Universale, non globalista

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Intervista su Dante a cura di Lorenzo Bertocchi per la rivista Il Timone.

Veneziani, lei sostiene che l’Italia non fu fondata da un condottiero ma da un poeta, perché?

Prima di diventare uno stato o un regno unito l’Italia fu unificata dalla lingua e dalla cultura. L’unità letteraria precede di secoli la più recente, e controversa, unificazione politica, militare, dinastica. L’Italia, sostengo nel libro, è una nazione culturale, nata dall’arte, dalla letteratura. E prima che una nazione, l’Italia fu una civiltà, una koinè, derivata dall’Impero romano e dalla cristianità, dal diritto romano e dal cattolicesimo romano. Dante è il primo ad avere questa visione e pone le basi della lingua attraverso l’apologia e l’adozione del volgare illustre come lo definiva. Per questo davvero Dante può definirsi “nostra padre”, fondatore d’Italia oltreché della lingua italiana, precursore di quel fremito spirituale e civile che poi si ritrovò nei secoli e nell’espressione stessa di Risorgimento.

Ha scritto che la storia è in funzione della geografia, se ho ben capito anche lei pensa che questo aspetto abbia a che fare con Dante fondatore della patria, in che senso?

La geografia ricorre nel De vulgari eloquentia e in tutte le opere dantesche; la sua idea d’Italia si radica nei territori, nei dialetti, nelle differenze dei popoli. Dante distingue l’Italia non tra nord e sud ma tra versante adriatico e versante tirrenico; la linea di separazione è la dorsale appenninica. A suo parere l’Italia non può prescindere dalla sua configurazione geografica. A questa considerazione che potremmo definire di realismo geopolitico, si unisce anche quella che GianBattista Vico poi chiamerà geografia poetica, in cui il ruolo della lingua, dei versi, delle sensibilità letterarie e spirituali gioca un ruolo importante per la coesione nazionale e l’amor patrio.

Esiste ancora questa Italia geoculturale? Se no perché?

Credo di sì, è la croce e la delizia della nostra unità che non è mai stata uniformità. Sarebbe una violenza alla storia, all’etnografia, alle culture non vedere questa diversità storica e culturale alle radici dell’Italia. Ma sarebbe anche folle ritenere irrilevante la configurazione del nostro stivale, una penisola circondata dal mare e separata dall’arco alpino dal resto del continente. Siamo una nazione disegnata dalla natura. Prima che la storia è la geografia a imprimere una forte identità all’Italia. A quella conformazione geografia ha fatto seguito una sedimentazione culturale millenaria che ha dato luogo all’identità italiana.

In che senso ritiene che Dante sia il trait d’union tra pensiero laico e cristiano?

Dante non è Machiavelli, non concepisce l’autonomia della politica dalla morale e dalla religione, è fortemente intriso della civiltà cristiana medievale, ha un severo impianto teologico e una forte visione della trascendenza. È cattolico ma non clericale, in polemica con papi e cardinali del suo tempo e non ritiene possibile – come mostra nel de Monarchia – stabilire la priorità del potere ecclesiastico su quello politico. Reputa entrambi i poteri provenienti direttamente da Dio, e storicamente – fa notare – il potere dell’impero precede di secoli il potere della Chiesa.  Qui è il primo fondamento della sua visione religiosa e politica; che resta profondamente teologica e sacrale ma al di fuori della supremazia della chiesa attraverso la nota donazione di Costantino, che all’epoca di Dante non era stata ancora disvelata come falsa. Il pensiero dantesco, così sanguigno così celeste, non insegue l’angelismo, sa ben distinguere tra la civitas terrena e la civitas dei. Da qui il formarsi di un pensiero che col senno di poi è stato definito laico.

Che differenza c’è tra l’universalismo di Dante e il globalismo cavalcato dai liberal di tutto il mondo?

L’universalismo di Dante è piramidale, ha una base terrena larga e un vertice unitario trascendente. La sua visione del Sacro Romano Impero mantiene questa verticalizzazione insopprimibile. La globalizzazione invece è un processo di uniformazione del mondo sulla base di due gambe terrene, che appartengono al regno dei mezzi e non dei fini: la tecnica e l’economia, la tecnologia e il mercato. Per così dire la globalizzazione è orizzontale, l’universalismo dantesco è verticale, alla sua sommità c’è Dio, non il profitto, non la volontà di potenza, non Faust né Prometeo.

Lei scrive che Dante è platonico nell’anima e aristotelico nella mente, perché?

Platonica è la sua visione metafisica, il suo afflato, il divino mondo delle idee e delle beatitudini, la concezione spirituale dell’amore come energia ascendente. Aristotelico è invece l’impianto logico, l’osservazione della realtà, della natura e dell’umanità, la concezione etico-politica. Aristotele giunge a Dante dai suoi “commentatori” arabi, in primis Averroè. Platone è la sua visione del paradiso, tra Beatrice e san Bernardo di Chiaravalle. E dietro Platone e Aristotele, ci sono per Dante come per gran parte della cultura del suo tempo, la lectio di Sant’Agostino e della Patristica da un verso e di San Tommaso e della Scolastica dall’altro.

Dante capostipite del pensiero vivente italico? E che cos’è questo pensiero vivente italico?

L’espressione “pensiero vivente” è mazziniana, e su quella definizione si è inserita una corrente di pensiero spiritualista che potremmo definire propriamente il pensiero italiano; che parte dalla romanità e dalla cristianità, poi si esprime nel medioevo dantesco e tomista, si ritrova in parte nel pensiero umanistico e rinascimentale, per ritrovarsi poi in Vico e nel pensiero di Rosmini, di Gioberti e di Mazzini, per ritrovarsi infine nello spiritualismo del XX secolo.  È un pensiero che non resta astratto, accademico, analitico o illuministicamente razionale; ma è un pensiero che si fa sintesi di vita, si fa storia, si fa politica, si fa umanità. È spiritualismo politico, quello dantesco, un pensiero poetico, ove poetico indica qualcosa che si agisce, s’incarna, s’invera. D’altra parte basta leggere i testi e i versi di Dante per rendersi conto che la contemplazione del divino, il senso religioso, la beatitudine celeste, non sono mai disgiunti dalla vita e dalle sue passioni. La poesia di Dante è poesia intellettuale ma non nel senso di cerebrale o di intellettualistica; è poesia dell’intelligenza, intelletto d’amore, intuizione e visione.

Quale Risorgimento nel senso inteso da Dante è possibile oggi dove Dio e la Tradizione sembrano essere fuori dallo spazio pubblico?

Il Risorgimento nella sua definizione originaria deriva dal pensiero religioso ed è l’idea di resurrezione applicata alla vita di una nazione. Nel pensiero che lo accompagnò nei suoi primi passi, con Rosmini e Gioberti, ma anche con Manzoni, indicava proprio una risposta spiritualistica alla Rivoluzione francese e una correzione “religiosa” del laicismo massonico che pure permeò il processo unitario. Sull’idea del Risorgimento come opposto all’idea di rivoluzione e di controrivoluzione, scrisse pagine memorabili Augusto del Noce, che lesse anche Dante in questa chiave. Dante che si potrebbe dire parafrasando un giudizio famoso, fu il più grande degli italiani e il più italiano dei grandi; o il sommo poeta tra gli italiani e il sommo italiano tra i poeti. Mi pare difficile ravvisare oggi i segni e i presagi di un Risorgimento nel senso indicato. Dante resta profeta inascoltato, visionario inattuale”.

Lorenzo Bertocchi, Il Timone, marzo 2021

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