Un Paese senza “spirito repubblicano”

La Repubblica italiana è un’anziana signorina che compie 77 anni (75 dal battesimo costituzionale) oggi, 2 giugno. Nubile, nonostante i tanti pretendenti e cicisbei, nata e vissuta in una bella casa, la Costituzione, dimora di buoni sentimenti e ottime intenzioni, attempata, logorata dall’uso e ancor più dal disuso.
Questo suo genetliaco coincide col primo governo guidato dalla destra nella storia repubblicana; una destra a cui è stata rinfacciata l’estraneità alla nascita repubblicana e costituzionale. Ma la repubblica, a sua volta, nacque con un peccato originale: anziché concepire il sistema dei partiti dentro la repubblica, la repubblica fu concepita dentro il sistema dei partiti. Col Cln, il comitato di liberazione nazionale, nacque la partitocrazia e fu l’acquario entro cui visse la repubblica. L’appartenenza comunista, democristiana, socialista, partitica e partigiana contavano più della cittadinanza repubblicana. I valori repubblicani, lo spirito comune di cittadinanza, venivano dopo l’affiliazione ideologica e politica alle rispettive parrocchie di partito. A ciò si aggiunge l’indole monarchica e anarchica, famililista e individualista degli italiani, refrattari allo spirito repubblicano. La prevalenza del Partito Madre minò alle origini l’amor patrio e per la res publica e dette luogo nel tempo al clientelismo, alla lottizzazione e alla spartizione della cosa pubblica. La Costituzione fu il miglior risultato che si potesse ottenere con quel vizio d’origine, il miglior compromesso tra le culture di partito.
Col tempo, la Costituzione è diventata una specie di paravento e di surrogato da parata. Parafrasando un detto famoso, il patriottismo costituzionale è l’ultimo rifugio dei mascalzoni. In tutti questi anni, è stata la foglia di fico per nascondere la vergogna e la pena per un paese declinante, diviso, invaso, esalato, in fuga da se stesso. Perdiamo l’anima e il corpo dell’Italia, relegando il nostro patriottismo all’ossequio della carta costituzionale. Scambiamo l’identità d’Italia con la sua carta d’identità. L’amor patrio è amore di comunità, di popolo, di nazione e di tradizione, di paesaggio e di linguaggio, di vita insieme e di territori, con un confine. Il patriottismo costituzionale è invece la cittadinanza astratta, dettata da un insieme di regole, separata dalla realtà, dove l’anima di un popolo è sostituita dal protocollo; la vita e la storia di una nazione sono surrogate dal formalismo. La repubblica ridotta a un regolamento. In un Paese che esaurisce la sua appartenenza, la sua identità e i suoi legami in una Legge, manca il collante reale, la motivazione ideale, lo spirito comunitario e repubblicano per rigenerare l’amor patrio. E lo spettacolo della disunità, del distacco, della disgregazione, è sotto i nostri occhi, per non dire della colonizzazione economica, militare e culturale. In cambio resta il feticismo della Costituzione. Il paese è morto, il nostro habitat è globale, però che bella costituzione…
All’amor patrio e all’identità nazionale non si accenna minimamente nella nostra Costituzione e si può capire la ragione storica contingente: venivamo da una guerra perduta e dal nazional-fascismo, da un patriottismo declamato e bellicoso, e siamo di fatto un paese a sovranità limitata. Tutto questo impose la sordina all’amor patrio e alla sovranità nazionale. Di patria si parla nella Costituzione solo all’art. 52 a proposito della difesa dei confini. Ma l’idea difensiva della patria non può esaurire l’amor patrio né lo spirito repubblicano che non si esercita solo in caso di estremo pericolo, ma anche in positivo come un legame quotidiano, costante, d’affetto e di comunanza, di identità e di storia. Con l’amor patrio e lo spirito repubblicano sparisce pure la cultura dell’identità italiana.
La nostra Costituzione è troppo recente per fondare l’amor patrio e troppo vecchia per essere immutabile, a 75 anni dalla nascita. Ogni Carta è figlia del suo tempo e nella nostra carta c’è tutto il sapore del Novecento, delle sue ideologie, dei suoi conflitti, del suo linguaggio. In linea di principio si dovrebbe stabilire che la nostra è una repubblica fondata sul rispetto della persona e della comunità, mediante i diritti e i doveri di ciascuno e di tutti, e dunque la libertà, il lavoro e la dignità dei suoi cittadini. Si dovrebbe esplicitare nella Costituzione l’amor patrio e fondare la nostra repubblica sul principio di responsabilità personale e comunitaria e sulla finalità del bene comune.
La Costituzione in Italia è rimasta in molti suoi articoli solo sulla carta. Le carte costituzionali, soprattutto nei paesi mediterranei, sono cornici, ma nessun’opera d’arte è giudicata dalla cornice. Sono norme, carte da visita, ideologiche e rituali, regolamenti astratti, dichiarazioni di principio e d’intenti preliminari; ma la vita è altrove, la realtà è un’altra cosa, e va per la sua strada. Bisogna avere una visione non teologica della Costituzione, considerarla figlia più che madre della storia. Una Costituzione da rispettare, non da imbalsamare e adorare; quindi modificarla nelle sue parti più deperite o più fragili è un modo per rispettarla sul serio, rendendola viva e aderente alla vita di una repubblica e al suo avvenire. Se il comune proposito è avere a cuore la sorte dell’Italia e degli italiani, e non solo quelli viventi e presenti, il pericolo prioritario da cui dobbiamo salvarla è lo sfascismo trasversale e molecolare che la distrugge da decenni, pur dietro l’ossequio formale alla Costituzione. Ci vorrebbe una vera liberazione antisfascista. E invece chi sbandiera la Costituzione ha una visione retroattiva, pensa ancora al babau del fascismo, salvo poi negare la storia d’Italia nei secoli…
Il 2 giugno è una data per l’intera cittadinanza italiana, e nel rispetto di coloro che votarono monarchia al referendum. Non a caso si sovrappose alla festa dello Statuto, che ai tempi del Regno d’Italia veniva celebrata agli inizi di giugno. Ma è la festa di un Paese reale chiamato Italia, e del popolo italiano, non di una carta legale. E’ la festa degli italiani, della loro “cosa pubblica”; anzi meglio della loro “casa pubblica”.

La Verità – 1 giugno 2023

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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