L’impresa fiumana in versione sportiva
L’impresa fiumana. Il Nemico, questa volta, non è Cecco Beppe e l’Impero austrungarico e nemmeno Tito e la ex-Yugoslavia, ma più modestamente la Dinamo Zagabria che è, diciamo, la Juventus della Croazia, che vinceva ininterrottamente da undici anni il campionato di calcio croato (altro che la Juve, vincitrice consecutiva appena da sei).
E gli eroi fiumani stavolta non sono propriamente D’Annunzio e i legionari fiumani, dai bei nomi italiani e dalle biografie ardite. Ma sono calciatori dai cognomi slavi, sloveni, croati.
E anche lei, Fiume, vive da anni ormai sotto falso nome, si chiama Rijeka per i croati, con altre varianti slave. Però, che volete, ti stringe il cuore e si apre una fessura nella memoria storica, quando senti che Fiume è in festa, i quarnerini sono per le strade, l’impresa impossibile è riuscita, Fiume per la prima volta vince il campionato.
E più si riaprono le ferite dei ricordi quando leggi l’esultanza de La voce del popolo, quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero, che ancora esce in lingua italiana e ostenta un bel tricolore accanto alla testata.
Ti sembra di rivedere lui, il Comandante, il Poeta-Soldato, l’Orbo veggente, il Vate beffardo di Buccari, il Trasvolatore Pazzo su Vienna che porta il Fiume al suo trionfo. Rieccolo il mister, era Comandante ora fa l’Allenatore, ma è sempre lui, il Reggente di Fiume, coautore con Alceste de Ambris della magnifica e avveniristica Carta del Carnaro; quella sì che era la più bella Costituzione del mondo; non per altro, l’aveva scritta il divo Gabriel, il poeta della bellezza.
Non so se i giocatori del Fiume sanno che quasi cent’anni fa gli occhi del mondo furono puntati proprio su Fiume dove un poeta e un manipolo di soldati riuscì a conquistare la città e a farne una Repubblica speciale in cui si mescolavano Rivoluzione e Libagione, canto e sindacalismo, nazionalismo e trasgressione, modernità e antiquariato.
Ne furono stregati russi e giapponesi, polacchi a americani, comunisti e fascisti, futuristi e persino frati modernisti che accorsero a benedire l’impresa.
D’Annunzio arriva a Fiume dopo la Marcia con un’auto scoperta, il monocolo, belle donne e prodi legionari al seguito. Si circonda di eroi della trincea, letterati e pazzoidi come Guido Keller.
Nasce allora a Fiume lo Yoga, associazione di spiriti liberi, che ha come simbolo la svastica, ma nel verso tradizionale e non in quello girato all’inverso da Hitler. A Fiume c’è tutto il rituale dannunziano che poi riprenderà il fascismo: la romanità, il saluto romano, l’eja eja alalà, a noi, il discorso dal balcone, la camicia nera e il fez, il culto dei caduti e il presente! in loro perenne memoria.
Arrivano a Fiume pure Guglielmo Marconi e Marinetti, mentre Gramsci e Lenin seguono ammirati l’impresa. A Fiume si svolgono suggestivi convegni notturni al chiarore delle fiaccole, baccanali in spiaggia, feste dionisiache e perfino polinesiane, scorrono vino, sesso e cocaina, “la polvere folle di d’Annunzio”.
E c’è gente con i capelli lunghi, la barba incolta, gli animalisti, i seguaci del libero amore, omosessuali inclusi. Sembra il prequel dell’Isola di White, un trailer del mondo hippy ma qui a Fiume i figli dei fiori sono anche figli delle trincee; e usano i cannoni sia per sparare che per fumare erba.
Ma è qui, a Fiume, che per la prima volta d’Annunzio mette “i fiori nei nostri cannoni”, come poi canteranno i pacifisti di mezzo secolo dopo. Saranno poi proprio le cannonate fatte sparare da Giolitti a far dissolvere il sogno di Fiume e a tornare alla realtà dell’Italia mutilata.
Ma a Fiume nel ’19 davvero la fantasia andò al potere; vietato vietare, porci con le ali (prima di Lidia Ravera fu D’Annunzio ad autodefinirsi così) di cui sarà copia triste il Sessantotto. Fiume fu un riassunto anticipato e trasfigurato di tutte le rivoluzioni del novecento, da quella di Lenin a quella di Mussolini, fino alle mezze rivoluzioni degli anni a noi più recenti.
Ma Fiume fu soprattutto una festa; poi diventò con la seconda guerra mondiale luogo triste di esodo e persecuzione, di foibe e di espropri. Fu così che Fiume la festosa, diventò invece per la gente, per gli italiani, gli istriani e i dalmati in particolare, la città dolente.
Perciò fa qualche impressione rivedere, ora, dopo quasi cent’anni, Fiume in festa. Certo, è solo un evento sportivo, e quei nomi di calciatori non evocano nemmeno alla lontana i cognomi degli italiani che lasciarono quelle terre.
Sabato prossimo, la squadra fiumana riceverà il trofeo dello scudetto proprio nello stadio della Dinamo di Zagabria, li destituiranno in casa loro.
Che volete, si vive anche di piccole, innocue, simboliche rivincite. Forza Fiume, sei tutti noi.
MV, Il Tempo 23 maggio 2017
