Ricordo di Padre Pio

Camminando per le strade di Roma, incontro un conoscente che non vedevo da anni. Lo ricordavo giovane, lo ritrovo posato, maturo, vorrei quasi dire provato.

Mi ferma, mi ricorda il suo nome, chiede di me, poi quando deve dire di sé tira fuori una lettera in forma di questionario con la faccia di Padre Pio e me la porge, anzi aggiunge più copie. Mi dice che posso compilarla e mandarla ai frati minori cappuccini di S. Giovanni Rotondo per sottoporre al santo una richiesta, un aiuto, un problema.

Lo guardo. Avrà forse cinquant’anni o poco meno, l’ho conosciuto in altro contesto, lavorava in Rai, ora lo vedo con un viso più magro e serafico, segnato da una lieve cicatrice di melanconia.

Ho visto passare nei suoi occhi le illusioni di una vita, gli abbandoni, le sconfitte, le perdite.

E poi balenare quel rifugio miracoloso tra le braccia di Padre Pio, come il supplente di un Padre remoto. Mi sorride nel porgermi il questionario miracoloso come se mi chiedesse la complicità in un gioco fuori dall’ordinario.

Lo vedo come un bambino che vuol darmi in una specie di monopoli, il suo voucher, il suo passaporto per farmi ottenere quello che spero. Un bambino che in quel modo vuol dimostrarmi la sua amicizia, donarmi qualcosa. Almeno per gioco, ma volendo sul serio…

Non ha altro da offrirmi che la sua domanda di benedizione al suo Protettore.

Allora capisco, ha sofferto, è passato da storie dolorose e strappi impietosi che lo hanno provato. Allora si è riparato nell’infanzia, è tornato al candore ingenuo della fede che ti vuole fanciullo per entrare nel suo regno.

Il tempo ha lasciato tracce e ferite sul suo volto ma qualcosa ha compensato l’incedere degli anni col retrocedere all’infanzia, ai racconti della mamma, alle preghiere della sera, allo stupore puerile che si è fatto attesa di miracolo.

Ora cerca compagni di giochi per questo suo gioco che gli ha cambiato la vita.

Non riesco a ridere di quel gesto, di quel foglio, di quella domandina di protezione celeste, perché deridere vuol dire sentirsi più grandi, e io invece mi sento più piccolo.

Gli sorrido, lo ringrazio col cuore di quel dono minimo e vano, ma dolce, ma buono; santo nella sua innocenza. E metto in tasca la sua domanda di raccomandazione.

La dimentico, poi la riprendo, la leggo. È una lettera che dice “Caro Padre Pio mi chiamo (trattini) e desidero esprimerti il mio stato d’animo, la mia situazione, il mio problema”. Seguono svariate righe a disposizione del questuante e nel retro lo spazio per il mittente e l’indirizzo del destinatario.

Ripongo la lettera perché mi squitta il telefonino. Vado a vedere. Un mio amico che ritenevo un po’ frivolo mi ricorda che oggi è l’anniversario della morte e della santificazione di Padre Pio.

Riprendo la lettera, la guardo e Gli sorrido.

MV, Il Tempo 24 settembre 2017

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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