La Tradizione secondo Veneziani

Religione e tradizione, logica e tecnica nascono dallo stesso seme: collegare. Vivere è connettersi, in cielo e in terra, all’altro che fu, che c’è, che sarà” (Marcello Veneziani, Centaura)

La Tradizione è la via del ritorno. La Tradizione è ciò che ci riconnette all’origine, è quel sentiero “non interrotto” che ci riporta là, dal luogo dove proveniamo. Anche questo è stato un tema forte della investigazione intellettuale di Marcello Veneziani.

Nel suo Manifesto del Conservatore chiede di preferire la tradizione all’istante”.

Nella sua autobiografia intellettuale che abbiamo già citato, possiamo trovare un passaggio interessante che ci parla della Tradizione e la colloca in un contesto di pensiero più ampio: “Il pensiero tornante si sviluppa nella sua opera nel ritorno al passato ancor vivo che chiama Tradizione, connessione comunitaria e senso della continuità selettiva; e nell’apertura al futuro che definisce Amor fati, accoglienza dell’accadere e conversione del divenire nelle braccia dell’essere da cui origina; guidato nel transito dalla sposa invisibile, la metafisica. In questa luce, la letteratura è nostalgia della vita che scorre, la filosofia è teoria del ritorno, la teologia è ritorno all’Uno, la metafisica è senso del destino, come intelligenza della vita e del mondo. E il mito è la chiave di lettura, al di là della verità e della finzione, per vedere il mondo sotto altra luce, con altri occhi”.

All’attento lettore di Veneziani non sfuggirà come questo passaggio, in un certo senso, compendia in modo efficace il suo pensiero. La Tradizione in connessione con il fato e con l’essere; questa sua connessione con il pensiero cristiano, attraverso la metafisica dell’essere (certamente non priva anche di suggestioni al di fuori del cristianesimo, si pensi ad Heidegger). Questa Tradizione che è un ritorno ad un passato vivente (non al passato di per sé) per andare, anzi per tornare verso l’origine.

Come detto, vedo in questo pensiero tradizionale di Marcello Veneziani un tentativo di lasciarsi alle spalle una filosofia dell’immediato per ricongiungersi ad un pensiero essenziale, un pensiero in cui ci si distingua dall’usurato tradizionalismo di coloro che, come Veneziani ripete spesso, preferiscono custodire le ceneri piuttosto che il fuoco.

Questa mi sembra anche la ragione per cui Veneziani sia così attento ai fenomeni culturali contemporanei, anche a quelli di culture alternative, per cercare di decrittarli e confrontarli alla luce del pensiero essenziale. Questa attenzione forse può anche collimare anche con alcune investigazioni sociologiche in ambito di un pensiero distante da quello del Veneziani, come quello anarchico.

Penso per esempio all’interpretazione che l’antropologo Francesco Spagna da dei fenomeni controculturali come travestimento della tradizione (Cultura e Controcultura, Elèuthera 2016).

Mi sembra una pista interessante da seguire e certamente non sfuggirà a questa suggestione una personalità come quella di Veneziani, che volentieri dialoga con altri pensatori all’apparenza latori di un pensiero lontano dal suo, come per esempio Diego Fusaro, attualizzatore di un marxismo, sulle orme di Costanzo Preve, che il secolo ventesimo sembra(va) aver condannato all’eterno oblio.

Non c’è dubbio che uno dei libri chiave per comprendere l’idea di Tradizione in Marcello Veneziani è Di padre in figlio. Elogio della Tradizione (Laterza 2002). In questo testo troviamo un compendio delle sue riflessioni sulla Tradizione, a partire da un suo ripensamento per poi vagliare le varie idee sulla stessa.

C’è anche posto per un capitolo teoretico sulla Tradizione e per una disanima sulle forme del tradizionalismo, con attenzione al tradizionalismo di area cattolica. Conclude il volume uno sguardo sul tempo presente e su quello che lui definisce il “letargo della tradizione“. Certamente si tratta di un testo importante, un testo che andrebbe non solo vagliato, ma anche discusso alla luce dei diversi orientamenti sulla Tradizione che sono presenti al giorno d’oggi.

Nella prefazione ci avverte di qualcosa molto importante: “Laddove non ci si collega ad una tradizione, ad un orizzonte di senso comune, rielaborato nel corso del tempo e immesso nell’esperienza della vita e della storia, tutto muore senza lasciare una traccia, tutto si spegne ancor prima di venire alla luce. La perdita della Tradizione non libera le energie creative, ma produce il loro inaridimento“(IX).

E quando ci spiega cosa non è la Tradizione, ecco cosa dice: “La Tradizione non è il culto del passato o la nostalgia di un tempo che non c’è più. È insensato riferirsi attivamente a una tradizione che non sia vivente. Senza vita non c’è tradizione, anche se la Tradizione non si esaurisce nella dimensione della vita. Lo spirito tradizionale è incompatibile con lo spirito reazionario che invoca l’utopia capovolta di un mondo che ha cessato di esistere. La differenza che corre fra tradizione e reazione è la stessa che separa la spiritualità dallo spiritismo. L’elevazione del passato a principio segna la morte della Tradizione, e la sua evocazione medianica dall’oltretomba, così come l’elevazione del presente ad assoluto segna la fine della Tradizione. È una confusione di piani elevare un periodo storico a norma metastorica“.

Da questa sorta di “filosofia per negazione” ci conduce poi a capire cosa dobbiamo intendere per Tradizione: “Nella sua essenza, la Tradizione è la forma suprema di resistenza collettiva alla morte. La Tradizione è l’unica immortalità disponibile sulla terra e nella storia. Essa è la sola Trascendenza concessa nel fluire dell’esistenza, ovvero la visione di una continuità oltre il raggio individuale di un’esistenza. Tramite la sua continuità e la sua trasmissione è possibile tener vivo ciò che biologicamente appare destinato al tramonto. Ciò che si tramanda è sottratto al deperimento e alla definitiva scomparsa: la comunità porta in salvo i tesori della Tradizione dalla rovina del tempo“.

Questo continuità, questo senso del permanere nel fluire inesorabile del tempo, ecco come la Tradizione ci aiuta a non smarrirci nella “rete di significati” (Clifford Geertz) di cui è trapuntata la nostra esistenza.

Estratto da La cenere e il fuoco: Marcello Veneziani, un rivoluzionario conservatore (Chorabooks), libro a cura di Aurelio Porfiri con un’intervista inedita.

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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