è la civiltà letteraria che tramonta per assenza di confronti, paragoni, letture incrociate. Aprite la mente, ve ne prego, non barricatevi nei prefabbricati; lo dico a tutti, non a sinistra, a destra, a questi o a quelli. Invito unanime a riconoscere le differenze e a metterle in campo. 

La Verità – 27 marzo 2024

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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