Nostalgia di casa

pandemia ambiente(3)

Per la prima volta nella mia vita sono quasi sei mesi che non torno al paese natale, non torno a Casa e non rivedo i miei fratelli. Potreste giustamente obbiettare che questa comunicazione così personale andrebbe riservata alle chat più intime, famigliari, non a una pagina di lettori in cui di solito si affrontano temi di fondo, politici, culturali ed esistenziali. Ma quella riflessione individuale, in realtà, rispecchia un sentimento assai diffuso e comunemente vissuto. Siamo in tanti ad essere separati per forza, a causa della pandemia, da luoghi e persone care. Da mesi, ormai.

Avevo elaborato nel corso dei decenni la nostalgia per la terra perduta, me ne sono fatto una ragione, e a tratti una passione; ho capito che l’amore da lontano preserva a volte luoghi, memorie e persone più di quanto succeda quando vivi nella prossimità quotidiana. È un amore più intenso quello distante, che cresce nella privazione, è l’amor di Penelope, e somiglia a un dolore sommesso, una spina nel fianco; ma alla fine si vive coltivando queste carenze, amando i ritorni come le fughe, rivedendo ciclicamente quei volti e quei posti che abbiamo lasciato lontano, nella nostra infanzia e prima giovinezza. Torniamo talvolta a visitarli alla ricerca del tempo perduto.

Ma quando questo ritorno ci viene impedito, e accade per la prima volta così a lungo in più di quarant’anni di esilio volontario (fino a un certo punto), allora qualcosa insorge, una protesta, un malessere, un respiro mozzato; una ferita da lungo tempo rimarginata che riprende a sanguinare. Poi incontro per caso – che è in realtà il nome d’arte del destino) una pittura di Alexander Rothaug, di quasi cent’anni fa, battezzata Nostalgia di casa e rivedo il mare lontano e la nudità disarmata di quel corpo dolente, ripiegato su se stesso, a rimpiangere, a ricordare, forse a cercare nel sonno di sognare la patria lontana. E allora si rianima, si riaccende quella nostalgia di casa. Non ci sarà neanche una Pasqua di riconciliazione, ci dicono, ancora un’altra Pasqua senza Pasqua dopo un Natale senza Natale. Per il loro bene, ed il tuo, non dovete vedervi. E allora quel che non puoi vivere e fare, lo scrivi, lo dici, lo racconti. Un modo per alleviare la mancanza, per sublimare il dolore in elegia; e ritrovarsi insieme a milioni di altre persone che vivono, in modi diversi, in situazioni diverse, la stessa penuria, lo stesso esilio. Siamo vicini nella lontananza.

MV, 2 marzo 2021

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