L’anima, il tempo e il nulla (Il Giornale, 2014)

Non penso di aver paura di dire la verità. Quel che scrivo e che dico risponde a quel che penso, è una libertà che mi procura danni e lodi ma la esercito a prescindere.

Però non tutto quel che penso io scrivo e dico. Ci sono per esempio alcuni pensieri, sentimenti o percorsi che voglio mantenere segreti e dunque non dirò neanche in questa occasione. Ci sono poi altri pensieri che non dico per non ferire senza motivo delle persone; se dicessimo a tutti quel che pensiamo fino in fondo di loro, saremmo in guerra col mondo, a cominciare dalle persone più intime. Poi ci sono altri sfoghi di natura personale, che magari mi piacerebbe scrivere e dire ma non interesserebbero a nessuno, sarebbero solo uno sfoggio del proprio egocentrismo. Cosa resta da dire senza aver paura di dire? Nulla o poche trascurabili cose. E allora chiudo gli occhi, spengo il ragionare e lascio andare a briglia sciolta  – slogos – quel che mi passa per la mente e per altri organi più o meno preziosi, dal cuore al fegato in giù.

Vivere è una passione inutile, se fosse solo per vivere non varrebbe la pena vivere. Bisognerebbe abbandonarsi alla corrente, del tutto, e lasciarsi vivere e morire, senza opporre alcuna resistenza. Vivere “vale” qualcosa se ti proietti, si, come un proiettile, come si proietta un film, o come eiaculare per procreare, come uno sporgersi fuori di te. Come un progettarsi. Ma la gabbia da cui uscire è l’io. Io non ti porta da nessuna parte, non è nulla di assoluto e di definitivo, è solo un anello di una infinita catena, un granello di sabbia o di rosario, fate voi. La vera libertà non è la libertà dell’individuo ma è liberarsi dall’io, nostra prigione, vorrei dire nostra dannazione. Vedersi uno tra i tanti, di passaggio. Detto questo, confesso un crescente disamore per la vita, a volte un desiderio di sciogliersi nel mare, come una pasticca più o meno effervescente. Forse feci sin dall’infanzia provvista d’amore. Mi concentro sull’anima, lo scrivo nella mia ultima impresa libresca, Anima e corpo, ma l’anima non è intesa come la ridotta estrema dell’io, e nemmeno come il rifugio nell’Io Trascendentale ma per sgusciare dall’io e ricongiungersi all’essere, come sua scheggia o respiro che torna all’Origine.

Da queste premesse si capisce perché reputo vano tentare avventure storiche e civili, consorterie per imprese letterarie. Non per isolamento ma per perdita d’interesse per tutto ciò che riguarda la vita, la storia, il sé. E per intima convinzione che si tratta di imprese inutili, non portano da nessuna parte. A questa conclusione non ci arrivo solo per un percorso di pensiero ma anche per le esperienze di vita, forse per le scottature, le delusioni, le mille imprese avviate nel tempo e quando riuscite non riconosciute né continuate da altri, e quando fallite non di conforto per intraprenderne altre. E l’età avanza, al galoppo… Non è più tempo, non è più il nostro tempo. O non ancora…

Poi scrivo, e considero lo scrivere più importante che vivere, ma senza altro scopo che la misteriosa chiamata alla scrittura, senza più velleità, sogni di gloria e pretese di nulla, solo la convinzione di partecipare a una vita ulteriore, un sopramondo, che sta oltre la vita banale, profana, di pura consunzione. E nel viaggio mi accompagno con mille fratelli maggiori che sono gli autori che leggo e di cui scrivo, e con loro guardo il mondo che passa, il poco che resta, il tanto che svanisce nel nulla.

Il resto è la vita. In mezzo a tanta serenità c’è qualche paura, ma non la paura di dire…

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