Prima che sonnambuli, gli italiani si scoprono impotenti

Qual è alla fine del 2023 il ritratto degli italiani? Il Censis ha scattato una fotografia verosimile del nostro stato d’animo e insieme del nostro stato civile e ha racchiuso l’autobiografia annuale degli italiani in una parola chiave, un’immagine e una condizione mentale: sonnambuli. Gli italiani sarebbero sonnambuli, un popolo in preda alla paura del futuro, inerti rispetto ai presagi infausti. Fotografia reale ma nasconde un’altra parola chiave che riassume meglio le condizioni di vita dell’italiano di fine ventitré: impotenti. Si, la verità che non vogliamo vedere è la nostra impotenza di fronte ai processi che prevalgono nella realtà quotidiana, i grandi fattori di rischio e pericolo che trasformano l’attesa naturale del futuro in minaccia e paura. Ci sentiamo inermi rispetto a tutto quel che incombe sulle nostre teste o determina la nostra vita: rischi di guerra e di declino, di pandemia e di collasso ambientale, di spaventosa crisi economica, minacce tecnologiche e infine ombre inquietanti che si agitano ai bordi del nostro mondo e assumono di volta in volta le vesti di un Nemico Assoluto: l’Islam, la Cina, la Russia, le invasioni migratorie. Davanti a questo spettro di possibili catastrofi la sensazione prevalente è che non possiamo farci niente, non siamo in grado di reagire, ma solo di sfuggire se non di fuggire. Impotenti a cambiare il destino della storia e a fermare gli agenti della nostra decadenza di italiani, di europei, di occidentali, perfino di umani. E perciò depressi: anche i personaggi più noti e invidiati confessano la loro depressione; i giornali sono una rassegna di confessioni depressive dei famosi.

Un anno fa, riassumevo la condizione contemporanea in una parola chiave che evocava l’insoddisfazione e la ribellione rispetto agli scenari dominanti: scrivevo che eravamo scontenti, della nostra vita pubblica e privata, dei nostri rapporti e delle relazioni pubbliche, delle nostre classi dirigenti e degli assetti di potere che gravano come una cappa sulle nostre teste.

Ora, la sensazione complessiva è che non riusciamo a reagire a questa condizione, ad arginare quantomeno, questo stato e a produrre cambiamenti. Di conseguenza ci sentiamo impotenti, rispetto alla nostra vita e al potere di cui disponiamo per cambiarla, nonché verso i poteri che gravano su di noi. La storia degli ultimi anni dimostra che abbiamo cercato vie d’uscita politiche a questa condizione; ci siamo votati (e abbiamo votato) a coloro che si presentavano come alternativi a questi assetti: l’antipolitica, i populismi, il movimento 5Stelle, la Lega, la destra sovranista. Le abbiamo provate tutte, con risultati al di sotto delle aspettative, con una conversione camaleontica o una resa di chi andava al governo rispetto alla situazione globale e ai diktat sovranazionali. Ci abbiamo provato prima di consegnarci alla rassegnazione e alla fuga. Ora con disincanto accettiamo l’idea che non è possibile incidere e interferire su questi grandi processi. Da qui, dunque, il sonnambulismo, che è una conseguenza della percezione d’impotenza rispetto alla realtà. Usciamo dalla realtà, ci rifugiamo – come spesso abbiamo fatto nella nostra storia – nella dimensione privata e particulare, per dirla con Guicciardini, muovendoci come sonnambuli. L’impotenza deriva dall’esperienza che le nostre volontà singolari o generali, pubbliche e politiche, non possono deviare i percorsi prestabiliti o assegnati. E quindi restiamo in attesa che il peggio si avveri; e non in vigile attesa come si diceva sciaguratamente ai tempi del covid, ma da sonnambuli.

Impotenza diventa anche un messaggio sociale e ideologico che trae spunto da alcuni episodi di violenza, soprattutto femminicidi, che attribuiscono alla volontà di potenza, di possesso e dunque di dominio, il male della nostra epoca. Siate impotenti, è il messaggio che giunge al mondo reale, soprattutto maschile: la potenza viene ridotta a prepotenza e tradotta con violenza, sopraffazione; dunque va vissuta come una colpa, una vergogna, un male. Meglio la società arresa alla solitudine di massa piuttosto che la vita di coppia, visti i suoi crimini (che in realtà colpiscono solo una sparuta minoranza delle relazioni interpersonali, confondendo così la patologia con la fisiologia dei “normali” rapporti tra i sessi). Impotenza è peraltro espressione che si usa nel linguaggio medico per indicare la sterilità maschile. Ma l’impotentia generandi e coeundi rientrano in una più radicale impotentia vivendi. L’impotenza di vivere.

Il rimedio non è la pura e semplice inversione della presente volontà d’impotenza nella volontà di potenza di nietzschiana memoria, foriera di sopraffazioni, dominazioni, conflitti. Ma un rapporto più equilibrato con la realtà, attraverso un’incessante dialettica tra facoltà e limiti, diritti e doveri, azioni che rientrano nella nostra sfera e altre da limitare o impedire perché ricadono su terzi non consenzienti. Le semplificazioni o i puri capovolgimenti sono sempre alla base di dolorosi scontri. Prima del generale Vannacci (deplorato e poi premiato, magari per impedire che scenda in politica), erano stati in tanti ad auspicare mondi capovolti: il primo fu Karl Marx che credeva di dover rovesciare prima il pensiero (capovolgere Hegel) e poi i rapporti sociali, i rapporti di potere e di produzione, i valori e le condizioni di vita. Conosciamo gli orrori che ne sono derivati.

La gente vive questo fatalismo della decadenza e dei processi globali con spirito di resa all’ineluttabile. Insomma, prima di diagnosticare il sonnambulismo di massa sarebbe più ragionevole capire da dove deriva questo ripiegamento nella sonnolenza ambulante, priva di sogni. Il Censis fotografa la realtà ma poi occorre un pensiero critico per capire da dove proviene. Impotenza vissuta dolorosamente perché viviamo nell’epoca dei desideri illimitati e dunque l’impotentia agendi stride con la libertà e l’autodeterminazione. Così il messaggio che ci giunge è il seguente: decidete pure a che sesso volete iscrivervi, magari solo per un po’; ma è vietato cambiare gli assetti sociali, economici, politici e culturali. Dei in privato, robot in società.

La Verità – 5 dicembre 2023

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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