Pippo, l’uomo forte in tv

Pippo Baudo è stato per anni l’uomo forte di un paese debole. Un paese che aveva un debole per l’uomo forte, ma al tempo della democrazia non poteva averlo al potere, solo nella ricreazione. Così nacque il Caudillo dello spettacolo, Pippo Baudo, che si comportava da vero padrone di casa della Rai. Baudo ha esercitato e rispecchiato per anni una triplice egemonia: democristiana, meridionale e ricreativa. È stato infatti l’interprete più affidabile dello spirito democristiano nell’intrattenimento, come Bruno Vespa lo era nell’informazione; rappresentava la continuazione di una mentalità anche nello spettacolo. Re Pippo è stato anche l’involontario precursore della discesa in campo di Berlusconi in politica. E quanto la tv contasse nel Paese lo dimostrò proprio l’avvento di Berlusconi al potere, che fu per certi versi il suo liquidatore e sostituto.

Baudo è stato poi l’espressione di una diffusa egemonia meridionale nel potere italiano, dai governi ai ministeri, dagli alti funzionari alla pubblica sicurezza; la macchina dello Stato era piena di meridionali e di siciliani. Ed è stato il Mammasantissima dello spettacolo: guidava lui la quadriglia, teneva lui le file dell’intrattenimento. La tv era la sua falegnameria dove fabbricava come un favoloso Mastro Geppetto svariati pinocchietti della canzone e dell’intrattenimento; e sulle sue creature, anche adulte, ormai, esercitava sempre il suo paternalismo.

Pippo Baudo ha dominato un’era televisiva con alta professionalità e grande padronanza, forse troppa. La tv ha pippato per un ventennio o forse più alla grande. La sua presenza in video si avvertiva anche quando era assente. La storia, scrissi altrove, conobbe un re Pipino il Breve, lui invece è stato Pippone il Lungo, in tutti i sensi. Baudo ha svezzato gli italiani che oggi hanno dai quaranta ai settanta anni e ha traghettato l’Italia dal bianco e nero al colore, come alcuni presidenti e dittatori del terzo mondo.

Ma il sultano siculo non accettò a un certo punto l’implacabile legge del tempo e dell’usura, l’inevitabile ricambio e non volle compiere il passo indietro che l’età e il mutato paesaggio televisivo gli imponevano, acconciandosi a ruoli più defilati. E reagì come un leone spodestato dal suo regno e dalla sua foresta, con dichiarazioni feroci e condanne d’incompetenza verso chi gli negava in video. Reagì male, con qualche caduta di gusto e qualche pretesa potestà, non accorgendosi che nel frattempo eravamo passati dalla monarchia alla repubblica del video, con reggenti multipli e cangianti. Si sentì maltrattato dalla Rai a cui aveva dato tanto (ricevendo però altrettanto); ma le leggi della riconoscenza hanno scarso peso in un mondo fondato sul mercato, gli ascolti, e l’impietoso e vorticoso mutamento. Lui stesso ha ripetuto infinite volte che lo spettacolo deve andare avanti, passando a volte sui corpi e le disgrazie. Prima o poi tocca a tutti uscire dal video o acconciarsi a ruoli diversi. Alla fine si convinse e visse gli ultimi anni in un dignitoso esilio. Negli ultimi anni gli proposero reami secondari ma Re Pippo non voleva sentir parlare di spostarsi nella fascia mattutina, lui era il re della prima serata; lo sentiva come una degradazione e rifiutò sdegnato. Voleva la serata, dove le sue ultime performance non erano state esaltanti sul piano degli ascolti e della critica, anche se condotte sempre con grande maestria. Fu tentato per alcuni anni di ergersi a vittima del regime berlusconiano politico-televisivo, incoraggiato dalla stampa e propaganda antiberlusconiana; per certi versi era vero, e fu pure tentato di scendere in politica. Ma lui restava un legittimista, un uomo di regime democristiano e non poteva passare all’opposizione. Del resto, quando ruppe con Biagio Agnes e la Rai del tempo, si era rifugiato nelle reti di Berlusconi ma con scarso successo: lui era la Rai e non poteva essere altro che la Rai. Come un sabaudo in esilio anche Baudo alla fine rifiutò altre proposte di trasmigrazione: no, tornerò in Rai. E lo diceva con lo stesso tono dei nostalgici di Stella e Corona.

Se dovessimo fare, come Umberto Eco fece per Mike Buongiorno una fenomenologia di Pippo Baudo, dovremmo quindi dire che per anni lui ha mimato nell’ambito dello spettacolo quel che gli italiani volevano nell’ambito della politica: un premierato forte, un presidenzialismo eletto direttamente dall’audience, una specie di leader plebiscitario, domatore e tuttofare. Ma avendo già vissuto la tragedia del Duce, questo paese cercava la rivalsa sul piano della farsa, cioè della parodia televisiva, dell’intrattenimento. Un conducator più che un conduttore, che dominava la scena e distribuiva le parti, contenendo ogni protagonismo dentro il suo. Anche quando faceva da spalla agli ospiti Baudo finiva con essere il loro contenitore e il loro burattinaio. Per anni, dicevamo, il consenso al regime democristiano è passato attraverso la tv baudesca: la Dc era la mamma e Baudo il babbo. Ma il suo rappresentare l’Italia cattolica aveva qualche incrinatura: restò memorabile la sconfessione di Padre Pio per l’atteggiamento poco devoto con cui Pippo era andato a trovare il santo frate cappuccino. Egli ha davvero incarnato il nazional-popolare, non in senso gramsciano ma una versione leggera e giocosa che ben si addiceva all’epoca del riflusso televisivo. Baudo non lascia un vuoto in tv, perché da troppi anni era assente: resta piuttosto una tv vuota, cioè spenta, che vive di Sanremo e techetechetè, cioè di passato e di glorie defunte. Come Pippo Baudo.

(Panorama n.36)

Condividi questo articolo

  • Facebook

  • Canale Youtube

    Canale Youtube
  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

    Leggi la biografia completa

Le foto presenti su questo sito sono state in larga parte prese da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione non avranno che da segnalarlo a segreteria.veneziani@gmail.com e si provvederà alla rimozione.

© 2023 - Marcello Veneziani Privacy Policy