Pasqua è il momento giusto per la tornanza
Dove stiamo andando? Sempre verso casa, risponde Enrico di Ofterdingen, nell’opera a lui dedicata dal poeta Novalis. Ogni viaggio e ogni passaggio è sempre ispirato dal desiderio di tornare, anche quando andiamo a cercare una vita diversa. Oggi è Pasqua, che è giorno del Passaggio e della Vita che risorge, una festa religiosa ricca di tornanti, naturali e soprannaturali, stradali ed esistenziali. E io vorrei parlarvi della tornanza. Personale, sociale e spirituale. Parto da un fatto personale, irrilevante per voi, ma per me importante: dopo aver predicato per una vita e poi scritto Ritorno a sud, con questa Pasqua sono tornato davvero a sud, ho deciso, di risorgere, nel mio piccolo, nel mio paese natale. Ho preso casa a Bisceglie e ci torno dopo una vita passata altrove. Ma vi dirò poi alla fine perché, intanto vorrei dirvi della tornanza.
È un’espressione recente per indicare un moto antico, il ritorno a casa. Si oppone alla permanenza e all’erranza, cioè allo stare sempre nel posto in cui si nacque e nell’andare, partire, migrare. È la terza via, curva o a spirale. Se volete, si può definire pure remigrazione, per citare un libro famoso rilanciato da La Verità ma dedicato ai flussi migratori; la tornanza invece è un fenomeno nostrano. Viene usata di solito per indicare il ritorno a sud, e c’è un movimento e un progetto, di Antonio Prota e Flavio Albano, che sfida lo spopolamento del Sud Italia e vuol far rivivere i borghi italiani; ci sono libri, podcast, c’è un festival, un hub e un’academy a supporto e poi, a sé, c’è l’opera e la missione del poeta Franco Arminio tra Alliano e le contrade del sud.
Ma la tornanza, in realtà, può essere declinata in tre modi diversi. Si può riferire sia al sud che alla provincia – del nord, del centro, del sud d’Italia – e può infine riferirsi anche al rimpatrio, ovvero al ritorno in Italia di giovani, soprattutto cervelli, partiti all’estero dove si sono definitivamente formati e affermati e poi sono presi da quella fertile, operosa nostalgia che li riconduce a percorrere la curva a gomito della vita ed essere tornanti. A tal proposito vorrei citarvi l’opera benemerita di un ematologo dell’Istituto oncologico di Bari, Attilio Guarini. Lo definiscono, ma con positiva ironia, “ladro di medici” perché va a “rubare” medici, biologi e ricercatori dal nord e da altre mete, dalla Cina agli Usa, dalla Spagna all’Inghilterra, e li riporta a Bari. Ma non per riprendere a fare, come si dice da noi, gli “stangachiazze”, ovvero coloro che stanno tutto il santo giorno in piazza; ma per proseguire la loro ricerca ad alto livello in Puglia. Lavorano sull’Intelligenza Artificiale e in genere sulle nuove tecnologie, sulla biologia molecolare, lo studio dei linfomi, dei mielomi. Guarini era partito da un piccolo nucleo di tre ematologi, ora si sono decuplicati e sono d’esempio per altri casi, paralleli o convergenti. Sulla scia della tornanza, è nato uno smart working particolare, con un progetto di telemedicina, il cosiddetto ospedale diffuso, grazie all’ingegner Alessandro Zaccaria e ad altri suoi collaboratori. Ma torniamo al nostro tema pasquale, la tornanza.
Certo, sarebbe bello che vi fosse un efficace programma governativo, sia a livello nazionale che regionale, in grado di incentivare, agevolare e generare le precondizioni favorevoli per un ritorno in patria, o un ritorno a sud, o in provincia – al centro, a settentrione e nel meridione – che è sempre stata la miniera di umanità del nostro Paese. Un progetto rivolto in primis alle intelligenze in fuga e ai più intraprendenti spiriti imprenditoriali. Il sud, la provincia e infine l’Italia rischiano di morire dissanguati da questa emorragia permanente, tante famiglie rischiano di estinguersi in loco.
Ma resta da capire una cosa: c’è davvero questo desiderio di tornare o è solo una posa letteraria o una vaga aspirazione dei superstiti in loco? Si, c’è. Non riguarda tutti, forse non riguarda tanti, ma quel desiderio c’è, insistente, e c’è oggi più di ieri, e ,vorrei sporgermi a dire, meno di domani. Lo sento in giro, conosco vite tornanti o che aspirano a farlo. In molti si fanno due conti: perdono qualcosa nelle loro entrate nel loro rientro ma il costo della vita a casa è più basso, accettabile, e spesso c’è il supporto di una famiglia, di una rete sociale e parentale che ammortizza i costi e le difficoltà. Certo, parliamo di un fenomeno minoritario e non di massa. Ma sono i flussi minoritari a imprimere il segno a un’epoca. Noi, per esempio, diciamo di vivere in un’epoca di migrazioni, ed è vero, e non è la prima volta nella storia: ma non dimentichiamo che su questo pianeta i migranti sono milioni mentre i restanti sono miliardi (otto miliardi di umani abitano ora il nostro pianeta, chi si sposta è una enorme ma esigua minoranza). Ora, tra i restanti e i migranti dobbiamo prendere in considerazione i tornanti, o i “remigrati”, per citare il libro-proposta di Martin Sellner; i tornanti nostrani e i remigrati nelle loro terre d’origini. La storia non procede solo in una direzione, e non imbocca mai strade definitive, ma è varia, contraddittoria, fatta di flussi e riflussi, esodo e ritorno. Le vite, come certi amori, “fanno immensi giri e poi ritornano”.
La tornanza riguarda soprattutto i giovani che quando erano più giovani lasciarono i loro luoghi d’origine e ora potrebbero tornare. Ma può riguardare anche i vecchi, coloro che ormai sono in pensione o comunque hanno la possibilità di tornare. In questo caso, che mi riguarda più direttamente, si tratta di concepire l’esistenza come un cerchio: si tratta di chiudere il cerchio e far combaciare la fine con l’inizio. Ritrovare l’origine, nonostante le assenze che gremiscono i luoghi in cui si torna, le più care e più dolorose assenze. Ritrovare i fratelli, a volte i nipoti e i cugini, ritrovare gli amici, ritrovare i posti, l’aria, la luce, le pietre, il mare, la campagna, i frutti, la vita di un tempo, quella che resta quando tutto passa. E ritrovare gli avi, la città antica, le strade di una volta. Se è vero che da vecchi si torna bambini, voglio ritrovare quel seme d’infanzia che resta ancora vivo e custodito dentro di noi, al riparo del tempo e dei suoi affanni. Dopo aver scritto per una vita sulla nostalgia del ritorno, è tempo di tener fede alle parole, di rendere la vita la continuazione coerente della scrittura e del pensiero e di ritrovare la strada di casa. Non ritorni assoluti e definitivi, resta l’esistenza pendolare e viandante, ma se pure ET in un memorabile film indicava dalla terra col suo dito nostalgico “casa”, la via di casa, noi che non siamo marziani, ancor più sentiamo il conato del ritorno, la voglia di ricongiungerci con la terra madre, la città paterna e il mare-mater. E di compiere come scriveva Plotino, il filosofo del ritorno, il viaggio da casa a Casa. Come viatico della tornanza ecco la celebre poesia Itaca di Kavafis che sfiletto e cito a bocconi prelibati: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze(…) Sempre devi avere in mente Itaca –raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso”. Si è fatto tardi, è ora di rincasare.
La Verità – 5 aprile 2026
