Torna Bobbio, ma era superato già trent’anni fa

Torna dopo trent’anni il best seller di Norberto Bobbio Destra e sinistra. L’anniversario, benché strombazzato, è fittizio, perché il libro di Bobbio uscì in realtà il ’94, non il ’93; e il dettaglio non è casuale. Il successo del libro fu dovuto infatti alla nascita del primo governo Berlusconi, con la destra “postfascista” al governo che eccitò i furori bipolari. Il suo Destra e Sinistra era già vecchio quando uscì, perché narrava di due nature morte o quantomeno non più rispondenti alle categorie delineate da Bobbio. Ma fu proprio quella la ragione del suo successo: disorientati dalla svolta, i lettori di sinistra cercarono nel suo pamphlet la loro coperta di Linus, per rifugiarsi in un rassicurante manicheismo. Ma c’era pure chi voleva capire cosa fosse quella creatura proibita chiamata destra, andata al governo e svestita dal neofascismo; e cosa fosse quella strana sinistra sbucciata dal comunismo. Nacque allora il giochino interminabile su destra e sinistra, libere di scorrazzare dopo la tutela democristiana e la servitù fascista e comunista.

All’epoca scrissi un libro in risposta a Bobbio, Sinistra e destra, edito da Vallecchi, che ebbe successo (non quanto il suo) e innescò un carteggio con lui. Quel libretto che reputava ormai stanche le categorie di destra e di sinistra delineate da Bobbio, oggi non lo ristamperei perché superato; figuriamoci il pamphlet di Bobbio che teorizzava l’uso di quelle logorate categorie. Ma offriva una cuccia alle residue pigrizie ideologiche; nella sua autorevole ovvietà, rassicurava i pregiudizi stanchi della politica, offriva dignità teorica ai luoghi comuni e al suprematismo etico della sinistra. Di Bobbio sono notevoli gli studi di filosofia del diritto, sulla teoria delle elites e su Politica e Cultura, ed è bello il suo De senectute. Invece è ricordato per la sua produzione minore. Nelle sue opere c’è chiarezza ai limiti dell’ovvietà, lucidità con cadute nella banalità, onestà intellettuale intermittente.

Quali sono i punti deboli del suo Destra e sinistra? Innanzitutto il suo schema dualistico trascura le tante contaminazioni tra destra e sinistra e gli svariati incroci, teorici e storici; e tralascia esperienze e culture irriducibili alle due categorie. Comunitari e liberali, ambientalisti e cattolici, federalisti e pragmatici, populisti e giustizialisti, dove si collocano? Bobbio non vede i grandi temi del nostro tempo, dalla biopolitica alla tecnocrazia, dalla globalizzazione alla difesa delle identità culturali e popolari. Quello schema bipolare funziona fuori dalla politica, per esempio nella bioetica.

La vecchia diade uguaglianza-diseguaglianza, usata da Bobbio come perno della distinzione tra destra e sinistra, non regge. E tantomeno regge la vecchia divisione classista tra operai e borghesi, proletari o élite, che semmai da anni funzionano in senso inverso: le minoranze stanno a sinistra, il popolo, gli operai, stanno a destra. Per Bobbio c’è asimmetria fra libertà e uguaglianza perché la libertà è un bene individuale e l’uguaglianza è un bene sociale. Ma anche la libertà, sul terreno politico, civile e giuridico, è un bene sociale, è in rapporto agli altri, al potere e alle leggi. Proprio come l’uguaglianza.

Poi Bobbio semplifica attribuendo alla destra il primato dell’economia e alla sinistra il primato della politica. In realtà l’economicismo attraversa la destra e la sinistra e le rende subalterne alla tecnica, alla finanza e al mercato; anzi per la sinistra di derivazione marxista la politica è una sovrastruttura dei rapporti economici, che sono invece la struttura. Meglio allora distinguere tra destre e sinistre piegate al primato dell’economia e destre e sinistre che rivendicano il primato della politica e della cultura (o della tradizione).

L’egemonia dell’economia non segna l’avvento della destra al potere, ma la dissoluzione delle categorie politiche a vantaggio della tecnofinanza. E non funziona più lo schema destra conservatrice degli assetti e sinistra innovatrice: la destra spesso modernizza più della sinistra, sia nella società che nelle istituzioni. La sinistra è establishment, la destra è gente comune.

Il mio carteggio con Bobbio, in gran parte edito, si alternò ad alcune conversazioni telefoniche; ma non ebbi mai un incontro, nonostante mi avesse più volte invitato a casa sua. Imperdonabile timidezza. Lui mi telefonò dopo l’uscita del mio libro e di alcune recensioni, e dopo quel che avevo scritto sui suoi trascorsi fascisti. I rapporti furono prima aspri, poi diventò un dialogo. Io lo leggevo dai tempi dell’università; seppi da Augusto del Noce e da Jader Jacobelli che un mio libro giovanile dedicato alla rivoluzione conservatrice e all’ideologia italiana, lo aveva ben impressionato, pur non condividendolo. Bobbio deplorò il tono delle mie critiche (aveva ragione), si irritò che lo avessi definito, gramscianamente, Papa laico della cultura; e che avessi parlato dei suoi trascorsi col regime fascista e coi ministri fascisti De Bono e Biggini. Ritenuto padre dell’antifascismo, Bobbio ebbe la cattedra universitaria in giovane età sotto il fascismo e giurò fedeltà al regime, anche dopo la promulgazione delle leggi razziali. Le lettere che mi inviò furono prima piccate, poi preoccupate da quel che avrei potuto ancora pubblicare in tema di compromissione col fascismo, infine colloquiali.

Anch’io temperai i toni irriverenti nei suoi confronti, continuando con tono rispettoso a confutare le sue tesi. Negli ultimi anni Bobbio mitigò il suo giudizio ingeneroso su Giovanni Gentile e sulla cultura di destra, ammise la sua deferente corrispondenza col malefico Carl Schmitt e riconobbe pubblicamente le ragioni del suo antico amico-rivale Del Noce (amico in privato e nemico in pubblico).

Di Bobbio resta la lezione del pessimismo, i suoi mea culpa, i suoi dubbi sull’aborto e il senso religioso e la critica sul presente deserto di idee e di valori. L’unica certezza che Bobbio lasciò fu la nobiltà del dubbio. Non è poco per un intellettuale onesto, ma non è abbastanza per farne un classico. Bobbio finì con il suo Novecento.

La Verità – 10 maggio 2023

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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