La corruzione si moltiplica dove mancano le motivazioni

C’è un fattore decisivo ma trascurato che genera, rigenera e moltiplica la corruzione. Un fattore che i magistrati, le forze dell’ordine e le norme anti-corruzione al vaglio del Parlamento non possono debellare ma che è il principale mandante del malaffare italiano.

Chiamiamolo fattore M, come motivazione. È un fattore psicologico ma la sua incidenza è enorme sull’agire politico, sulla pratica quotidiana e sui comportamenti. Di che si tratta? Gli italiani, incluse le classi dirigenti, sono demotivati, hanno perduto la molla che li motiva e li sospinge. La politica, in particolare, ha perso le motivazioni che la muovono.

Le motivazioni possono essere pubbliche o personali. Le prime sono in larga parte motivazioni ideali. Muovono leader, élite e popoli sul filo della Grande Motivazione, che tante volte si è rivelata poi una Grande Delusione o una Nociva Illusione, ma che li spinge ad agire, a fondare, a perseguire un fine comune. Motivazioni di ordine religioso o morale, storico o ideologico, etico o politico. Costituiscono da sempre il sostrato di una civiltà, quel che unisce, anima e muove una civiltà. Ma le motivazioni pubbliche si intrecciano al movente personale che nasce dalla legittima sete di riconoscimento,dall’ambizione di distinguersi, dal desiderio di veder riconosciuti i propri meriti, in un scala che va dalla buona reputazione alla gloria. L’agire umano, e l’agire politico in particolare, è spinto dalle due motivazioni, l’amor patrio e l’amor proprio.

Certo, le motivazioni non escludono la corruzione, ma sono un argine. Nella migliore delle ipotesi, la motivazione superiore frena la corruzione individuale e l’amor proprio tiene troppo al buon nome per rischiarlo nella gogna mediatico-giudiziaria. Nella peggiore delle ipotesi la motivazione non esclude la corruzione come mezzo al suo servizio, ovvero si usa la corruzione per conseguire il disegno politico; oggi è invece più frequente il caso inverso, che si usa il disegno politico per conseguire il vantaggio individuale. Forse è deplorevole quando il fine giustifica i mezzi ma certo è spregevole quando i mezzi sostituiscono i fini.

Se una persona, un gruppo, un popolo perde la sua motivazione sia nel senso della missione sia nel senso della buona fama, il tessuto civile degenera. La corruzione diviene inevitabile, deborda, ognuno coltiva un risentimento di rivalsa perché si sente non riconosciuto nei suoi meriti né motivato da alcun mito o ideale di riferimento. E cerca di risarcirsi migliorando il suo status e il suo tenore di vita, sibi et suis. C’è un nesso strettissimo tra la crescita della corruzione e il declino della meritocrazia.

Le capacità non vengono riconosciute, i meriti non contano nulla, la memoria collettiva è labile e presto dimentica il bene come il male, i meriti come i demeriti, il decoro come l’indecenza. L’onorabilità decade al rango d’immagine, così la dignità degrada a pura apparenza e simulazione e dura un attimo. La visione della vita cede il passo alla visualizzazione dell’icona. Tutto istiga a dire, come il personaggio goldoniano, se la casa brucia voglio scaldarmi anch’io, ossia trarre profitto dalla rovina, badando ai miei vantaggi personali. Se non c’è gloria cerco denaro, se non c’è stima cerco vantaggio, se non c’è convinzione c’è convenienza.

La corruzione dilaga quando non devi render conto a nessuno, né a un dio né alla storia, né a una comunità né alla propria coscienza. Vivi e non rispondi di nulla a nessuno. Non dirò che viviamo una decadenza assoluta e totale; ci sono state altre epoche e altri momenti di degrado, in forme diverse. Ma possiamo dire che nell’arco di una vita o di una generazione, siamo nel ciclo basso, depresso e deprimente, in cui sale la corruzione e scende la qualità.

La corruzione è un fatto mentale, morale e culturale, un processo interiore prima che un fatto esterno. Compito principale della politica, dei leader e delle sorgenti culturali è trovare motivazioni all’impegno pubblico e al sentirsi comunità; e poi selezionare i ranghi riconoscendo i meriti.

La buona politica non è solo buona amministrazione, ma è buona motivazione. La lotta alla corruzione si occupa degli esiti, ed è compito delle leggi e di chi le applica. La ricerca delle motivazioni, invece, si occupa delle fonti ed è compito della politica e della cultura indicarne di degne. La prima è consuntiva e controlla le risposte, la seconda è preventiva e veicola le domande. La corruzione è un effetto, come l’incorruttibilità; la sua causa è la demotivazione. Mancano i motivi per non cedere alla corruzione.

La lotta alla corruzione colpisce la mano che ruba, la motivazione tocca invece la testa che opta. In concorso col cuore.

MV, Corriere della Sera 5 aprile 2015

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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