Non fate scendere da cavallo Garibaldi

È tornato Garibaldi, non ha la spada e il cavallo ma la zappa e il pollice verde, e accanto a lui un asino selvatico che lui chiama per irrisione Pio IX o Immacolata Concezione. È il Garibaldi ultimo, che non è più eroe dei due mondi ma patriarca e fazendeiro di un mondo piccolo, a Caprera, il suo estremo rifugio. Virman Cusenza ha pubblicato un avvincente viaggio nell’Altro Garibaldi, come ha intitolato il suo libro, uscito da Mondadori, che presenterò oggi, insieme a Massimo d’Alema, a Roma. Un libro che non si sofferma sulle sue celebri gesta, che occhieggiano defilate nel racconto, ma sulla sua vita agreste nell’isola, avvalendosi dei Diari agricoli del Generale e il Giornale del bestiame; ci offre un ritratto inedito o perlomeno poco noto e riesce anche in un campo grigio e terroso a darci un ritratto vivace dell’Eroe in pensione.

Dal suo eremo Garibaldi si muove, va a Roma, e in giro, ha una ricca corrispondenza con mezzo mondo, come se avesse un social; e si dibatte tra gloria, debiti e progetti, a volte domestici, a volte grandiosi, come la pretesa di deviare il corso del Tevere. Che è un po’ la pretesa garibaldina di deviare il corso della storia e di quella romana in particolare; ma alla fine il Tevere resta dov’era, il Papa pure, con la Chiesa; e a tirar le cuoia, come tutti i mortali, è Beppino Garibaldi. A Caprera vive appartato, ma la sua immagine si fa monumento equestre, piazza e corso in tutta Italia, e ovunque pullulano targhe che ricordano “Qui ha dormito Garibaldi”. Al mio paese, Bisceglie, gli intitolarono il teatro comunale con la promessa che lui sarebbe venuto a inaugurarlo. Ma alla fine dette buca. Una volta proposi al sindaco di dedicargli una targa controcorrente: “Qui non ha dormito Garibaldi”, vanamente atteso, l’eroe malconcio restò a casa.

Ma Garibaldi è stato per un secolo e più l’Eroe per eccellenza e il mito più popolare dell’Italia unita. Come tutti i miti e gli eroi, in un paese animato dall’ironia e dal cristiano disincanto verso i Superuomini, Garibaldi è stato pure demitizzato e ridicolizzato (un po’ come Napoleone) in tutte le salse. Se fu mito dell’Italia post-risorgimentale e patriottica, poi di quella fascista, quindi di quella partigiana e del Fronte popolare socialcomunista, Garibaldi fu la Bestia nera per i cattolici più devoti a Santa Madre Chiesa, che lo vedevano come un massone e ammazzapreti. E fu considerato “lu banditu Gallubardu” da quanti a sud non volevano l’Italia unita, anzi la colonizzazione del sud ad opera dei piemontesi, con parole e orchestra ligure (con Mazzini e Garibaldi il nizzardo). E non avevano un buon ricordo di Garibaldi dittatore, e ancor più del suo fedele Nino Bixio. Pochi a sud esultarono per l’impresa risorgimentale; l’unità d’Italia avvenne con larga estraneità di cattolici, contadini e meridionali. E i primi due erano la grande maggioranza degli italiani. Curiosa l’accoglienza al sud: c’è chi lo vide come un mezzo Santo (soprattutto in Sicilia e a Napoli) e chi come l’arrivo di Satana in persona.

Quando Garibaldi fu accolto in trionfo a Londra e diventò star globale, due soli abitanti di Londra si rifiutarono di rendergli omaggio: la Regina Vittoria che lo considerava un pericoloso sovversivo, e Karl Max che lo considerava un asino e il suo trionfo una buffonata. Garibaldi incarnò, con Mazzini (ma non andava d’accordo neanche con lui), il Risorgimento-movimento, per dirla con Renzo De Felice, mentre il Risorgimento-regime fu tutt’altra cosa, anche se non mancarono garibaldini al potere, a partire da Francesco Crispi. Garibaldi resta patriota umanitario, socialista e populista, anche se non mancò di esortare i compatrioti: “Italiani, siate seri”. Aveva capito la cialtroneria che scorre sotto il Paese.

Il libro di Cusenza racconta le avventure amorose dell’Eroe, con qualche disavventura: se è per questo, i Padri della patria, perfino il moderato Cavour, il menagramo Mazzini e l’esuberante Vittorio Emanuele II, furono accomunati da questa passione erotica. E del presunto motto di Massimo d’Azeglio, “Fatta l’Italia ora facciamo gli italiani”, vi fu una versione lasciva e maschilista: “Fatta l’Italia ora ci facciamo le italiane”.

Appartengo all’ultima generazione cresciuta a Pane e Garibaldi. Di lui ho un ricordo infantile, fiero e molesto: la storia d’Italia si riassumeva nella sua barba, il suo cavallo e il suo poncho. Era il nostro Che Guevara, quando el Che non esisteva ancora: anche lui con la barba, gli occhi chiari e una vita da guerrigliero in Sud America, amato dalle donne e odiato dai potenti. Ma, a differenza del Che, Garibaldi piaceva più ai grandi che ai piccini, raccoglieva il consenso delle autorità, della buona borghesia e dei professori più attempati. Invece era considerato un po’ trombone dai ragazzi, lievemente ridicolo col suo cappellino sbilenco da veglione di Carnevale e il suo poncho. Te lo trovavi in tutti i sussidiari, nelle poche immagini che figuravano sui muri delle aule scolastiche, magari accanto al crocifisso con cui non aveva un buon rapporto. In fondo le scuole elementari fino agli anni sessanta erano ancora umbertine e deamicisiane e respiravano l’aria della vecchia Italietta garibaldina. A scuola l’unica eroina che noi ragazzi conoscevamo era Anita, la moglie mitica dell’Eroe. Garibaldi mi era famigliare: mio padre aveva scritto un saggio su di lui, lo vedeva come un cristiano inconsapevole, un idealista che filosofeggiava con la sciabola, coltivando uno spiritualismo eccentrico. Poi il destino ha voluto che io vivessi parte dei miei anni a Talamone, dove Garibaldi sbarcò per rifornirsi d’armi per la sua impresa. Ma la notte che fu lì con le sue navi, i Mille ne combinarono di tutti i colori e misero incinta anche qualche maremmana; al punto che quando mi toccò scrivere un piccolo saggio talamonese su quella breve ma intensa permanenza a Talamone, lo intitolai “I mille e una notte”, nel ricordo di quella bravata.

Il Garibaldi di Cusenza somiglia un po’ al Napoleone confinato all’Elba, che da “detenuto” si fa sindaco-ombra e realizza opere e progetti. A Caprera Garibaldi fa il muratore, il giardiniere, l’apicultore, il sarto, pure lo scienziato e l’esoterista, cura gli animali (fonda la Protezione animali). Ha ragione Cusenza a dire che Garibaldi fu “poco italiano nell’assenza di calcolo e di furbizia, molto italiano nella generosità dell’azione che prescinde da ritorni materiali o onorifici”. A dir la verità, quando il parlamento a maggioranza di destra dispose una rendita per Garibaldi, lui sdegnoso rifiutò; ma quando subentrò il governo di sinistra di Depretis accettò. Trasformista per bisogno e per partigianeria.

Ma all’Italia dei monumenti equestri di Garibaldi preferisco l’Italia delle piazze antiche, delle torri e delle cattedrali, l’Italia dei contadini, degli artisti e dei poeti, l’Italia romana e cattolica, medievale e rinascimentale, anche barocca; e l’Italia dei borghi e del sud, solare e mediterraneo, più che sudamericana e filo-inglese, come la sognava Garibaldi. Alla vecchia Italia garibaldina preferisco quella antica, dantesca. Sono stato a Caprera tra i cimeli della sua casa bianca, anche se un po’ mi inquietavano quei simboli massonici e quell’assenza di religione anche sulla dimora estrema (dove registrò l’ultima sconfitta, non fu cremato, come aveva desiderato). E mi sono convinto di una cosa: Garibaldi a cavallo con le armi era una forza della natura; ma Garibaldi in aula parlamentare e a Palazzo, Garibaldi che parla, che governa e che scrive, era una iattura. Garibaldi a cavallo era un eroe intrepido e un condottiero vero, giù il cappello. Ma non fatelo mai scendere, per favore, lasciatelo in groppa, in posa e in combattimento. Di Garibaldi teniamoci il primo, dimentichiamo l’Altro.

La Verità – 25 febbraio 2026

 

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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