Quel ravvedimento tardivo su Manzoni

In questo autunno inoltrato l’Italia s’è desta e si è ricordata in extremis che quest’anno era il centocinquantenario della morte di Alessandro Manzoni. L’anniversario, in realtà era sei mesi fa, lo scorso 22 maggio, ma era passato in sordina; invece in questi ultimi mesi dell’anno fioriscono eventi su Manzoni, mostre, recite, convegni accademici e civili, persino un teatro dei burattini, e vari approfondimenti sulla sua orma lasciata nella scuola, nella storia, nel processo unitario. Corsi accelerati di recupero per rimediare alla dimenticanza del più grande scrittore italiano (considerando Dante e Leopardi soprattutto come poeti). Ravvedimento operoso, meglio tardi che mai.
Ma qual è l’impronta fondamentale sul piano umano e civile che Manzoni ci ha lasciato, oltre la letteratura? A volerla condensare in un motto direi Fede e patria; anzi a voler completare la sua visione col suo forte senso della famiglia, potemmo dire che Manzoni interpretò nel suo secolo quel Dio, patria e famiglia come bussola morale, civile e religiosa, pur temperate dall’amore per la libertà e per l’umanità.
Ce lo suggerisce uno scrittore scettico verso la fede e l’italianità, Giuseppe Prezzolini. Il laico, disilluso e non credente Prezzolini riconosceva in Manzoni la centralità della fede e della morale cattolica e reputava inseparabile la sua fede religiosa dal suo amore per l’Italia. Manzoni era patriota perché cristiano; il diritto delle nazioni per lui è sacrosanto perché proviene da Dio. Ne L’Italia finisce ecco quel che resta, Prezzolini notava che in Manzoni oltre “la bestialità del popolaccio ignorante” erano evidenziati “l’egoismo dei potenti”, “gli inganni della cricca al governo”, “la complicità colpevole degli ordini religiosi”, “la criminale responsabilità dei ricchi”. Dunque, tutto meno che una difesa di classe o dei ceti alti rispetto ai ceti popolari. La preghiera salva l’umile Lucia e redime su un piano più alto l’Innominato. Ovvero la grazia non fa scelte di classe, anzi premia gli umili e i potenti che si umiliano, scendono dalla torre del loro orgoglio e della loro malefica potestà per convertirsi e inginocchiarsi a Dio. O per ritenere che la buona autorità sia pur sempre al servizio dei suoi sottoposti. Prezzolini ricorda una testimonianza significativa di Manzoni: “l’evidenza della religione cattolica – scrive don Lisander– riempie e domina il mio intelletto, io la vedo a capo e in fine di tutte le questioni morali; per tutto dove è invocata, per tutto donde è esclusa. Le verità stesse, che pur si trovano senza la sua scorta, non mi sembrano intere, fondate, inconcusse, se non quando sono ricondotte ad essa, ed appaiono quel che sono, conseguenza della sua dottrina. Un tale convincimento deve trasparire naturalmente da tutti i miei scritti”. Prezzolini notava che Manzoni fu “più cattolico di Dante”, “patriota perché cristiano”; vide il Risorgimento come la purificazione evangelica (e la correzione liberal-nazionale) della Rivoluzione francese. A tale proposito è splendido il ritratto manzoniano di Robespierre, che Manzoni farà nel dialogo Dell’Invenzione; è una critica ante litteram al rivoluzionario sognatore di mondi nuovi e nemico della realtà, oltre che della religione e della tradizione. Era ben viva in Manzoni la differenza abissale tra il Rivoluzionario e il Risorgimentale, tra il patriota cattolico e liberale e il giacobino ateo e radicale. E poi secondo Manzoni agiva nella storia la mano della Provvidenza, che a volte si serve anche della disgrazia, nella forma di “provvida sventura”, ispirata da Giambattista Vico.
Con i Promessi sposi Manzoni abbandona l’epica, la letteratura eroica e col suo romanzo pone al centro della sua storia due popolani vissuti in un’altra epoca rispetto alla sua; racconta il travaglio delle gente comune con una umanità che ha pochi precedenti e paralleli nella letteratura del suo tempo. A differenza di Prezzolini, Antonio Gramsci trovava il cattolicesimo manzoniano gesuitico e ipocrita, venato da un aristocratismo fintamente popolare. Quel che appare come l’epopea popolare de I promessi sposi, per Gramsci era invece solo «un libro di devozione», infarcito di una versione clericale e bigotta, aristocratica e paternalistica.
Al contrario di Gramsci, Giovanni Gentile ritenne invece Manzoni “il grande liberatore del popolo italiano dal secolare servaggio della letteratura, dell’arte pura, dell’indifferentismo e del dilettantismo, della rettorica e del classicismo vuoto e formale” (Lo sostiene nel suo saggio del 1928 dedicato a Manzoni e Leopardi). Manzoni vede la letteratura, secondo il filosofo siciliano, come riscatto popolare e nazionale e non come tradimento del popolo e sottomissione al potere clericale e civile, come sosteneva Gramsci. Manzoni è per Gentile maestro di vita religiosa e morale, nazionale e patriottica. Dalla fede nasce il coraggio; la fede era considerata un necessario carburante per accendere l’amor patrio; quasi una nuova versione idealistica della religio instrumentum regni. La religione non è più il marxiano oppio dei popoli ma accende l’ardore che si riversa poi sul piano civile e nazionale. Secondo Gentile gli stessi apostoli del Risorgimento, Vincenzo Gioberti e Giuseppe Mazzini, oltre che Antonio Rosmini, fin dal principio guardarono a Manzoni come alla “più alta e degna guida spirituale degli italiani”. Insomma quella gentiliana è una lettura risorgimentale di Manzoni come padre della patria, secondo un canone consolidato già quando Manzoni era ancora vivo. Del resto, la passione unitaria per l’Italia accompagna davvero Manzoni per più di mezzo secolo, percorre quasi tutta la sua opera. Almeno a partire da quel 1821 in cui cantò l’Italia “Una d’arme, di lingua, d’altare/ Di memorie, di sangue e di cor”. L’identità italiana affidata oltre che all’impresa militare (una d’arme), anche alla lingua e alla religione (di lingua, d’altare). Un amor patrio limpido e coerente, senza cedimenti e compromissioni, che passa dalla storia e dalla lingua italiana, dall’identità nazionale al sostegno convinto allo Stato unitario, con Roma capitale.
Questa fu una ragione in più per porre Manzoni e il suo romanzo al centro della scuola e della cultura nazionale; mutati i tempi, e capovolti gli indirizzi, la sua fama di apostolo del Risorgimento e dell’amor patrio, fu una ragione in più per cancellare ed emarginare Manzoni, dimenticandolo insieme alla storia patria. Ma eccolo riapparire…

La Verità – 7 novembre 2023

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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