Una fiammeggiante passione

​Perché dedicare oggi, in piena era renziana e grillina, una mostra alla storia del Movimento Sociale Italiano, a settant’anni dalla nascita e a più di venti dalla sua fine, nella braccia di Alleanza Nazionale? Non fu un partito di governo né di maggioranza, non fece la storia ma si limitò a ricordarla, fu il partito più anti-sistema del nostro Paese. Allora perché dedicare una mostra al Msi, ai suoi leader e al suo popolo? Perché c’è voglia di ricordare un tempo in cui la politica era passione civile e ideale: non a caso la canonizzazione di Berlinguer o gli  affollati e commossi convegni dedicati ad Almirante nel suo centenario. La tenaglia di affarismo, leaderismo e populismo antipolitico ci soffoca e vorremmo qualcosa che abbia valore e consistenza, che si leghi a una storia e a un mito. Il Msi era un partito anomalo, fuori dall’arco costituzionale, non superò mai la soglia del 10 %, la fiamma ebbe “poco da ardere, visse al cinque per cento”, parafrasando una poesia di Montale…
Per cominciare, il Msi fu l’unico partito che volle chiamarsi movimento, che rifiutò lo statuto di partito anche se in tutto e per tutto lo fu. Fu il primo partito che tuonò contro la partitocrazia, portando nell’arena politica la definizione prima usata solo da politologi. Fu il primo partito che attaccò la corruzione, le tangenti, la lottizzazione e pose la questione morale prima di Berlinguer. Fu il primo partito che invocò la riforma costituzionale in senso presidenziale; prima l’avevano proposta gruppi e personalità, come Pacciardi o Europa 70, ma il Msi fu il primo partito ad abbracciarla in pieno. Sia la rivolta antisistema contro i partiti e la corruzione dei grillini che la riforma costituzionale in senso decisionista e leaderista di Renzi, ebbero nel Msi il loro insospettato precursore. Il Msi fu un partito popolare, interclassista, proletario e borghese. Gente onesta, per bene, che militava contro i propri interessi. Fu il partito del tricolore in piazza, dell’identità sbandierata, l’unico partito nazional-europeo che in modo sfacciato, a volte retorico, coltivò l’amor patrio. Il Msi fu poi il partito della continuità storica; anzi lo fu prima di tutto. Mentre tutti ribadivano la discontinuità col Ventennio, il Msi rivendicava una linea di continuità nazionale, dal Risorgimento alla Grande guerra e al fascismo, inclusa la Rsi.
Il Msi rappresentò l’emisfero in ombra della Repubblica italiana, la faccia nascosta, il desiderio represso, la nostalgia proibita. Non fu il partito dei violenti, alcuni episodi marginali e alcune frange non possono monopolizzare la storia di un partito che ebbe più vittime che aggressori, anzi ebbe il merito di incanalare dentro la politica, dentro il parlamento e le istituzioni, l’esuberanza estremista e la tentazione golpista che allora attraversava mezza Italia. Nei primi anni cinquanta con don Sturzo e poi alle soglie degli anni sessanta con Tambroni si profilò per il Msi un inserimento nell’area di governo, nella prospettiva bipolare di un centro-destra, poi impedita dalla mobilitazione di poteri e di piazze. E anche quando ebbe l’exploit con la destra nazionale alle soglie degli anni 70 e attirò monarchici, liberali, dc e perfino antifascisti, sull’onda della maggioranza silenziosa, il Msi fu ricacciato nel ghetto. Più di prima, peggio di prima, perché più ingombrante. E dalla sindrome dell’assedio – in quegli anni furono uccisi decine di militanti missini – prese corpo la scissione di Democrazia nazionale: i due terzi della miglior classe dirigente lasciarono il Msi. Ma ebbe ragione Almirante, fu una scissione di vertice; il popolo missino restò con la fiamma tricolore. Lo “sdoganamento” del Msi avvenne in tre fasi nel decennio 83-93.
Il primo fu con Craxi che ricevette Almirante e poi Fini. Poi fu il Capo dello Stato Cossiga ad aprire ai missini postalmirantiani. Infine fu il sistema elettorale bipolare, e il pronunciamento di Berlusconi in favore di Fini candidato a Roma a completare lo sdoganamento a livello politico. A livello elettorale però ci avevano pensato i cittadini a sdoganare il Msi, tributando vasti consensi. Ma il Msi non fu mai sdoganato a livello culturale.
Quando chiuse i battenti la sua eutanasia apparve a taluni un tradimento. A Fiuggi il Msi fu espulso per un calcolo politico come un calcolo renale… Si poteva, si doveva elaborare il passaggio, prepararlo e compensarlo con la nascita di una Fondazione che potesse conservare e coltivare il cuore fiammeggiante della memoria storica. Ma il Msi era un partito impolitico fondato sull’etica della fedeltà e il valore storico della testimonianza. Era perciò necessario, se si voleva incidere nella realtà, governare, confluire in una alleanza nazionale più ampia e variegata. A conti fatti, facendo il bilancio assai magro del ventennio di An, si può dire ora che è più viva l’eredità del Msi che quella del suo successore.
​Assurdo sarebbe invocare una rifondazione missina oggi. Aver nostalgia di un partito nostalgico significa patire un nostalgismo al quadrato. La nostalgia non è, non può essere una scelta politica. Ma è bene avere memoria storica, avere esempi e coltivare il ricordo di un’autobiografia collettiva e di un’avventura comune. Si insinua tuttavia una maliziosa tentazione. Visto il fallimento della politica al governo, a destra e non solo, se fosse meglio un movimento di opposizione che sappia tenere viva una comunità e una passione di testimonianza, piuttosto che un partito al potere ininfluente a o peggio omologato e corrotto dal potere? Chi scrive è sempre stato di “destra” ma non è mai stato iscritto al Msi, ebbe una breve ma intensa militanza da liceale nella Giovane Italia poi diventato Fronte della Gioventù. E’ quel ragazzo che vive dentro di noi a spingerci a ricordare la storia del Msi, per ricordare la sua gioventù, i suoi sogni e coloro che ha conosciuto durante gli anni, i militanti ignoti, i “camerati” della sezione, il popolo missino. O iscritti speciali, come il giovane Paolo Borsellino o il filosofo gentiliano Andrea Emo, uno dei più grandi pensatori del novecento scoperto solo dopo la sua morte. E alcuni esponenti di spicco come Beppe Niccolai, Mimmo Mennitti e Pino Rauti (entrambi furono giornalisti de Il Tempo), Pinuccio Tatarella e Nino Tripodi, Franco Servello e Marzio Tremaglia e naturalmente i leader, da Almirante a Romualdi, per limitarci solo a quelli personalmente conosciuti e scomparsi. E poi quel fervore, quel clima, quell’entusiasmo di poter cambiare il mondo e salvare l’Italia. Se i cuori potessero parlare e gli occhi potessero mostrare…

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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