Patrioti di giornata

L’Italia è risorta. Alla stadio, in tv, nelle piazze, nei bar e nelle case. È risorta a cottimo, in questo luglio a volto scoperto, dopo due sfide, col Belgio e la Spagna e stasera si annuncia la gloriosa epifania a Londra, nella finale con l’Inghilterra, la perfida Albione diventata perfida Brexit, che ha lasciato l’Europa ma non molla il campionato europeo. A celebrare l’evento nella cattedrale dello Wembley ci andrà il nostro papa in borghese, sua eminenza Mattarella I, detto Serginho. Eravamo l’ultima repubblica in semifinale, in mezzo a tre monarchie. Poi, espugnati i regni di Spagna e di Danimarca, siamo rimasti noi contro la Corona Inglese, l’Impero di Sua Maestà, la Sterlina, il ciuffo biondo e la variante inglese.

È curioso questo patriottismo d’occasione e di giornata rispuntato dal nulla e dalla pandemia, quest’italianità giocosa, non dantesca, non sabauda, non garibaldina, ma calcistica, televisiva, chiellina e mancina; questo amor patrio all’ultimo stadio. Quintali di mattarellate patriottarde, sciami di bellaciao e retoriche della Resistenza ci sono scivolati addosso come noiosi ossequi al patriotticamente corretto. Poi arriva l’inno di Mameli cantato a squarciagola dalla Nazionale e l’Italia s’è desta davvero, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa. Un paese di figli unici riscopre i Fratelli d’Italia. Brividi di irredentismo, orgoglio italiano, facce tricolori come testimonial di una passione Nazionale che ci mette la faccia. E vai con l’Italia. Sarà vera gloria? Ai posteri cioè a stasera l’ardua sentenza.

Resta comunque un mistero quella molla arcana e arcaica che resiste alle massicce dosi di globalizzazione inoculate mille volte al dì; quella passione che ci muove dentro e si esprime all’esterno, che ci fa sentire noi rispetto a loro. Un patriottismo inestirpabile, irriducibile, che ha bisogno poi di farsi abbraccio, corteo e coralità, non può esaurirsi con la Dad, da remoto. Il calcio riscopre la nostra pulsione originaria.

Ma il calcio è pure la nostra infanzia collettiva, il nostro tornar bambini, in comunità come all’asilo. Ci piacciono le guerre incruente, le guerre per finta e per procura, con delega ai nostri atleti a difendere la bandiera, la dignità e il primato della nostra Nazione. Un popolo di individualisti con tendenza all’autodenigrazione e al vituperio nazionale, una massa di single irriducibili a far squadra e sistema, po’ global un po’ chissenefrega, si lascia infiammare dalla passione per la patria quando si entra in campo. Ma il calcio è sempre stato misteriosamente un portatore insano di consenso patrio. Cominciò la Nazionale di Vittorio Pozzo, quando vinse i due mondiali, il ’34 e il ’38 del secolo scorso: e quel mitico allenatore per eccitare i calciatori faceva cantare gli inni patriottici, incluso Giovinezza, negli spogliatoi. Si dopavano così, era la loro anfetamina. Ma se è per questo l’amor patrio fu celebrato anche in altri sport, pensate alle Olimpiadi. O pensate a Primo Carnera, il gigante venuto dal povero Friuli, che riscattò in America l’onore dei nostri emigrati e il nostro orgoglio patrio, battendo fior di pugili, bianchi e neri. In tempi a noi più vicini, fu memorabile quella volta, alle Olimpiadi, che Nino Benvenuti, il pugile venuto dalle terre irredente, fece svettare il tricolore più in alto delle bandiere americane e sovietiche, che erano i padroni del mondo. Poi resta fin troppo mitica la notte patriottica in Messico, nell’estate del ’70, quell’Italia-Germania 4-3. Ricordo quella notte in cui fu permesso a noi ragazzini di guardare la tv, come un evento magico, non meno prodigioso di quello dell’estate precedente, quando l’uomo andò sulla luna. L’Italia vinse e fa niente che poi perse la finale col Brasile di Pelè. Ma non c’è partita quando gli uomini sfidano gli dei.

La vera riscoperta dell’amor patrio tramite il calcio, avvenne nel Mundial dell’82, quando l’Italia vinse in Spagna il suo titolo mondiale. Venivamo da decenni in cui il tricolore lo vedevi solo nelle piazze di Almirante, agitato dai missini; e sembrava quasi un simbolo proibito, fascista, minoritario, contro l’Italia maggiore e ufficiale. Col mundial dell’82, il Tricolore tornò nelle piazze e rappresentò una nazione e non più una fazione, si fece unanime. Venne l’Italia di Spadolini, Pertini e Craxi con cui raggiunse il suo apice a Sigonella, quando l’amor patrio per una volta uscì dalla ricreazione e dal puro gioco per farsi storia e dignità nazionale. Forse ci costò caro quell’atto d’insubordinazione agli Usa… Dopo il mundial, Giano Accame scrisse un saggio dedicato al Socialismo Tricolore che cominciava proprio dal calcio: In principio fu il Pallone; in effetti quello fu l’incipit.

Ma la passione tricolore durò forse un decennio, poi fu svenduta e travolta a colpi di privatizzazioni e di commissariamenti tecnici e giudiziari. Risorse poi nella politica con formazioni che si chiamavano Alleanza Nazionale e Forza Italia, una gran furbata di Berlusconi che riprendeva il grido calcistico e riportava in politica gli azzurri. Poi l’Italia si eclissò nelle braccia dell’Europa e sotto i piedi degli eurocrati, dei debiti e dell’euro. Ora te la rivedi uscire, a sorpresa, dal calcio, mentre l’Italia premia la Meloni come Miss Italia, almeno nei sondaggi, la più amata dagli italiani.

Che ne sarà di questa ventata tricolore dopo quel che succederà stasera? Se perdiamo riprenderemo a dividerci tra vittimismo e autodenigrazione e a imprecare. Se vinciamo, ci sentiremo eroi, patrioti e risorgimentali, almeno per 6-8 ore, come l’effetto della rinazina. Poi dell’Italia cosa resterà? Forse la scia bianco, rosso e verde che lasciano nel cielo le frecce tricolori. Perché il nostro patriottismo è così breve e giocoso, aereo e vaporoso, come si addice a un popolo di sfiduciati cronici che ogni tanto torna bambino e riscopre festoso le sue origini.

MV, La Verità (10 luglio 2021)

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