L’eredità del Cavaliere

Oggi Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant’anni; andò via tre anni fa, nonostante una volta avesse promesso di allungare la vita agli italiani ben oltre il secolo. Fu la più esagerata e miracolosa delle sue promesse, da Re Taumaturgo in odore di santità, seppure a cavallo della ricerca nella medicina. Ma il destino non lo scriviamo noi; non bastano i mezzi, le ricchezze, il potere e la potenza; restano i limiti della condizione umana e la soglia fatale della vita. Anche i ricchi muoiono, e pure i più intraprendenti.
Ricordando Berlusconi mi è tornata in mente una denuncia contro di lui nel febbraio del 2002, mentre governava l’Italia. In quel tempo si narrava che la democrazia in Italia fosse caduta nell’abisso del totalitarismo. Lo scriveva sul quotidiano francese Le Monde Antonio Tabucchi: “In Italia assistiamo alla caduta della democrazia nell’abisso del totalitarismo grazie alla complicità del presidente Ciampi che ha lo stesso ruolo di Vittorio Emanuele III con Mussolini”. Incuranti della tragedia in corso, gli italiani continuavano a fare le cose di sempre, perfino a votare e a protestare liberamente. Solo che votavano al dittatore, il cav. Silvio Berlusconi e guazzavano nel totalitarismo facendo ammuina. Pochi anni dopo, per una manciata di voti, il regime totalitario berlusconiano-fascista cadde come una pera cotta, e nella caduta non si fece male nessuno; andò a casa senza nemmeno barricarsi in Palazzo Chigi o sparando un colpo sui vincitori. Ma dopo due anni, poiché non si erano messi d’accordo gli avversari politici e le vittime del dittatore, tutte in ottima salute nonostante la cattività e le torture sotto il tiranno, si tornò a votare e il dittatore rivinse le elezioni libere e democratiche indette dal centro-sinistra e dal nuovo presidente della repubblica, l’ex comunista Giorgio Napolitano. E il despota con i suoi accoliti tornò al governo, per volontà del popolo sovrano, con la sua dittatura bossanova, feste, giochi, trenini e cotillons. Questo per dirvi quanto sia fatuo ma ricorrente l’allarmismo sull’imminente sospensione delle libertà democratiche, la svolta autoritaria e menate varie. E quanto non serva affatto alla sinistra suonare sempre lo stesso campanello d’allarme. Berlusconi governò nuovamente, e in modo indolore; passò via senza cambiare l’Italia, né in meglio né in peggio, senza stravolgerla. Il suo regime fu un fenomeno generale di illusionismo, un abbaglio globale. Cambiò gli italiani più lo smartphone che Berlusconi al potere. 
Berlusconi non finì la sua corsa perché sconfitto dai giudici e nemmeno dalla sinistra ma dall’Europa e dalla tecnofinanza: non cadde per un processo in tribunale o per una sconfitta elettorale ma per lo spread. Coi giudici la partita finì in parità: loro non sconfissero lui ma nemmeno lui sconfisse loro, portando a casa una riforma sulla giustizia che non riuscì mai a realizzare. E così fu con la politica; nemmeno l’uso di Fini in funzione antiberlusconiana da parte della sinistra determinò la sua caduta; ce la fece a restare in piedi, resistette a ogni assalto, processo, campagna. A sconfiggerlo fu il differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e tedeschi, pilotato dall’oligarchia tecno-finanziaria europea. Non si può escludere che vi sia stato il concorso di altri agenti interni (il Quirinale, per esempio, assai attivo con Napolitano) o l’intesa tra i principali azionisti politici dell’UE che volevano sbarazzarsi di lui (l’asse franco-tedesco, all’epoca rappresentato da Sarkozy e Merkel, che peraltro non erano di sinistra). Berlusconi fu fatto fuori dall’Unione Europea senza essere mai stato antieuropeista. Fu freddato a colpi di spread; poi mandarono il becchino al suo posto a gestire le esequie al Cavaliere e al suo Paese della Cuccagna, col governo dei sacrifici umani. Era il tecnocrate Mario Monti, senatore a vita e presidente a morte.
Il ventennio berlusconiano è stato un’atmosfera e magari una postura ma non un’impostura, un regime, un’autocrazia. È stato tre volte al governo e tre volte è stato mandato a casa, con libere elezioni, sicché quei vent’anni, in termini di potere, sono in realtà solo la metà. Anzi con Berlusconi si è inaugurata una legge inesorabile che dura da più di trent’anni: chi vince le elezioni poi perde quelle seguenti, mai un governo uscente è stato confermato dal voto. Sicché passammo da un sistema senza alternanza (la Dc sempre al governo) a un bipolarismo “perfetto” con alternanza puntuale a ogni turno elettorale. 
Ma torniamo a lui, l’inimitabile Berlusconi. Tra i tanti modi di ricordarlo, compresa l’intititolazione dell’aeroporto di Malpensa, il più eccentrico è quello scelto da un esponente del suo partito che ebbe incarichi di governo, Francesco Giro, autore di un libro da poco uscito, Berlusconi umanista. Il mito e i miti di un novecentesco (ed. Gangemi).
È un libro dotto, scritto da un umanista, laureato in filosofia e già sottosegretario alla Cultura, offre spunti d’interesse ma l’idea di fondo, a mio parere, è frutto di una proiezione personale, di uno slancio benevolo di immaginazione e mitizzazione, come del resto dice il sottotitolo del libro. Non vedo traccia di umanesimo – di Croce e di Gramsci, di Dante e Petrarca, di Pico e di Erasmo, di Sartre e di Del Noce, fino a Cacciari – in Berlusconi e nel suo agire politico. Non credo che quei riferimenti culturali abbiano davvero ispirato la sua azione politica, governativa o imprenditoriale, a partire dalle sue reti televisive, i suoi palinsesti. E non apro il capitolo dell’influenza che ha avuto nel nostro paese il berlusconismo televisivo e i suoi modelli spensierati di consumo e ricreazione, sorrisi e canzoni più belle gnocche, che qualcuno ha definito “egemonia sottoculturale”. Certo, i suoi studi liceali e post, l’impronta famigliare cattolica, un’infarinatura di cultura generale comune alla sua generazione, qualche personale curiosità, la civetteria di pubblicare ai margini del suo impero televisivo ed editoriale, magari ispirati da Marcello Dell’Utri, alcuni capolavori della letteratura di pensiero, come Il Principe o l’Elogio della follia per la Silvio Berlusconi editore. Ma francamente mi pare una generosa forzatura definirlo umanista e trovare tracce coerenti di umanesimo nella sua azione governativa o nelle sue attività. Se dovessi trovare una figura di umanista che vagamente gli somiglia direi Enea Silvio Piccolomini, quando era gaudente, prima che diventasse papa Pio II. Si chiamava Silvio, come lui, stesso segno zodiacale, Bi­lancia; cognome Piccolomini, forse allusi­vo alla statura. Ambizioso, esuberante, intraprendente, aveva un debole: le donne. Ne amava a stecche intere – plu­res amavi foeminas, diceva di sé il gran marpione seriale nella sua vita precedente. Poi, dopo una vita allegra di femminiero con fi­gli spuri, arrivò il giorno della Quaresi­ma, come egli stesso scrisse: «Sono satollo, sono nauseato. il piacere carnale (Venere) mi ripugna. Ve­ro è altresì che le forze mi vengono meno (…) e non posso più dare piacere a una donna veruna, né donna può dar piacere a me». All’epoca non esiste­vano lifting, trapianti, viagra e pompette; così il Piccolomini, reso inabile dagli an­ni e dai malanni, si pentì e diventò pio, anche di nome. Oltre che sciupafemmine lui fu vero umanista; oltre che Silvio era anche Enea, il suo secondo nome. E la città che co­struì non fu una specie di Milano due ma la splendida Pienza, dal suo nome pontificale. 
Berlusconi è stato un grande personaggio, assai versatile ed esuberante, col suo operoso ottimismo, fu prestigiatore e seduttore, venditore ed egocentrico, ma umanista, lettore assiduo di classici e magari un po’ filosofo direi di no. Ebbe umanità, fu generoso con molti, ma l’umanesimo è cultura, saggezza, stile, misura, tradizione e sensibilità, civiltà di lettere e amore del pensiero. Fu forse benpensante, nel senso comune dell’espressione, anche se la targa all’aeroporto fa precedere Malpensa al nome Silvio Berlusconi… Lasciamo alla vena lirica di Sandro Bondi i voli pindarici e i raptus poetici sul Cavaliere. Il libro di Giro si legge invece come un viaggio proficuo nell’umanesimo e nelle sue tappe essenziali. Ma a prescindere da Berlusconi. Che fu umano, troppo umano, non umanista. 

La Verità – 29 settembre 2026

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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