Un filosofo di nome Totò
Totò fu un animale mitologico dotato di poteri surreali e di una carica speciale di umanità. Non fu un attore ma un improvvisattore, una maschera, a tratti un burattino, che andava ben oltre il copione. Il suo precursore era Pulcinella di cui condivise la filosofia della fame. Non fu un comico ma un malincomico, ove la risata che suscita proviene da un fondo di tristezza. È uscito ora un libro su Totò filosofo di Marco Fortunato, edito da Castelvecchi (Sulla vita dell’uomo. Filosofia di Totò Pinocchio) che parte in modo promettente anche se poi abbandona Totò per dedicarsi alla filosofia. Comunque interessante e originale, dopo il Totò visto da uno storico come Emilio Gentile, il Totò narrato da un estroso musicologo napoletano come Paolo Isotta e il Totò metacinematografico di Roberto Escobar. In questi giorni è in libreria Cosa sono le nuvole (ed. Einaudi) di Francesco Piccolo sulla decadenza dell’ultimo Totò, semicieco, un pamphlet a tratti cupo, ma verace.
Insomma, Totò ne ha fatta di strada da morto, ma tra le sue versioni intriga quella di Totò filosofo naturale. Gli ingredienti della “filosofia” di Totò sono già nella sua biografia che si può sintetizzare nel titolo di un famoso film-commedia, Miseria e Nobiltà. Totò nasce povero nel quartiere Sanità, col nome di Antonio Clemente; ma poi scopre la sua origine favolosa di Principe di Costantinopoli. Nel mezzo, tra il principe de Curtis e il povero Clemente, c’è il fenomeno Totò, che diventa ricco e famoso irridendo alla povertà. Totò eccede sui suoi film, anche dozzinali, ma i film sono pretesti per il suo personaggio. I film passano, le gag restano; la modestia delle trame è oscurata dal suo genio comico e mimico. Anche a teatro, bastava che apparisse in scena e la gente rideva e applaudiva.
Qual è la sua filosofia? Ne faccio un personale sunto. In primo luogo Totò sostiene che il comico nasce dalla fame, è la molla che lo porta a far ridere ma è anche la materia su cui si esercita, come faceva appunto Pulcinella. Il genio comico consente a Totò di riscattare le condizioni di partenza e fare di uno svantaggio un’opportunità, come diceva un suo precursore partenopeo, vero filosofo, Gianbattista Vico. È il povero Totò che mantiene nel lusso il principe de Curtis; è la sua faccia brutta, sghemba, con la scucchia, forse per nascita, o come lui dice per un incidente da ragazzo, che gli consente di fare una bella vita e circondarsi di belle donne.
La filosofia di Totò divide l’umanità in uomini e caporali, che non sono gli sfruttatori e gli sfruttati, i servi e i padroni, ma quelli che stanno sempre a galla, anche se cambiano i regimi, i voltagiacchetta, e quelli che sono sempre sottoposti, umiliati e offesi.
Nella vita Totò ci tiene al sangue blu, si mostra aristocratico, scostante e generoso, anche come riscatto dalla sua origine plebea. Ma quando arriva la morte le differenze spariscono, la morte è ‘na livella, recita una sua nota poesia; non si distinguono più nobili e pezzenti. La morte segue Totò come un’ombra nera, un velo davanti ai suoi occhi ipovedenti, e un presagio. Totò la teme, è superstizioso, ma se è per questo pure un altro filosofo napoletano d’adozione, Benedetto Croce, lo è. E la morte lo ripaga, raggiungendolo a 69 anni e, caso unico, gli dona più repliche, ben tre funerali, superando pure il funerale doppio del suo predecessore Vico: uno a Roma dove lui vive, uno a Napoli che fu la sua città del cuore e un terzo, voluto dal guappo del Rione Sanità per salutare Totò nel quartiere dove lui nacque.
Totò è monarchico e un po’ anarchico, come molti napoletani. Il suo dichiararsi a favore del monarchico don Achille Lauro in tv gli costò quasi un decennio di epurazione dalla Rai. Gli piaceva il Comandante populista e paternalista coi suoi pacchi di pasta agli elettori e le mitiche scarpe donate una prima e una dopo il voto. Totò tornò infine in Rai con due memorabili sketch con Mina, e poi con un programma interamente dedicato a lui, Tutto Totò, massacrato da censure e tagli, con le sue gag più famose.
Totò riassunse i tratti tipici dell’italiano in versione grottesca: individualista e confidenziale, imbroglione e pomicione, pastasciuttista, malinconico ed euforico, sbafatore e mariuolo, gesticolante e chiassoso, comiziante e donnaiolo, ma sempre ricco di umanità. Fu lui, con Peppino, lo scopritore della Padania, sbarcando a Milano come in terra straniera; il simil-tedesco con cui lui si rivolgeva al “ghisa”, il vigile milanese, mostrava un’Italia divisa.
PierPaolo Pasolini lo riscattò dal cinema popolare che lo aveva ridotto a una versione arcaica di Franco e Ciccio: ma in quel film, Uccellacci e uccellini, non fu più Totò, fu tenuto a freno. Non fu un brutto film, anzi fu tra i migliori, ma non di Totò; di Pasolini.
Totò confidò a Oriana Fallaci di detestarsi, anche nell’aspetto fisico; si stava antipatico. E in fondo non scherzava, soffriva la sua maschera.
Generò un campionario misto di totòfili, di ogni età e di ogni condizione sociale, fino alla totolatria. Ne conosco di devoti del suo culto che ricordano le sue battute e le ripetono ancora. Totò è l’unico comico di cui non ti stanchi mai di rivedere le stesse scene. Memorabili pure le sue “spalle”, ma Totò le sovrastava. Totò era un mito, però sapeva interpretare la realtà e il suo sostrato in modo verace. Ridicola è la fame, allegra la miseria. Il vero comico ha gli occhi tristi.
(Panorama n.24)
