Senza passato, senza futuro

Ecco una selezione delle recenti interviste sul libro Senza eredi 

Senza eredi – Ritratti di maestri veri, presunti e controversi in un’epoca che li cancella’: cosa l’ha portata ad affermare che siamo una società senza eredi?

L’osservazione della realtà, nient’altro che la realtà. Viviamo in una società che rifiuta i maestri, i padri, la memoria storica e non riconosce nessuna eredità. Non solo a livello culturale, ma anche nella vita pratica. Si è spezzato il filo della continuità tra le generazioni, ci riteniamo tutti autosufficienti se non autocreati.

Come ha scelto la settantina di ‘saggi’ che compaiono nel testo?

Non c’è un criterio, sono i gusti e i consigli di lettura di un lettore critico. Sono autori assai diversi nelle epoche e negli orientamenti, alcuni sono pensatori, altri scrittori, poeti, c’è qualche scienziato e qualche giornalista. La mancanza di eredi riguarda non solo loro ma tutti gli autori del passato, a partire dai classici. Stiamo in realtà voltando le spalle all’idea di cultura, di civiltà, di tradizione, che sono imperniate sul necessario legame tra maestri ed eredi e sull’appartenenza a un filo comune.

‘Non tutti ammirevoli, non tutti amabili’: a chi si riferisce?

Tra gli autori di cui scrivo, ci sono anche alcuni “cattivi maestri” o autori assai controversi e taluni anche poco amabili. E anche dei grandi, benemeriti autori esploro lati in penombra o sconosciuti. Ma arrivo a dire che è meglio leggere i cattivi maestri, magari con senso critico, che non leggere affatto; meglio perfino i cattivi maestri che gli influencer. Perché i primi sono ancora riferimenti culturali, i secondi orientano solo tendenze di consumo.

Lei scrive: ‘Non siamo eredi e non lasciamo eredi, siamo tutti contemporanei al massimo coinquilini’: allora cosa ne sarà di noi?

Una società che vive totalmente immersa nel presente non va da nessuna parte, ripiega su se stessa, non lascia tracce. Si perde nel suo nichilismo, nella sua cinica ignoranza. Da qui la necessità di pensare oltre questa mentalità distruttiva e ricollegarci al passato, al futuro, alla cultura. In questo senso l’annuncio di un ritorno umanistico nella scuola mi è parso un segnale confortante di controtendenza.

Perché un libro così pessimista, dove vede la speranza?

Non è un libro pessimista, descrivo una situazione reale e nel capitolo finale auspico un risveglio, una ripresa di coscienza, la nascita di un nuovo pensiero; la necessità da una parte di “mettere in salvo” il patrimonio ereditato dall’altro di “mettere al mondo” un pensiero nuovo.

Restando ancorati all’attualità, dove collocherebbe Trump?

Trump non c’entra, non si parla di politica, destra,sinistra e di governi; ma avversando l’ideologia woke, il politically correct e la cancel culture, Trump combatte a suo modo la società smemorata e sradicata, senza eredi.

Perché ci ritroviamo ad essere la prima epoca senza eredi? tra le motivazioni, vi è anche la paura dell’eredità in sé – umana, culturale, storica, valoriale… – e del peso che essa comporta?

Perché nella nostra epoca trionfa l’individualismo e il culto del presente. I contemporanei si sono liberati dal peso dell’eredità, si sentono autocreati e assegnano sempre meno importanza alla memoria storica, alla lezione dei maestri e alla tradizione.

Quel che conta è il momento attuale, le tendenze d’oggi, le cose che più servono nell’immediato. E questo uccide ogni rapporto fecondo e duraturo con le generazioni precedenti e la loro eredità.

Secondo lei, il fatto di non riconoscere le eredità ricevute non è in fondo il “male” di ogni epoca? perché di questa in particolare?

Molte epoche del passato hanno contestato i padri, i maestri, ma senza cancellarli. Ed erano comunque proiettati nell’avvenire, ritenevano di lasciare eredità alle generazioni future. Questa è la prima epoca che non riconosce eredità e non lascia eredità, si libera sia del passato che del futuro. A questa tendenza egocentrica e presentista, narcisista e utilitaristica, si aggiunge la cornice ideologica della cancel culture e del delirio woke, che elimina tuto ciò che non è conforme all’oggi o è considerato sconveniente, politicamente scorretto.

In questo discorso, che rapporto ha l’uomo contemporaneo con il tempo, tra i social, l’Intelligenza Artificiale e la Memoria?

Liberandosi dalla memoria, i contemporanei eleggono l’Intelligenza Artificiale a erede universale di tutti i saperi, raccolti in un immenso magazzino dati; ma è informazione, non sapere, assemblaggio di dati, non cultura; è come se il patrimonio della cultura fosse liofilizzato e accatastato in una gigantesca nuvola, il cloud. L’ossessione di fruire tutto nel momento, e l’accelerazione crescente della tecnologia aggrava la situazione, in una specie di fast food della cultura, tutto si consuma in fretta.

Qual è l’eredità intellettuale più viva che gli autori che richiama nel libro lasciano all’uomo di oggi?

È la loro opera, il loro pensiero, i loro capolavori ma anche la loro testimonianza. Eredità controverse, da sottoporre a critica e revisione. Ma si devono riconoscere i Maestri, ovvero coloro che lasciano un segno, che ti trasformano dopo averli letti, a partire dai Classici. Gli autori che ritraggo in Senza eredi sono una settantina, appartengono a epoche e ambiti diversi, ma lasciano benefici insegnamenti. Persino i cattivi maestri possono dirci qualcosa se sappiamo leggerli e interpretarli. Rimuovendoli, invece, siamo condannati all’isolamento, al faidate. Senza i maestri restano gli influencer.

Parla di ritirata dell’Intelligenza Umana: i giovani, la nuova generazione, può aiutarci a sconfiggere questa ritirata?

Non è l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale a preoccupare, trattandosi di un’opportunità a cui possiamo attingere, oltre la lettura diretta e “viva” della loro eredità. Ma quando si ritira l’Intelligenza Umana, non sei in grado di bilanciare la crescita della tecnologia con un sapere critico, un’intelligenza che sappia filtrare, dare una visione, paragonare le esperienze e le idee, facendo tesoro del passato. Un segnale di questa consapevolezza è nella proposta di far tornare nelle scuole la storia, la geografia, i classici, la poesia a memoria, la Bibbia, il latino. Così le nuove generazioni potranno invertire questa tendenza a cancellare la cultura, e trovare il giusto equilibrio tra la pratica tecnologica e il sapere umanistico. Ma si tratta di un lavoro paziente, in profondità; perché spesso mancano alle nuove generazioni i codici, le basi, le conoscenze, i linguaggi per accedere a quei saperi. Perciò sostengo che senza un pensiero “neonato”, pur sempre figlio di una storia e di eredità stratificate, sono destinati a perdere coscienza della civiltà. E diventare ostaggi del potere, della seduzioni pubblicitarie, del consumo compulsivo. Siamo vicini a quel punto di non ritorno, dobbiamo svegliarci in tempo.

 

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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