Paul Valéry

Tutto il pensiero in versi dell’antifilosofo Valéry

Paul Valéry è l’intelligenza più acuta del ‘900. Era un poeta, un filosofo, uno scienziato, uno scrittore, un giornalista o che? Valéry era un’intelligenza pura, e usava sia l’emisfero destro dell’intuizione che l’emisfero sinistro dell’analisi, penetrando il linguaggio e il pensiero.

La sua può definirsi proprio filosofia dell’intelligenza, tesa a comprendere il mondo; l’idealismo e il realismo, lo spiritualismo e il materialismo, il positivismo e il nichilismo, e ogni «ismo» che ci viene in mente, regrediscono a fantasmi, o a sciocchezze, come lui diceva, perché in Valéry c’è la tensione a capire i fenomeni e i noumeni, le cose reali e le cose pensate. Senza umanesimi né filosofemi.

È uscita di recente la prima vera biografia filosofica di Paul Valéry. La scrisse nel 1971, centenario della sua nascita, un filosofo vero, Karl Lövith, e fu il suo ultimo libro prima di morire nel ’73. È bello vedere un filosofo d’accademia, già sulle tracce di Nietzsche e Heidegger, chinarsi a cogliere i frutti dell’antifilosofo Valéry e ritenerli più gustosi di quelli offerti dai filosofi di professione. Lovith non azzarda critiche ma ne espone il pensiero, notando che è «il pensatore più libero e più indipendente», più attuale e più inattuale. I Quaderni di Valéry sono uno spettacolo unico dell’intelligenza, il pensiero di una vita, un lavorìo geniale di osservazione e penetrazione durato più di mezzo secolo; cominciato quando aveva vent’anni, e finito oltre i settant’anni, con la sua morte, nel 1945, quando la metà tremenda del Novecento volgeva alla fine. Non è un diario – «mi annoierebbe troppo scrivere quello che intendo dimenticare» – né un emporio di opinioni, ma un lavoro necessario e inutile, come la tela di Penelope, un puro esercizio mentale applicato a osservare il mondo nel suo versante visibile e nel suo versante invisibile. «Avevo vent’anni e credevo alla forza del pensiero – scrive Valéry -. Stranamente soffrivo di essere e di non essere… Ero tetro, leggero, facile alla superficie, duro al fondo, estremo nel disprezzo, assoluto nell’ammirazione».

Non sposa nessun dio, nessun io, nessuna rivoluzione, nessun progresso e nessuna tradizione, né li demolisce. Valéry non ha una sua teoria, e tantomeno un sistema, è puro occhio pensante e voce poetante. Scrive oltre 26mila pagine, 261 quaderni, dalle 5 alle 8 del mattino quando gli sembra «di aver già vissuto con la mente tutta una giornata, e guadagnato il diritto di essere stupido fino alla sera». È quella l’ora al servizio della mente, il primo momento del giorno, «ancora puro e distaccato, poiché le cose di questo mondo, gli avvenimenti, i miei affari non s’impicciano ancora di me». Bisogna tentare di vivere, in raccolta solitudine. «Noi siamo il giocattolo di cose assenti che non hanno nemmeno bisogno di esistere per agire».

Valéry seguì il cammino della poesia assoluta di Mallarmé, ben sapendo che il poeta è il personaggio più vulnerabile della creazione, «cammina sulle mani». Gli dei, sostenne, ci concedono la grazia del primo verso, poi tocca a noi modellare il secondo. Valéry ritenne l’idea della morte la molla delle leggi, la madre delle religioni, l’agente della politica, l’essenziale eccitante della gloria e dei grandi amori, l’origine di tante ricerche e meditazioni. Senza di lei, la vita nuda è pura noia. Noi umani «ansiosi di sapere, troppo felici d’ignorare, cerchiamo in quel che è un rimedio a quel che non è, e in quel che non è un sollievo a quel che è». Sintesi perfetta della nostra imperfezione.

Lo splendore della sua intelligenza si acuisce nei suoi appunti dedicati all’amore, ai corpi, ai sogni. Il cammino del pensiero si accompagna alla musica che «desta e assopisce i sentimenti, si prende gioco dei ricordi e delle emozioni di cui sollecita, mescola, intreccia e scioglie i segreti comandi». Se i Quaderni, usciti in cinque volumi da Adelphi, sono la spina dorsale dell’opera di Valéry, le sue opere poetiche, incluso il poema Il cimitero marino, ne costituiscono il canto. E poi i suoi sparsi scritti, raccolti in antologie e florilegi di aforismi. Restò celebre di Valéry il richiamo alla fine delle civiltà in La crisi del pensiero: «Noi le civiltà ora sappiamo che siamo mortali», scrisse nel 1919. Così Valéry fu iscritto nella letteratura della crisi, avviata da Il tramonto dell’Occidente di Spengler. Nato a Cetty da gente di mare, metà còrso e metà italiano, Valéry colse le tre fonti dell’Europa nella Grecia, in Roma e nella cristianità e trovò nel Mediterraneo il cuore pensante dell’Europa. Per Valéry la nostra epoca è segnata dalla fine della durata, l’avvento del provvisorio e dell’ubiquità, il dominio dell’istante. Per sfuggire a questa tirannide non resterà che costruire chiostri rigorosamente isolati dai media e dalla realtà circostante: «è lì che in determinati giorni si andrà a osservare, attraverso le grate, alcuni esemplari di uomini liberi». Il Medioevo venturo.

Poi c’è il lato occultato di Valéry: il suo elogio della dittatura, in una prefazione a un libro di Salazar, «risposta inevitabile dello spirito quando non riconosce più nella conduzione degli affari, l’autorità, la continuità, l’unità». La visita a Mussolini e poi sulla scia della visione fascista, la fondazione del centro universitario mediterraneo nel ’33, come scrive suo figlio François introducendo il taccuino I principi d’an-archia pura e applicata (uscito nell’82 da Guerini e Associati). Vicino a Pétain e poi a de Gaulle, Valéry si sentiva «di sinistra tra quelli di destra, di destra fra quelli di sinistra», anarchico e antipartitico – «più un uomo è intelligente, meno appartiene al suo partito» -, «di nessun colore politico. Io amo solamente la luce bianca». Difatti il pensiero di Valéry non dispensa tesi ma culmina nella luce bianca del Mediterraneo. Non condensa il pensiero in un testo ma nel paesaggio e nelle sue «tre o quattro divinità incontestabili: il Mare, il Cielo, il Sole». La verità esce dalla mente, dai libri e dal tempo e abita quello spazio luminoso. E tuttavia, anche là dove l’umano attinge la sua gioiosa perfezione, nell’armonia col paesaggio e nel ristoro dell’acqua e della luce, la mente non s’abbandona; e avverte che il sole illumina il mondo tramite un atroce dolore: «il tuo bagliore è un grido acuto, e il tuo supplizio brucia i nostri occhi». Lo splendore sorge dal dolore: la gioia della luce ha una fonte dolorosa. Il mistero del sole: nel suo fulgore, il poeta coglie l’incanto divino della luce, il pensatore penetra l’essenza tragica del mondo.

(Il Giornale, 12/11/2012)



Pensiero stupendo Rinnovare le idee col metodo Valéry

«Amo il pensiero autentico come altri amano il nudo… l’osservo come un essere che è tutto vita – tale che se ne può vedere la vita delle parti e quella del tutto». Ho tra le mani come un lingotto aureo del pensiero, il meridiano dedicato alle Opere scelte di Paul Valéry (Mondadori, pagg. 1771). E ritrovo nel poeta, scrittore, matematico e filosofo francese la definizione dell’intelligenza allo stato puro, alla ricerca della nuda verità. La lucidità impareggiabile di Valéry trascorre in queste pagine dai versi ai dialoghi, dal teatro alla danza, dalla letteratura all’estetica, dalla scienza alla filosofia, in una rappresentazione leonardesca del pensiero. Non a caso a Leonardo è dedicata un’opera di Valéry, qui inclusa. A Leonardo fu accostato un altro genio del Novecento, il russo Pavel Florenskij, scienziato, metafisico, pope e testimone di verità ucciso dopo anni di gulag. Vertiginosa l’altezza del suo pensiero come l’amore autentico della sua fede, l’acutezza con cui ha penetrato simboli, linguaggi, icone. Se dovessimo indicare i giganti del pensiero dell’ultimo secolo la mente non va ai filosofi pur grandi che l’hanno abitato, ma a Valéry, a Florenskij e a Simone Weil, a Ernst Jünger, a Oswald Spengler, a René Guénon, e in Italia a figure in disparte come Julius Evola, Andrea Emo e su altri versanti, come l’ideologia, a intellettuali come Antonio Gramsci… Mi fermo, anche se altri nomi affiorano.

Come definirli, in sintesi, questi autori non classificabili, che non furono filosofi, né solo letterati, non furono accademici, non sono studiati a scuola in una disciplina o nei sommari di storia della filosofia? Pensatori. L’unico appellativo che si addice a chi non appartiene a una categoria specifica, e che riconosce sia la loro singolarità che la vastità dei loro campi. Filosofo è colui che dell’universalità ha fatto una specializzazione, anzi dell’universalità ha fatto università, cioè accademia, professione, gergo e teoria. Pensatore è invece colui che abbraccia col pensiero la vita e tende all’assoluto, in una visione del mondo. Il pensatore vuole intelligere il mondo e non si arresta davanti alla soglia del sacro e della profezia, della scienza, dell’arte e della vita, chiuso nella filosofia, ma vi si addentra da scienziato, da artista, da vivente, nella sua solitudine fuori da ogni accademia o istituzione.
E lancia «sguardi sul mondo attuale», come s’intitola un testo di Valéry qui incluso, penetra l’epoca presente e compara le civiltà. I pensatori citati non furono professori come i filosofi più grandi del ‘900 (eccezione tra loro fu Croce). Ma rimasero per così dire a piede libero, solitudini astrali e viandanti del pensiero, a volte clandestino; pensatori a volte impersonali, cioè non portatori di una visione singolare e originale, ma di un sapere originario, metafisico. Per capire la vita, il mondo e la condizione umana il pensatore intreccia saperi ed esperienze, non resta irretito in un sistema e in un lessico o ingessato in un corso scolastico. Il rapporto tra la realtà e la verità, tra la parola e il silenzio si fa in lui più intenso, diretto, assoluto senza interferenze, senza linguaggi astrusi, puro nell’impurità di un pensiero vivente che si dispone a trascendere la morte e a non chiudersi nell’opera.

Ripenso a quegli autori all’alba dell’anno nuovo e sento risalire un interrogativo: perché non c’è più un pensiero nuovo? Perché non è pensabile, non è convertibile in pratica. Oggi il nuovo si addice ai modelli della tecnologia che seppelliscono i precedenti: nuovo può essere uno smartphone, un tablet, una app, un video, uno spot. Ma un pensiero nuovo è inconcepibile, odora di déjà vu, come gli ultimi pensieri nuovi che nacquero e finirono lungo il Novecento. Non è possibile un pensiero nuovo perché tutto appare già provato e consumato e quel che fu detto non vale più oggi, è come scaduto, sfinito, tradito. Ma non è possibile un pensiero nuovo perché non è possibile un pensiero, non è più verosimile, non suscita alcun riflesso reale. Che vuol dire oggi il pensiero se non comporta un’applicazione? Può esserci un’emozione, un evento, un accesso, ma cos’è il pensiero oggi, se non sterile metafisica, astratta, ineffabile, improduttiva concettualizzazione? Così diventa impossibile pensare il mondo, la vita, la morte e oltre. Eppure, senza pensiero nuovo non sarà possibile alcuna nascita di nessun tipo. Non è un pregiudizio idealista, ma la nostra civiltà vive nel declino e nell’attesa della morte anziché della nascita, finché non riuscirà a pensare il nuovo. Che è poi semplicemente pensare.

Perché ogni vero pensiero non è ripetizione rituale, come invece è la preghiera, o ripetizione meccanica, come il riflesso automatico. Ma è novità, rielaborazione critica, originalità alla ricerca dell’origine. Pensare il nuovo non vuol dire pensare ciò che non esiste, creare dal nulla, abitare l’utopia. Ma significa disporsi alla nascita, al rinnovamento, sapendo che ogni aurora comporta un tramonto e il nuovo mattino rinnoverà l’eterna promessa di un giorno che sorge e poi tramonta, compiendo il suo ciclo. Il nuovo è la luce del mattino che torna ad albeggiare; poi verrà una nuova sera. Così sarà il pensiero nuovo, un pensiero che eternamente nasce ed eternamente muore, e così si rinnova. Così è stata e così sarà la storia del mondo, fino a che ci sarà il mondo; così è stata e così sarà la storia dell’uomo, fino a che ci sarà il pensiero. Il pensiero è una nuova vista, mentre la filosofia sta scemando in una nuova cecità.

«Lo spirito ha trasformato il mondo e il mondo lo ricambia largamente – scrive Valéry – ci ha conferito un potere di azione che supera di gran lunga ogni facoltà di adattamento… impone problemi nuovi, enigmi innumerevoli». Davanti al disordine universale e a una quantità di situazioni e problemi del tutto inediti, davanti a «un regime permanente di perturbazione delle nostre intelligenze», nota Valéry, gli insegnamenti del passato sono più da temere che da meditare e le previsioni sono vane e sbagliate; bisogna invece saper leggere il presente per preparare, affrontare, resistere o utilizzare gli eventi, modificando in noi «tutto il sistema delle attese». Ma gli eventi «sono soltanto la schiuma delle cose… si tratta di tentare di concepire un’era tutta nuova». Pensare sarebbe dunque la vera novità per l’anno che nasce e per il tempo che verrà. Ma neanche il nuovo è assoluto. Tocca al pensiero nuovo suscitare una visione del mondo in grado di cogliere e distinguere quel che cambia, quel che resta e quel che torna.

(Il Giornale, 04/01/2015)

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