La solitudine di Giorgia

Giorgia Meloni governa l’Italia senza rivali, neanche tra gli alleati e tantomeno all’interno del suo partito. È la ragione principale del suo successo ma anche dei suoi problemi.

Nessun osservatore di buon senso può oggettivamente pensare che Elly Schlein e Giuseppe Conte possano costituire una credibile alternativa al suo governo, da soli o insieme. La fortuna della Meloni è in quegli antagonisti che si ritrova; il più astuto e capace avversario è ridotto al due per cento, gli altri non sono in grado di mettere in piedi un’alternativa credibile di lungo respiro. E ancora più assurdo è pensare che possa nascere un governo fondato soltanto sull’antimelonismo, come ieri nacquero coalizioni soltanto nel nome dell’antiberlusconismo; ma vissero male, durarono poco, finirono bocciate. Non vanno lontano, anche se Conte ha una duttilità prodigiosa, e può allearsi a qualsiasi schieramento e sostenere qualunque tesi; e la Schlein è la simulazione di un leader, non ha un’identità da difendere quanto piuttosto una serie di identità da negare. La più grande polizza assicurativa per il governo Meloni è rappresentata, si sa, da questa opposizione. E l’euforia sardonica innescata dal voto in Sardegna è giustificata per i guai che ha generato nel campo del centro-destra ma non per i risultati che può generare nell’ambito della coalizione giallorossoverde.

La Meloni non ha avuto finora gravi problemi neanche dagli alleati. Il rapporto di forza è attualmente troppo schiacciante a suo favore per determinare preoccupazioni: Tajani è prudente, moderato, non è uso agli strappi e al comando ma alla condiscendenza e alla leadership altrui; Salvini da cinque anni è in discesa libera, tallonato da Zaia al suo interno, e non riesce a recuperare il peso e la credibilità che aveva ai tempi del primo governo Conte; un suo strappo per essere efficace dovrebbe mandare all’aria il governo e sarebbe un suicidio collettivo, insensato. Il costo più pesante che deve sopportare la Meloni per tenere unita la coalizione è finora sposare l’autonomia differenziata della regioni voluta dalla Lega, inaccettabile per una forza di destra nazionale e sociale, come in fondo è o era Fratelli d’Italia; vallo a spiegare ai suoi elettori e al centro-sud che uno dei mali principali del nostro assetto istituzionale, il regionalismo, va rafforzato e reso più autonomo.

La sua leadership in questi quindici mesi di governo è cresciuta ma la classe dirigente del suo partito, come era stato facilmente prevedibile, non è apparsa all’altezza della leader, della sfida politica in atto e del patrimonio elettorale di primo partito (dopo gli astensionisti) di maggioranza relativa nel Paese. E lo si vede spesso nella scelta dei candidati locali, Sardegna inclusa.

I maggiori successi della Meloni in questo primo arco di tempo si riassumono in una espressione: la considerazione internazionale, il ruolo attivo che ha conquistato in Europa, in seno all’alleanza atlantica, all’unione europea, nelle relazioni tra stati. Si potrebbe pure aggiungere che il terreno su cui miete più successi diplomatici è anche il luogo in cui una parte del suo elettorato si sente più tradita dal suo schierarsi in prima linea tra i falchi dell’interventismo eurooccidentale in Ucraina, col decennale impegno a favore di Zelenskij, lo schierarsi in prima linea con la Nato e con gli Usa di Biden. O nel perseguire il conflitto semifreddo con la Russia, nello schierarsi a fianco d’Israele e di Netanjau anche durante questi mesi di massacri e bombardamenti sulle popolazioni civili; con spiacevoli propaggini anche nelle piazze italiane. A riassumere in una battuta, ha pensato più a Kiev che a Cagliari.

Ma nel complesso, non si può negare che la Meloni abbia acquisito una buona considerazione internazionale. Anche nello scenario occidentale, come in quello nazionale, la crescita della Meloni è dovuta anche alla scarsa statura politica e internazionale degli altri capi di stato e di governo, davvero modesti: nessuno paragonabile a Merkel, Kohl, Mitterrand, Aznar, Thatcher o Blair, imbarazzante Biden alla guida della maggiore potenza mondiale; in questa situazione, la Meloni fa la sua figura, è tutt’altro che inadeguata.

Però qui torniamo al punto da cui siamo partiti: la solitudine della Meloni è stata ed è finora la garanzia della sua leadership, il suo tesoretto, ma è anche la causa della sua fragilità, il suo rischio.

Da italiani ci auguriamo che possa continuare a lungo e portare a termine un governo di legislatura; e con tutti i suoi limiti, i dissensi che suscita, le difficoltà che non riesce a sormontare, è per noi mille volte preferibile un governo a guida Meloni piuttosto che un governo Conte-Schlein, o tecno-sinistro o neoconsociativo. Però, se riuscisse ad allargare lo sguardo e ad allungare la vista, fuori dall’affanno della gestione quotidiana e dall’imperativo categorico assoluto di sopravvivere ad ogni costo, forse potrebbe uscire da questo lungo rodaggio preliminare ed entrare in una seconda fase più fattiva e convincente. Mai sedersi sui successi, che durano davvero poco e sono fragili come il pane carasau.

La Verità – 28 febbraio 2024

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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