La gioia di scrivere
“C’è dunque un mondo/ di cui reggo le sorti indipendenti?/ Un tempo che lego con catene di segni?/ Un esistere a mio comando incessante?/ La gioia di scrivere./Il potere di perpetuare./ La vendetta di una mano mortale”. Così scriveva la poetessa polacca Wislawa Szimbrowska, premio Nobel per la letteratura, nella sua poesia che dà il titolo a una sua raccolta di versi, La gioia di scrivere (ed. Adelphi). Confesso di condividere quella impareggiabile, inesprimibile gioia, la gioia di scrivere. Quando mi siedo a scrivere, con la penna o con la tastiera, tra la carta e il video, e poi ancora la carta che accoglierà quella pagina conclusa, avverto quella breve felicità, la piccola eternità di una gravidanza creativa.
Vorrei raccontarvi, per quel che è possibile, quello stato di beatitudine, e il suo piccolo miracolo: una solitudine che si scopre moltitudine, grazie a chi poi leggerà. Tu sei solo, nella tua mente che viaggia, ma avverti di essere mai come in quel momento unito al mondo, ai cieli, ai mari, alla terra, al prossimo, intimamente connesso alla radice del mondo e alla storia, seppure dalla tua infima feritoia, la postazione remota di un estremo davanzale inondato dal sole, visitato dalle stelle.
Se mi chiedete la ragione di quel rito quotidiano non troverò altre scuse. Si, la voglia di dire, di testimoniare, di farsi ascoltare, la passione di verità che non è mai verità ma solo amor del vero. Ma prima, ma sotto, ma dietro, c’è quella gioia irrinunciabile di scrivere. Si scrive per professione, per vocazione, per condividere pensieri e osservazioni sul mondo e sulla vita che passa davanti e a volte ti prende. Ma alle origini c’è quel gesto, e la sua liturgia, di aprire un quaderno o uno schermo, e lasciare che le dita rispondano alla mente, all’intelligenza del cuore, e trasformino un vuoto in una danza di simboli, “una catena di segni”, in cui ti senti per pochi momenti un piccolo dio che ordina l’universo e avverte l’effimero “potere di perpetuare”, seppure in un foglio, in una grafia; mediante “una mano mortale”. Si, ti “vendichi” della tua natura mortale.
La gioia di scrivere, è inutile dirlo, si unisce alla gioia di leggere, di collegarsi alla filiera di chi ti ha preceduto, i maestri, i maggiori, gli illustri sconosciuti che un giorno, fosse ieri o mille anni fa, fecero quel che tu stai facendo. Durante il giorno vivi come vivono gli altri, ma poi… Come scrive in un’indimenticabile lettera che sembra scritta a te, per te, Niccolò Machiavelli: “Venuta la sera mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio, mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui…e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro”.
Quante volte sono contrariato dalla vanità dell’opera, sconfortato da chi non comprende il senso di quei pensieri, la profondità da cui provengono e anche i travagli; non ti riconoscono, ti evitano o fingono di farlo; a volte mi prometto di non scrivere più, di tacere. Ma poi mi assale nuovamente quella gioia assoluta, incontenibile, e allora riprendo a scrivere, nonostante tutto, e scriverei anche senza mestiere, senza tornaconto, per dialogare con gli invisibili; anzi a volte per rendere visibili gli invisibili, presenti gli assenti. Le idee prendono corpo e le vite che furono o che sono senza accorgersi di essere, prendono ad animarsi davanti a te, nella finestra di quella pagina. Quando scrivo non penso a quel che riceverò in cambio, a come accoglieranno le mie parole, e nemmeno agli improperi e ai veleni che a volte si accodano alle parole scritte.
Quanto durerà ancora questa gioia, sarà resa superflua dal nostro tempo che non legge, non pensa, si perde nella rapidità e nel video? Basterà scaricare testi e saperi dai cieli virtuali del web, saremo sostituiti dai prodotti precisi dell’intelligenza artificiale? Non lo so, non resta che accettare la sorte, amor fati, accada quel che accada. Ma nessuno potrà togliermi quell’attimo in cui ho vissuto e pasteggiato con gli dei, quel soffio di eternità che poi si risolve in momenti rubati alla fuga del tempo.
Si, scrivere a volte è il surrogato di vivere, quando non puoi vivere, scrivi, è il racconto delle tue impotenze; o il contrario, smetti di vivere per raccontare la vita al suo passaggio. E ti inoltri nella vita della mente, coi suoi misteri, le sue ombre e le sue luci, navighi in mondi che non sono toccati dalla banalità quotidiana, in cui tutto sembra avere senso e scopo, anche se non sono cose che puoi toccare o comprare. Ma solo accarezzare, levigare, sprigionare. O affidi i messaggi in bottiglia per mettere in salvo la traccia di un’anima dal naufragio dei giorni. Io c’ero. Scripta manent, anche quando non rimane più niente. Verba volant, ma volano in cielo quelle parole, garriscono come aquiloni, chiamano gli dei ignoti e le fate, cantano al loro apparire. Noi passiamo, la vita passa, ma quei segni restano in un imprecisato altrove. È rara la gioia di vivere, e quando ne prendi coscienza poi ti sfugge, perché la felicità ti prende quando non sei cosciente e sparisce appena la vuoi trattenere. Invece la gioia di scrivere accade mentre si realizza, la vivi durante. Di questo sei grato. Ti credi l’autore e invece è una grazia ricevuta.
(Panorama, n.22)
