La guerra bussa alle porte dell’ospizio occidentale

“La Russia si è assunta la grande responsabilità storica di aver riportato la guerra sul suolo europeo”, ha detto Sergio Mattarella alle Nazioni Unite a New York. Per la verità, sul piano storico, la guerra in Europa fu portata dagli Stati Uniti venticinque anni fa, nella primavera del 1999, intervenendo in Serbia. E l’Italia fu coinvolta per la prima volta direttamente in un’operazione di guerra a due passi da casa: era presidente del consiglio Massimo D’Alema e vice-presidente del consiglio, con delega ai servizi segreti e poi ministro della Difesa Sergio Mattarella (omonimo?). Diciannove basi Nato sul suolo italiano furono utilizzate per due mesi per attacchi contro la Serbia, in un’operazione chiamata Allied Force, per farvi decollare gli aerei, per la logistica e la copertura radar: furono bombardate centrali elettriche e la sede della televisione serba a Belgrado. I bombardamenti e le operazioni militari, a cui partecipò il nostro Paese con nostri aerei e nostre portaerei, non ebbero l’autorizzazione dell’ONU anche se furono giustificati come un intervento umanitario. Le famose bombe umanitarie del progressista dem Clinton, con l’appoggio del governo progressista e umanitario nostrano… Fu quella la prima guerra europea dei nostri anni, ai confini di casa nostra, con diretta partecipazione italiana. Il precedente, ma lontano dall’Europa, era stato pochi anni prima in Iraq. Non ricordo grandi mobilitazioni pacifiste né discorsi istituzionali sul pericolo di una guerra alle porte dell’Europa, col diretto coinvolgimento dei paesi europei. Eppure quella fu una guerra molto più vicina al cuore dell’Europa e ai nostri confini, rispetto all’Ucraina.
Dall’altra parte, sull’onda dei massacri a Gaza, monta un aggressivo pacifismo nelle piazze, nelle università, tra le opposizioni. Come ci insegna la storia, nessun pacifismo ha mai sconfitto e fermato una guerra; il massimo che produce è disarmare almeno psicologicamente una parte in campo, la propria. Comprensibile che il Papa ripeta invano l’accorato appello alla pace, è la sua missione evangelica; meno comprensibile è il pacifismo come linea politica, ma solo quando si sta all’opposizione (al governo si è sempre inevitabilmente allineati alle decisioni della Nato, degli Stati Uniti e dell’Unione europea).
La risposta realista, invece, sarebbe allargare il gioco delle relazioni e delle pressioni, sganciare l’Europa dalla subalternità agli Usa e intraprendere un coraggioso piano negoziale per trasferire i conflitti sul piano delle trattative. Ma l’Europa e gli Stati Uniti, presi entrambi dalle loro scadenze elettorali, preferiscono mostrare i muscoli e manifestare, ora con Macron, ora con gli inglesi, la loro disponibilità a difendere con le armi l’Europa dalla Russia (che non ha mai pensato di attaccare l’Europa, semmai mira a riprendere il controllo di un’area che da secoli è nella sua orbita). 
Ogni posizione che assume l’Occidente è ormai minoritaria sul piano mondiale, sia per quel che riguarda la guerra russo-ucraina sia per quel che riguarda la tragedia israelo-palestinese (salvo una parvenza di ravvedimento estremo). Ha senso in questa situazione e avendo davanti agli occhi gli sviluppi di quelle due catastrofi, insistere sulla linea filo-atlantista e interventista?
La riflessione a questo punto si sposta dall’attualità al piano più profondo della condizione occidentale. Che cos’è oggi l’Occidente sul piano mondiale? Temo che la definizione riassuntiva più efficace sia quella che ha dato qualche anno fa Eduard Limonov, scrittore russo-ucraino morto quattro anni fa: il grande ospizio occidentale. E’ il titolo di un suo libro pubblicato in Italia da Bietti, con un’introduzione di Alain de Benoist. Secondo Limonov gli euroatlantici “non sentono più la vita”, non hanno più energia, l’Europa è morta da un pezzo, ma il suo cadavere è mummificato nell’Unione europea. Vivere nelle società occidentali significa campare in un ospizio, gestito dagli amministratori pubblici e popolato non da cittadini ma da pazienti che vivono sotto sedativi, tranquillanti e antidepressivi. Ospizio anche per l’età media, ben rappresentato dal malandato Biden.
Il totalitarismo soft occidentale per Limonov si copre di moralismo, diritti umani e “impero del bene” che Cristopher Lasch definì Stato terapeutico, tra infantilizzazione programmata e opinioni prefabbricate. I bastioni di questo canone occidentale sono la teoria gender, la cancel culture e l’ideologia woke, che si riassumono in una sindrome diffusa: l’autodisprezzo, la vergogna di essere quel che siamo e che fummo nella storia. Spingendosi oltre Limonov, de Benoist nota che l’Ospizio Occidentale, alla luce di questa ideologia, è diventato una specie di ospedale psichiatrico. A un regime dispotico, nota Limonov è possibile ribellarsi, ma è difficile rivoltarsi contro le proprie debolezze. Impossibile l’agitazione dentro un ospizio, tutto viene sedato e ricondotto alle quiete, anzi al quieto non vivere, alla sua longeva e ricoverata sopravvivenza. L’amministrazione dell’ospizio non è nemica dei suoi pazienti, ma si presenta come loro complice e protettrice, e se limita la loro libertà e i loro orizzonti lo fa solo per il loro bene. Curiosamente, nota Limonov, la libertà è la parola-feticcio più inflazionata, con democrazia, negli ospizi occidentali. L’aggressività, nota lo scrittore russo, è scaricata in Occidente contro la natura, che è il secondo nemico, insieme alla storia. I suoi abitanti, poststorici e snaturati, sono “infantili oltre che effemminati”, gli scarsi giovani sono “vecchietti in erba” che vivono digitando; la musica pop provvede ad abbrutirli. La rivoluzione sessuale e il femminismo, più che innalzare la donna abbassano l’uomo; la pornografia è l’erotismo per i poveri. Ma oggi, aggiungiamo noi, siamo entrati in una fase di desessualizzazione dell’occidente, come si conviene del resto a un ospizio. 
In questo quadro, conclude Limonov, l’unico patriottismo ammesso è il patriottismo del nichilismo: non difendere la civiltà, le eredità, il mondo di valori, ma la loro assenza, smerciata per libertà e diritti umani. Pensate che l’Ospizio occidentale possa ingaggiare con questi presupposti una guerra contro i mondi vitali che premono ai suoi bordi, a est, a sud? Non vi sembra velleitario questo occidente in tuta militare che si prepara alla guerra e al riarmo quando è interiormente disarmato e demotivato?

La Verità – 10 maggio 2024

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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